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È con piacere che torniamo a parlare di questa prolifica e peculiare Autrice, che, con la raccolta Terra di passo, segna un’altra importante tappa del suo percorso poetico, orientato da ormai 25 anni all’espressione di un Sé che – come rileva finemente il prefatore Sandro Gros-Pietro – non ha mai perso la certezza della sostanziale “dicibilità” del mondo. Anche quest’ultimo suo libro – “un poema”, sostiene Gros-Pietro, “a dispetto delle tante composizioni, apparentemente autonome” – conferma infatti la fiducia nel potere gnoseologico e rappresentativo di una parola che, resa incandescente dalla metafora, diviene strumento privilegiato per accostarsi alla “purezza estetica della visione poetica […] servendosi della immediatezza caotica della vita”. Una vita lunga e particolarmente ricca, quella della Luongo Bartolini, nella quale è dunque naturale l’accumulo (“amalgama d’aria | invischiata in gusci di poltiglia”) dei ricordi, riguardanti talora i propri affetti, i propri cari scomparsi – la madre, il marito, il fratello – o i luoghi visitati, talaltra le variegate esperienze umane, artistiche e intellettuali che ella ha avuto, nonché i numerosi slanci, dolenti e insieme intrisi di intima speranza, che hanno caratterizzato il suo avvicinamento al sacro: tutti “valori fondanti”, in definitiva, del suo “viaggio terrestre e celeste”.

Sarebbe, tuttavia, molto difficile analizzare in modo esaustivo il piano dei contenuti presente in quest’opera, la quale mostra al contempo i caratteri del diario e della confessione, e quindi riporta in maniera densa e rapsodica moltissimi episodi o accenni inerenti la vita e le esperienze dell’autrice; è un compito che dunque affidiamo – e raccomandiamo – all’attenzione dei lettori. Questo esiguo spazio ci consente, piuttosto, di rimarcare il fascino e l’efficacia espressiva di alcune delle scelte stilistiche e linguistiche operate dall’autrice, tra le quali ci colpisce soprattutto l’abbandono di ogni segno d’interpunzione.

L’assenza totale di punteggiatura da questi testi (“nel gioco della trama segato netto | ogni traliccio della congiunzione”) obbliga infatti il lettore a creare e sperimentare egli stesso i nessi, le pause e i respiri necessari a scandire semanticamente ciò che va leggendo e che, nel testo, costituisce invece un unicum compatto e magmatico, il quale appare costruito – oltre che tramite una sapiente partitura ritmica e fonosimbolica – attraverso tecniche quali l’analogia, l’ellissi, la brachilogia, l’allusione: tutte figure retoriche che incrementano esponenzialmente il tasso di ambiguità e polisemia del dettato poetico.

A ragione, quindi, il prefatore ha fatto riferimento nientemeno che ai Prigioni michelangioleschi quando ha commentato l’essenzialità e la rapida incisività della versificazione (“Voce imprigionata nella roccia | che nessuno più disciplina”), quasi fosse “un appunto a margine”, “la prima nota sul brogliaccio di viaggio, vergata in modo corsivo”. A ben vedere, una delle ragioni di tale opzione espressiva si ritrova, implicitamente, in questi versi, nei quali l’Autrice confessa come l’urgenza della memoria e l’incalzo dei moti interiori facciano scomparire, nella sua pagina, ogni principio d’ordine e segnale orientativo: “la musica che ancora m’incanta | e mi genera i lapilli nel cuore sulle | foreste invalicabili della memoria | m’atterra al crocevia d’ogni luogo | altera l’orma del mio passo nega | ogni ordine di croci al mio calvario”.

Per concludere, si può agevolmente intuire come questo richiamo (frequente, nelle liriche) alle “croci del calvario” sia una spia evidente di come tutta la “Terra di passo”, oltre che un luogo di “passaggio”, sia anche un luogo di “passione”, con un chiaro rimando all’esperienza del Redentore (“la più alta parola che s’inarca sul Golgota”), poiché, proprio come Cristo, il poeta – per citare le suggestive parole di Mario Luzi – “deve essere distrutto, assimilato nelle fauci della tribù; […] deve diventare cibo per tutti per poi essere veramente utile e proficuo”.

Recensione
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