Servizi
Contatti

Eventi


Quinta di un’interessante percorso poetico iniziato alla fine degli anni ’90, questa raccolta di poesie di Erminia Passannanti – poetessa, saggista e traduttrice che dal 1995 vive ad Oxford, dove insegna Letteratura italiana presso il St. Clare’s International College – rappresenta ad oggi probabilmente il suo approdo più significativo in termini sia di consapevolezza ed originalità linguistica, sia d’ispirazione tematica e slancio teoretico. Assai opportunamente, Gianmario Lucini sostiene che questo libro si presenta come “un discorso molto complesso che più che ruotare intorno al tema della realtà – come dice il titolo – ruota intorno al tema della verità, nelle sue molteplici valenze, a partire dalla metafisica, alla psicologia, all’etica, alla prassi comunicativa. Realtà e verità”, continua Lucini, “non sono che due facce di un unico tema, a ben vedere: il tema della confusione e insieme dei dualismi e delle contrapposizioni, di quella faticosa navigazione fra le scelte possibili dove ogni fatto, oggetto, comportamento, sentimento, è insieme reale e irreale, vero e falso, buono e cattivo, chiaro e scuro”.

Sposando in pieno questa interpretazione – suffragata peraltro dall’assidua ricorsività, lungo l’arco di tutta la silloge, dei temi sopra evidenziati – intendo qui non tanto offrire una chiave di lettura preferenziale del testo, quanto rimarcare come, tra le tante ermeneutiche possibili, questa offra un’articolazione e una pregnanza tali da illuminare in modo determinante le intenzioni autoriali, e la bontà stessa degli esiti creativi da esse raggiunti. Per far questo, la mia lettura dei testi rispetterà il più possibile la loro originaria concatenazione, non esimendosi, tuttavia, dall’operare anche alcuni raffronti tra sezioni “distanti” del volume: credo infatti che in tal modo si possa meglio apprezzare il processo tramite cui certi simboli e parole-chiave dell’universo poetico della Passannanti si stratificano progressivamente di senso e potenza espressiva mano a mano che ella procede nella propria “confessione”, donandoci in presa diretta – nei momenti migliori – l’impressione vibrante di un pensiero intento a mostrarsi nel suo stesso contraddittorio e incandescente divenire.

Spessore, impenetrabilità della realtà che si fa “corteccia”, “grumosa fibra”, involucro che “intrappola voli” e “castra” l’anelito di conoscenza dell’uomo: questa la prima, dura impressione (emergente dalla poesia introduttiva, intitolata “Così spessa”) che il reale suscita nella poetessa, la quale si trova subito impedita nel proprio indagare da una “scura crosta” che si fa ostacolo e “castigo”. In “Apice”, ella si rappresenta poi sotto il triplice tormento di una “smania inconsolabile”, di un “sonno senza pace”, di una “frattura”: parola-chiave, quest’ultima, per apprezzare da subito l’approccio gnoseologico messo in atto dall’Autrice, che infatti si accosta alla (rugosa e frastagliata) superficie delle cose conscia della loro intima fragilità, del loro status congenitamente precario e labile. “Ergo Sum” chiarisce ulteriormente il motivo (vero leitmotiv, che lega tra loro quasi tutti i cinquantanove componimenti della silloge) della “frattura tra anima-corpo”, del “doppio” che non può venire “utilizzato” o gestito utilmente, ma soltanto “attraversato” – anche se il rischio, sempre latente, è di cadere vittima dell’afasia, o nel solipsismo di un immobilizzante cogitare, implicito nel titolo cartesiano del componimento: “resto in silenzio | nell’alveo cerebrale”. (A tal proposito, si veda anche il finale di una poesia ad alto tasso d’allegoricità quale “Quando un grillo un topo un rospo”, che mostra appunto una disarmante presa di coscienza dell’inanità del verbo, e termina con un “soliloquio infinito | in sintagmi di spettro”).

Ecco allora che la poesia (ne “L’astrazione”), nonostante i suoi sforzi, altro non resta che – appunto – un’astrazione, una “conscia estasi” tesa “a sfiorare pallidamente | piaghe con fredde dita | epistemologiche”: la mente, l’ingegno, la parola non sono in grado di capire o giustificare (tantomeno guarire!) quella ferita ontologica per cui nasciamo al mondo per soffrire, stante proprio la dicotomia mente-corpo che preclude, a priori, ogni guarigione e qualsivoglia ritorno all’unità compatta e salutare cui tutti aneliamo. (Un’unità il cui prezzo, d’altronde, sarebbe necessariamente “l’annullamento” dell’essere, come fa ben intuire la poesia che dà il titolo al volume: “La realtà”). “Specchio”, a tale riguardo, offre un momento cruciale di riflessione: “le membra rattrappite, figura di chi è vecchio, | e pianto disperato, per apprendere che? || cercare l’oggetto che metta in contatto | il vero con il falso il bello con il brutto | quello che è tuo col mio.

Qui mi pare sia esplicitato nella maniera più diretta quale sia il fine (ed anche, se vogliamo malignamente operare un mutamento del genere, “la fine”) cui tende tantalicamente l’umanità in tutti i suoi sforzi di conoscenza, in tutti i suoi slanci affettivi e cognitivi tramite i quali essa cerca di comprendere il mondo, e di sanare altresì quel dualismo cartesiano, quella dicotomia (tipicamente occidentale) che, come una faglia sempre più profonda, sembra tagliare in due l’essere e fare degli uomini delle creature irrimediabilmente dimidiate, separate, sole.

Non c’è quindi alcun rimedio, viene allora da chiedersi, non ci è offerta dunque alcuna via di scampo per lenire il nostro dolore e, se possibile, giustificarlo? No. Pare di capire, dalla lettura dei versi della Passannanti, che nemmeno alla poesia, nemmeno all’arte sia concesso di ricucire lo strappo, di rinsaldare i lembi della ferita originaria. Il balsamo delle Muse non può certo arrivare a tanto; può, semmai, ammorbidire la piaga, lenirne il doloroso pulsare, tenerla premurosamente disinfettata affinché non peggiori (e così, assieme al tormento, scompaia anche la coscienza di esso...). Un “Balsamo-corvo” (da notare l’implicita ossimoricità e ambivalenza del titolo) è infatti l’unico, misterioso unguento – “intruglio millenario d’erbe e radici” (come a dire che è antico quanto l’uomo, ovvero quanto il suo male e la sua scienza) – che l’Autrice ammette di possedere e di usare come emolliente per ammorbidire le sue “croste”, reinterpretate – nell’explicit del componimento - come “peccato” (si ricordi che erano già state definite “castigo” all’inizio del volume).

I termini “crosta”, “ferita”, “castigo”, “peccato” delineano, in quest’opera, una poetica che mette spietatamente in luce le stimmate di una colpa che pare incistata da tempo immemore nell’uomo. In tutta la raccolta serpeggia un sentimento della malattia e della punizione che denuncia in maniera penetrante la nostra condizione di perenni esiliati, il larvatico senso di colpa e di precarietà sempre presente nel nostro sentire e nel nostro agire, e al contempo l’ambizione (perennemente insoddisfatta) di pervenire – attraverso chissà quali epifanie di senso o alchimie di linguaggio – ad una dimensione reintegrata e riappacificata di noi nel mondo.

Per convincersi dell’insistenza di tali temi, si scorra questa rapsodica rassegna di versi che, sparsi nell’intera raccolta, ripropongono (anche solo marginalmente) le immagini della “ferita” e della “colpa”: “riaperta || la ferita sanguina” (“D.I.O. Secondo”); “ferita incandescente | ch’essuda millenni | di bagliori e m’assolve | nel buio illuminando | la condanna mia attesa” (“Vita”); “Una lesione discorde...” (“Propriamente”); “Dal sovraccarico delle mie colpe...” (“Latte d’asina”); “...la piccola piaga | sul mio seno. || non mi muovo. | non c’è rimedio | in cui poter credere” (“nel mio sangue”. Si noti – per inciso – come qui la stessa mancanza di maiuscole, dopo i punti fermi – che pur segnalano un tentativo di donare un respiro, una cadenza ai propri versi – stia forse ad indicare l’incapacità della poetessa di cominciare da capo, di risollevarsi e reiniziare pienamente un nuovo discorso, un nuovo cammino...).

Ma, ancor meglio, ci si soffermi su quei testi che maggiormente entrano nel vivo del dramma esistenziale, descrivendolo impietosamente. “Il morbo”, ad esempio, rappresenta una variazione importante (sia a livello lessicale che di scarto concettuale) sui temi della malattia e della colpa: “faccio pensieri strani | sono malata – i miei pensieri | sono ingiusti – | sono pensieri di mattanza”. Si rilevi qui, inoltre, l’introduzione di una variabile inedita, nella quale s’intuisce, se non un esplicito richiamo, almeno l’eco di un precetto buddista, là dove si addita nel desiderio stesso, nella brama che ottunde i sensi, la causa prima del nostro male: “non c’è scampo – la malattia è | il desiderio che sboccia, | è brama che annienta”. In tal senso, sembra affermare la Passannanti, la nostra stessa tensione erotica (“giacendo ti ho invocato [...] ti ho atteso tra lenzuola madide”) si fa veicolo della nostra rovina, e anziché aprirci ad una comunione di corpi e di anime ci immobilizza a un tormento lento, isolato, ad un “morbo che s’appaga | dell’eventuale morte del corpo”.

Si leggano poi “Oggi non mangerò, non piangerò” e “Mio equilibrio vinto”. Dal primo traspare crudamente una poetica del non, del rifiuto, dell’abbandono dell’azione e – ancor prima – del desiderio: una programmatica rinuncia a sé e alla soddisfazione delle proprie necessità che, però, non può portare che all’afasia, all’apatia, alla morte. Ed ecco allora affiorare numerosi i termini che indicano l’immobilità (“ligia compostezza”, “dea pietrificata”, “rigida rigida”) e una quartina che, da sola, ci può dire sul male di vivere molto di più di tanti saggi e libri di critica: “ come malata distesa accanto a sé stessa, | come statua di gesso con mente muta, | velata neonata di un’alba marmorea, figlia ripudiata svenata in una culla.”

Spiccano invece, nella seconda poesia citata, questi versi: “Mio equilibrio vinto | dall’unghia al capello, | riverso sul selciato | simile ad agnello [...] all’alba sottoposto | al nobile macello”. Ancora il senso della colpa e dell’espiazione, del sacrificio di sé – secondo reminescenze biblioco-evangeliche che, lungi dall’essere redentrici e salvifiche, ribadiscono la tragedia dell’essere e portano tutto il sentore del sangue versato sulla Croce (qui si nomina il “macello”, poco sopra, si ricorderà, si parlava di “mattanza”. Da citare, tra l’altro, un particolare che ritorna spesso nei versi della Passannanti: l’alba, intesa per lo più come un momento rivelatore, una fase del giorno propizia alle epifanie del senso, anche se talvolta l’argento latteo di una nebbia giunge a contrastare questo momento di verità, frapponendo fra l’io e le cose una cortina d’incertezza e di dubbio).

Come non menzionare, poi, la composizione “meno due”? Una delle liriche più affascinanti del libro, permeata com’è da una desolazione silenziosa che tuttavia, non ancora assuefatta al grigiore, cerca un estremo riscatto da una condizione quasi metafisica di prigionia. Il senso di attesa, di reclusione e di condanna che qui si respira, se da un lato avvalora quei sentimenti di “colpa” e “castigo” già evidenziati in precedenza, richiama irresistibilmente anche i temi della “malattia” e del “morbo”, e ribadisce con notevole forza espressiva come sia duro sollevare il grave fardello del corpo quando la testa non sappia appagarsi dell’aria filtrata dalle sbarre che lo rendono prigioniero. Una lettura integrale del componimento renderà più comprensibili queste mie affermazioni: “ho visto altre voci nel cielo altre celle | obbligata forse a vestirmi | di una luce di corsia | con una manciata d’ore sulle spalle || due ore per un corpo da tomba | che ne pensa come ne pensa | che solleva la testa | per un soffio d’aria || come se fosse mirra come se non bastasse | un bacio freddo all’alba | o altri anni di voci alla finestra | dove tra sbarre e volti e fiori | apparve il gallo.”

Per concludere questo breve excursus intorno a La realtà, vorrei soffermarmi un poco su “Esiti”, poesia che, pur non chiudendo fisicamente il volume, porta nel titolo un’implicita vocazione al compendio e al congedo. Nel titolo di questo pezzo risuona infatti un’eco semantica latina (exitus = “uscita, fine, morte”) che getta una torbida luce di sconfitta sopra “il limite dell’antinomia ritmica | tumulto e tedio fuga ripiegamento” sulla quale ha insistito “l’artista” con tutta la sua acribia e la sua inventiva. I suoi tentativi di porre in atto accostamenti, nessi, suture, tratti comuni, pare infatti condannato ad essere un lavoro che “resta senza sosta principio e regressione/antitesi emaciata delle aporie viventi”. E si noti, allora, come proprio dalla consuetudine con i concetti di aporia, antinomia e antitesi maturi nell’Autrice l’uso dell’antifrasi, ovvero del registro ironico e auto- ironico; è in tal senso, infatti, che il sapore talvolta aspro dei suoi versi si fa sintomo diretto del senso di scissione e di frattura, diventando espressione estetica di una condizione esistenziale la quale – paralizzata nell’ azione e nel verbo – resta indecisa, per l’appunto, fra “tumulto e tedio fuga e ripiegamento”.

Una consapevolezza dunque tragica ed esistenziale, quella che la Passannanti ha della realtà, non anti-lirica ma neppure retorica, dove la ricerca della propria cifra stilistica si basa sull’insegnamento dei classici e dei grandi poeti del Novecento (lo testimonia, peraltro, l’intera sezione finale del libro, che l’Autrice dedica a sue traduzioni di Brecht, R.S. Thomas, Esenin, Heaney, G. Hill, Paul Muldoon, Ted Hughes, Sylvia Plath). Una poesia che si concretizza attraverso un linguaggio molto ricercato, calibrato, “alto”, e tuttavia mai astruso o snobisticamente involuto. Per riprendere, infine, le parole di Lucini, possiamo affermare che, dal punto di vista linguistico, c’è in questo libro “la ricerca di una concisa precisione espressiva, attenta alle sfumature dei significati. Una scelta di campo che è in controtendenza rispetto alle scelte di altri autori”, e da cui emerge “la figura di una autrice profondamente radicata nella tradizione culturale più problematica del ’900”.

Recensione
Literary © 1997-2022 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza