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Come rileva Bárberi Squarotti nella breve ma efficace Introduzione al volume, i sette racconti contenuti in questa recente raccolta di Antonio Turnu (poeta e narratore nato a Oristano nel ’61) si segnalano, oltre che per l’originale e “indiscutibile felicità espressiva”, per l’intensa ispirazione con cui l’Autore “rievoca il passato di esperienze d’infanzia”: due caratteristiche preziose che permettono al lettore di affrontare queste pagine “con molta partecipazione” e felice scorrevolezza.

Lo stile di Turnu è ricco di figure metaforiche, e fa leva su un ampio uso di similitudini (spesso domestiche, relative ad elementi del quotidiano) che bilanciano i numerosi slanci lirico-riflessivi “alti” del testo, donando alla prosa una ricchezza semantica e comunicativa che risulta vieppiù accentuata dall’affettuoso ricorso – puntiforme ma frequente – ad espressioni in lingua sarda. Unici nei che mi sento di segnalare: qualche (rara) smagliatura nella rete sintattica delle riprese anaforiche e un utilizzo quasi sistematico – che però attiene probabilmente più all’ordine dei dettagli tipografici che non alla sfera stilistica – del punto fermo al temine del discorso indiretto, ingiustificato laddove quest’ultimo prosegua senza soluzione di continuità nell’indiretto.

Ma veniamo alle tematiche di questi testi, e all’affascinante, arcaico simbolismo che essi sotterraneamente custodiscono. C’è da dire che Turnu persegue con intensità una recherche du temps perdu affatto personale, sempre in bilico fra memoria e attualità, giovinezza passata e presente, con l’ambiziosa (e in gran parte riuscita) intenzione di rinsaldare le radici nascoste delle proprie origini con il fusto e le fronde in cui si presenta diramata la sua esistenza attuale di uomo di cultura e padre di famiglia. Intenzionato a ricostruire il suo passato familiare e il retroterra sociale e immaginifico di cui si nutrì la sua fanciullezza, egli affonda con passione nei ricordi dell’infanzia trascorsa nella profonda campagna sarda, presso i nonni, e recupera una serie straordinaria di storie, personaggi, credenze popolari, aneddoti e cerimonie di paese che, oltre a donargli l’agrodolce sapore di un raro tempo ritrovato, fornisce al lettore un quadro autentico (vale a dire non manierato, né bozzettistico) di come si presentasse, un cinquantennio fa, il volto della sua terra madre.

“Ma il discorso della memoria” – nota opportunamente Bárberi Squarotti – “stinge subito dal reale al fantastico, da personaggi scolpiti a tutto tondo [...] a visioni, sogni, immaginazioni fuori dal tempo, in cui l’alone magico della leggenda avvolge, e il palpito dell’avventura avvince”. È, questa, un’ambivalenza carica di ricadute espressive, la prima delle quali è forse la sensazione – che coglie il lettore già dopo le prime pagine – di osservare una superficie di specchi variamente intarsiati ed angolati, tale da riflettere in molte maniere, con diversi gradi di intensità, la luce di un medesimo sole. Con un continuo e sapientemente architettato gioco di rimandi fra presente e passato, fra autobiografismo e visione collettiva, Turnu riesce infatti a tessere storie che continuamente si intersecano le une con le altre, scambiando continuamente i piani temporali e i punti di vista narrativi, e perdendo progressivamente i connotati della Storia sino a giungere in prossimità del magico, del leggendario, dell’ineffabile.

Per arrivare a questo risultato, l’autore attinge a un patrimonio di storie e aneddoti dalle tinte più varie (la cui dominante risulta tuttavia quella della tragedia, del sortilegio, del mistero spesso crudele), raccontati ora dall’uno ora dall’altro personaggio, in una dimensione affabulatoria plurale che dà conto – oltre che di un carattere tipico della cultura sarda, e popolare-contadina in genere – della curiosità eclettica di Turnu, il quale è capace di accostare nel breve giro di un racconto rêveries ipnotiche nutrite di soprannaturale (La bambola) e concreti accenni – disseminati in quasi tutti i racconti – alla realtà dei campi e del lavoro agricolo, superstizioni arcaiche e rituali cattolici (come ne L’argia), saggezza proverbiale ed episodi di efferata crudezza (Luxia Arrabiosa), imbarazzate iniziazioni sessuali (come quella raccontata nel delicato La casa) e straordinarie amicizie tra “diversi” (come quella, rievocata nel toccante Il mare, tra lo scrittore allora giovane e uno sfortunato bambino distrofico).

Ad agglutinare e a rendere coerenti tutti questi variegati aspetti del libro, stanno – a mio parere – come salda cifra stilistica e, al contempo, umana, l’olfatto e il tatto: i mezzi sensitivi che Turnu predilige per scandire tanto la sua narrazione quanto le suggestioni memoriali che da essa continuamente riverberano. Attorno ad essi, infatti, l’inventiva dello scrittore prende spesso lo spunto per lasciarsi andare a un sognante flashback, per dare un giro di vite alle storie che ha imbastito o per congiungere in modo quasi sinestetico il presente al passato, la vita dell’oggi con il ricordo di ciò che è stato ed esiste ormai solo nella mente. Allora ecco, da un lato, che l’odore del tabacco del nonno e della liscivia, il profumo delle piante dei giardini e dell’incenso, l’afrore nauseante delle fumigazioni rituali o dei corpi in decomposizione, diventano tante piccole madeleines proustiane, utili per dischiudere la mente a una dimensione altra, extratemporale, accessibile solo tramite l’olfatto – forse il più poetico ed evocativo tra gli strumenti percettivi di cui disponiamo. Ed ecco, dall’altro lato, i frequentissimi accenni ai tanti, multiformi contatti fisici che i vari personaggi stabiliscono gli uni con gli altri, segni tangibili e al contempo simbolici con cui essi comunicano – laddove non bastino o non arrivino sguardi e parole – affetto, rabbia, conoscenza, passione, vendetta, amore... Si va dall’amoroso cullare delle braccia della nonna alla palpazione che una cieca fa del volto della figlia, dalle carezze con cui il nonno accompagnava i propri ammaestramenti ai graffi violenti che preludono l’amplesso di due amanti, dalle strette al braccio con cui i figli dell’autore lo chiamano al gioco al colpo sulla spalla con cui suo padre lo incoraggiò per superare, da ragazzo, un rito di passaggio; sino al gesto – che può a buon diritto essere considerato uno dei passaggi-chiave del libro (si legge ne La rocca del pozzo) – che vede le mani dello scrittore stringersi, assieme a quelle dei suoi figli, attorno a un “ventilabro” appartenuto un tempo a suo nonno, realizzando così una specie di catena tattile e memoriale, “un magico terminale”, in grado di collegare ben tre generazioni.

Non sono, queste, che brevi considerazioni, le quali vogliono però mostrare come Turnu sappia intelligentemente tradurre, in modo icastico e personale, il senso simbolico dell’esperienza, sua e – in fondo – di tutti noi. Un’esperienza in cui, in virtù del potere rivitalizzante e della devozione affabulatoria della memoria, tout se tient, e nella quale si scopre come le categorie spazio-temporali che solitamente usiamo per classificare il reale (il prima e il dopo, il qui e l’altrove...) siano soltanto strumenti di comodo, incapaci di ridurre ai minimi termini ciò che solo alla reinvenzione artistica – e alla vitalità affettuosa della rimembranza – è affidato di cogliere pienamente e pienamente tramandare.

Recensione
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