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Apprendiamo dalla colta e interessante Introduzione di Amedeo Anelli che Christine Koschel, una delle più originali poetesse contemporanee di lingua tedesca, abitava a Roma già da tre anni quando conobbe, nel 1968, Cristina Campo. In questo periodo la Koschel, allora poco più che trentenne, non solo aveva già approfondito la dimensione, squisitamente culturale, di una mediterraneità mitizzata e intellettualmente ispirativa, ma si era soprattutto e vieppiù estraniata (finalmente anche con il proprio corpo) dalle aree devianti del pensiero tedesco.

Con la Campo – pseudonimo della fiorentina Vittoria Guerrini, una figura di poetessa, saggista e traduttrice di nobiltà e sensibilità rare – la Koschel inizia quindi un sodalizio umano e letterario che la porterà a collaborare, tra l’altro, alla rivista “Conoscenza religiosa”, fondata e diretta da Elémire Zolla: qui saranno infatti pubblicati, fra il ’69 e il ’72, con le traduzioni degli stessi Campo e Zolla, i versi che il presente volume raccoglie e meritoriamente ripropone, e che vennero originariamente pubblicati a Monaco, nel 1966, nell’opera Phahlfuga. Gedichte und Prosagedichte. In quella rivista – prezioso documento utile sia per ragionare intorno alla maturazione artistica della Campo e dei suoi collaboratori, sia per ricostruire una parte del tessuto culturale del nostro Paese – confluivano filosofie di ascendenza platonica e neoplatonica tese a studiare i fondamenti del pensiero tradizionale, il suo simbolismo e le sue strutture archetipiche, ricercandone in particolare le tracce di persistenza fra un Occidente sempre più desacralizzato, posto sotto scacco dalla modernità e spersonalizzato dall’ascesa dell’uomo-massa (l’hollow man di eliotiana memoria), e un Oriente idealizzato e ormai diffusamente considerato l’ultimo rifugio della Tradizione. Nonostante i loro difformi sostrati culturali e le diverse matrici estetico-concettuali, Koschel, Campo e Zolla condividevano infatti, sulla linea dei francofortesi Horkheimer e Adorno, una visione critica lucida e tenace della società massificata, del suo progressivo abbrutimento, del suo essere sempre più opaca a se stessa, e – contemporaneamente – il sentimento preciso di appartenere ad un’appartata ma luminosa aristocrazia dello spirito, distante dalle contingenze e votata a rinnovare profondamente le radici del fare letteratura.

La militanza in “Conoscenza religiosa” e in altre riviste più o meno “di nicchia”, l’alterità rispetto alle tendenze poetiche coeve dominanti (sostanzialmente epigoniche e neoavanguardiste), nonché una sempre maggiore latitanza e miopia della critica letteraria hanno fatto sì che i nomi delle due Cristina arrivassero molto tardi alla grande editoria, tardando quindi a trovare un pubblico sufficientemente ampio (e preparato) per poter apprezzare, condividere e mettere a frutto gli alti esiti delle loro centellinate, ma intensissime produzioni poetiche.

La Campo, in particolare, fu molto schiva, e si tenne scientemente defilata rispetto a un mondo letterario che, peraltro, non mostrò granché di capirla. “Scrisse poco, e vorrebbe aver scritto meno”, diceva di sé lei stessa, a dimostrazione del suo percepirsi come una “non allineata”, e del suo concepire l’arte come un’indefessa, costante e rigorosa ricerca della perfezione, del sublime, del necessario privo d’ogni orpello e superfetazione. In bilico tra misticismo (al ’65 risale quella conversione al cattolicesimo “radicale” che tanta parte poi ebbe – sino alla sua precoce scomparsa, nel ’77 – nel sostanziare la sua ultima fase creativa) e patologia, in quanto minata sin da giovane da un grave difetto cardiaco, Cristina Campo ha trovato nella ricerca della bellezza il modo di sublimare un’esistenza cui era congenitamente impedito di essere “normale”; nello specifico esercizio delle traduzioni, poi, ha tentato di espandere e di arricchire il proprio io compensando in parte, forse, le limitatezze dalla sua cagionevole costituzione. “La traduzione per lei”, nota a tale proposito Anelli, “è continua ricerca di interlocutori e sodali, procede per lenta appropriazione e rigenerazione, costituisce una forma di possesso e di necessità”. In questa disciplina, la Campo asseconda invero gli istinti di un’anima profondamente curiosa, allacciando una serie di rapporti dialogici profondi con alcuni dei rappresentanti più originali della cultura europea, a partire da John Donne, Hofmannsthal e San Juan de la Cruz, sino a molte scrittrici e poetesse di varie epoche e culture, lette con l’intento di cogliere la peculiarità di una voce femminile che, oltre ogni confine di spazio e di tempo, risulta sempre variata e, al contempo, sempre riconoscibile: Virginia Woolf, Djuna Barnes, Simone Weil e, appunto, Christine Koschel.

Tra i testi della Koschel, Cristina Campo predilige quelli segnati – come precisa il curatore – da una forte “duplicità di piani: l’orrore per i misfatti della storia e l’impassibilità (“Scheletri di bambini | come libellule stecchite | giocati all’altalena – | [...] mentre | gli strateghi | celati, dentro nidi di bisbigli | [...] li buttano | da una paglia sminuzzata di cifre | scorie nella sodaglia”), l’estraniazione dell’uomo-massa e la delineazione della figura del poeta fondatore (“Il poeta quale fondatore | cozza con la fronte | i cervelli scorrendo di lobo in lobo”), la sorte problematica del linguaggio e la tensione della poesia (“A chi rimbomba il tamburo del teschio | tra rovinii di parole | – quale di esse può risorgere | per afferrare un sorso di respiro | per dondolarsi nella cuna della bocca | per ferrigna recarsi | nell’arengo della parola?”)”. È come se in questi luoghi di opposte tensioni, in questo dinamismo che nasce dagli aspetti dicotomici del reale, la Campo riconoscesse i segnali più forti dell’originalità della poetessa e amica tedesca, capace nelle proprie liriche di lambire le soglie dell’ineffabile e insieme di cristallizzare versi “pietrosi” e ruvidamente severi, con una propensione affatto speciale ad una forma essenzialmente scarna, frammentistica, aliena da ogni tentazione oracolare e teologica, sia essa di stampo positivo o negativo. “Di primaria importanza diviene allora”, continua Anelli, “il lavorio intorno ai nodi di poesia e verità, verità e menzogna, unicità e depersonalizzazione, costruzione e distruzione nell’uomo e nella natura, parola dotata di senso e chiacchiera, conoscibile e non conoscibile”.

Ma non si pensi, con questo, a una poetica dell’impasse, in cui la serrata critica del reale (e della tradizione) sublimi una fondamentale inettitudine ad agire e a proporre un cambiamento; o – al contrario – ad un procedere schizoide lungo le rovine di un mondo (e di un logos) che si piange come inesorabilmente frantumato. Come infatti si legge esplicitamente in questi due versi della poetessa: “Dare equilibrio ai messaggi. | Mettersi in cammino per errare”, la ricerca di proporzione e di misura è una delle mete costanti del suo percorso letterario, nel quale ogni parola viene pesata con precisione e scandita con fermezza, e in cui l’errare (nella duplice accezione, se vogliamo, di “vagare”, “correre”, “pellegrinare”, e di “sbagliare”) ha il valore di una precisa e radicale cifra etico-conoscitiva. Lungo questa strada, il cammino della Koschel è rigoroso, il suo ciglio vigile e asciutto. L’occhio, in particolare, mentre scruta per non incespicare fra i detriti della Storia, è teso a captare i riverberi di quella luce che, sola, può indicare una direzione, un senso all’agire. Una luce che, a poco a poco, si fa sempre più “urgente”, e parla agli occhi della mente con una forza (talvolta una violenza) che non si può ignorare. Non con la valenza di un’illuminazione o di un’epifania trascendente, impalpabile e calata da sfere superne, ma con la concretezza fisica di un vero e proprio “fuoco” che nasce dal basso, di una “brace” che cova nel grigio il proprio febbrile calore, di un “lampo” che sprizza dalla pietra cupa del mondo. Una “urgenza della luce” che, mentre conforta e orienta l’oscuro operare del “poeta fondatore”, si fa al contempo premessa di una palingenesi cosmica, promessa di una rigenerazione profonda del reale.

“Luce”, “lampo”, “incendio”, “fuoco”, “calore”, “febbre”: sono queste, probabilmente, le immagini più forti con cui Christine Koschel collega e bilancia le molte spinte ambivalenti annidate nel fondo della sua materia poetica, e il trait d’union che Cristina Campo ha prediletto per orientare, e in fine suggellare (con la lirica “Questo autunno è alla fine”), la sua vibrante traduzione. Poiché entrambe, con dedizione e genio, si sono votate lungo tutta la loro vita a quella “profonda vigilanza” che, sola, può trasformare la “vorace febbre” della passione nello splendore di una parola davvero vivificante, e intimamente purificata: “Apriamo le ombre, apriamo | i morti. Entriamo nello splendore di vorace febbre | nella febbre delle stelle, in un tempo di passione | della profonda vigilanza”.

Recensione
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