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Vale sicuramente la pena di ripercorrere, assieme alla curatrice e traduttrice Rina Ferrarelli, le oltre cento liriche che in questo volume segnano le tappe evolutive salienti dell’evoluzione poetica di Bartolo Cattafi, un’altra importante voce del nostro Novecento che le Chelsea Editions meritoriamente ripropongono all’attenzione dei loro lettori (a venticinque anni di distanza da quell’unico altro volume, curato da Swann e Feldman, su cui fino ad oggi poteva fare affidamento il pubblico anglofono) attraverso una ponderata antologizzazione di sette opere cattafiane – da Le mosche del meriggio, del ’58, al postumo Chiromanzia d’inverno, dell’83 – accompagnata da una nuova, convincente traduzione inglese a fronte.

Vale la pena perché in questo autore – forse ancora lontano da quella notorietà e considerazione diffuse di cui invece lo ha investito, già da diversi anni, la critica più illuminata – sono cristallizzate le tensioni e le intenzioni migliori di quella “linea lombarda” che Luciano Anceschi ravvisò (era il 1952) all’interno del panorama poetico italiano – includendovi, oltre a Cattafi scrittori come Sereni, Erba, Risi, Orelli – e che si contraddistingueva per un’adesione alle tendenze anti-retoriche e postdannunziane dell’Italia del dopoguerra, coincidenti con il recupero di immagini e situazioni concrete, tolte dalla vita d’ogni giorno: una poesia “incarnata nelle cose” che tanta parte ebbe nel rappresentare, con toni scarni ed ironici e un uso emblematico della metafora, le assurdità della guerra ed il caotico coacervo di illusioni e frustrazioni, speranze e disillusioni che ad essa seguì.

All’interno di questo composito raggruppamento, Cattafi – come precisò Raboni nell’introduzione alla più significativa raccolta di sue poesie edita in Italia (da Mondadori, più di tre lustri fa) – si segnala in particolare per la freschezza e il sapore di novità che i suoi testi mantengono a dispetto del tempo, di contro ad una preoccupante “essiccazione” e “perdita di decifrabilità” di molti suoi contemporanei, anche famosi. Una tenuta rara, che pochi possono vantare, ancor più ammirevole se consideriamo come essa sappia mantenersi sostanzialmente intatta anche nel passaggio – sempre pericolosamente deficitario – in una lingua straniera (soprattutto quando, come nel presente caso, essa è tanto dissimile dall’originale).

A tal proposito, è il caso di spendere alcune considerazioni sul lavoro della traduttrice, che in un’interessante nota introduttiva (“About translation”) espone le difficoltà più rilevanti riscontrate durante la sua impresa, focalizzando il proprio discorso critico soprattutto sui criteri con cui rendere l’uso idiomatico della lingua e far risaltare quei tratti che “rendono gli autori riconoscibili per se stessi: tratti unici come le impronte delle dita e della voce”. L’obiettivo principale di ogni buona traduzione, infatti, conclude la Ferrarelli, è riconoscere e ricostituire quelle equivalenze fra due diverse lingue che risiedono “sia dentro sia oltre il linguaggio, il quale è già di per sé una traduzione, un’approssimazione. Solo quando comprendiamo questa dimensione umana è possibile tradurre i costrutti attraverso cui e in cui i vari livelli di senso arrivano sino a noi”.

Recensione
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