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Libera dai garbugli di certa accademica “tetrapiloctomia” (l’arte capziosa di
“spaccare il capello in quattro”...), militante come chi senta un dovere morale
il mettere in gioco tutto se stesso nel precisare il proprio giudizio di valore
sul mondo e l’arte che lo rappresenta, insofferente dei concili in cui i “soliti
noti” della nomenklatura culturale pretendono di sancire quali siano i dogmi
della vera fede letteraria, la raffinata eresia che il giovane critico Sandro
Montalto (biellese, classe 1978) compendia e diffonde col suo recente volume di
saggi sembra bruciare di un fuoco (si legga: “passione genuina e
anticonformista”) che, anziché consumarne o alterarne la voce, ne accresce la
forza polemica, ne tempra il carattere e il coraggio.
Sì, perché proprio di passione, carattere e coraggio si deve parlare, se si
vogliono delineare – per quanto in sintesi – le coordinate etiche ed estetiche
lungo le quali si muove l’autore nel suo percorso critico intorno ad alcuni
degli artisti più interessanti (ma meno noti) emergenti dal mare magnum delle
pubblicazioni creative italiane degli ultimi anni. Passione, per la scelta di
dedicare tempo ed energie ad un’attività che egli stesso – come lamenta
nell’Introduzione, polemicamente intitolata Critica militante: una pacifica
afasia – avverte oggigiorno screditata e adulterata; carattere, nel ribadire
comunque – ed esemplificare egregiamente sul campo – la pregnanza del ruolo del
critico come importante promotore culturale; coraggio, nel dedicarsi ad una
realtà contemporanea magmatica, discontinua ed eterogenea, ben lontana dal
freddo nitore dei canoni e dei classici ormai consolidati (e costretti sotto una
campana di vetro) cui troppa pseudo-critica risulta ostinatamente legata, vuoi
per pigrizia intellettuale, vuoi per superficialità lassista o interessi
partigiani.
Sono ventidue i brevi saggi che Montalto dedica ad altrettanti scrittori (in
prosa e versi, con prevalenza di questi ultimi) “particolarmente rappresentativi
inscrivibili in alcune delle tendenze più interessanti fra quelle in atto”. Si
tratta, nella maggioranza dei casi, di scritti già accolti, tra il 2000 e il
2003, in riviste quali La clessidra, Poiesis, Hebenon, e
qui riuniti dopo qualche eventuale colpo di lima; quattro di essi sono invece
inediti, tra cui un’originale rilettura di Cesare Ruffato, un commento alla
produzione aforistica di Domenico Cara e un’appassionata analisi dell’opera di
Alfredo de Palchi, definita “una delle più intense e radicali esperienze
novecentesche in lingua italiana”.
Mai incline a rigide etichettature, Montalto persegue tuttavia una scrupolosa
delimitazione del campo in cui si muove, una ragionata decifrazione del panorama
sul quale il suo sguardo affonda. Ed eccolo dunque rilevare – si veda tale
accenno nella “Nota” introduttiva ai testi – come tra gli autori sovente
affiorino ansiti comuni, vocazioni condivise, che egli abilmente struttura per
provarsi ad enucleare alcune linee di tendenza principali, tra cui (per citarne
solo alcune): l’ibridazione linguistico-concettuale fra letteratura, scienza e
filosofia (R. Bertoldo, R. Mignani, C. Ruffato, E. Salvaneschi), la riflessione
metaletteraria (G. Buzzi, F. Ciofi, A. De Pietro, M. Ferrari), il rapporto con
il religioso e la corporeità (A. de Palchi, G. Fantato, A. Spagnuolo), l’ironia
e la satira (C. Mancini, M. Marchisio), l’apertura al dialetto (A. Ferrante, C.
Ruffato)...
L’autore abbozza con pochi ma efficaci segni un ritratto a tutto tondo degli
autori (tra i quali si annoverano, oltre a quelli sopra menzionati: R. Caddeo,
S. Endrighi – pseudonimo, come svela il critico, di E. Salvaneschi – F. Ermini,
M. Giovenale, G. Linguaglossa, R. Magnani, C. Pennati e G. Rago), ponendone in
risalto le peculiarità metrico-stilistiche e retoriche, richiamandone
sinotticamente, oltre che le fonti (dirette e remote), i temi e i toni più
caratteristici, evidenziandone gli scarti diacronici e le varianti sincroniche,
il tutto con la consapevolezza che alla critica – come precisa Marino Biondi
nella sua brillante Postfazione al volume – “serve l’impressione dettata dal
gusto” unitamente all’erudizione, alla cognizione delle relazioni culturali e ai
preziosi contributi della filologia. La critica, infatti – afferma Montalto – si
realizza perché si è amato un testo e lo si vuole agevolare al lettore, con
l’impegno esplicito, però, di rifiutare un’elaborazione di sovrasensi che
vengano spacciati per impliciti, e di allontanare ogni intento di “completare il
testo” in contrasto con la volontà originaria dell’autore.
Conscio dei propri limiti e dell’ambiguità insita nella materia che egli
affronta (sa bene come, nella pletora delle pubblicazioni odierne, le – rare –
messi siano costantemente minacciate dal loglio), Montalto riesce comunque ad
accostarsi ai testi senza pregiudizi, con umiltà e dedizione, la pupilla
dilatata ad accoglierne tutti i riverberi e la mai spenta fiducia di trovarvi,
prima o poi, qualche abbagliante rivelazione. Con rigore encomiabile, inoltre,
egli unisce una speculazione intellettuale e teoretica (anche ardua e
ardimentosa) ad una costante e precisa verifica “in corpore vili”: non si esenta
infatti mai dal sostenere le proprie osservazioni con precisi riferimenti intra
ed intertestuali, soffermandosi sui nodi che maggiormente l’hanno colpito e
citando i passaggi che meglio veicolano al lettore la cifra espressiva degli
autori esaminati. Autori magari non eccelsi, ma preziosi per capire dove conduca
la rotta attuale delle nostre Lettere, sebbene siano in larga misura
ingiustamente esclusi dai circuiti ufficiali della promozione culturale, dal
bavardage frivolo ma egemonico di quelle poche firme che, in Italia, siglano e
distribuiscono le patenti di “artisticità”. Siamo nani, sì – ammette Montalto
con Giovanni di Salisbury – ma “diligenti e coriacei”, e con una vista più acuta
dei giganti sulle cui spalle poggiamo. Ed è proprio in virtù di questo scarto
prospettico, di questo potenziamento ottico a 360 gradi, che egli auspica una
nuova e più responsabile presa di coscienza di chiunque operi oggigiorno nel
mondo dell’informazione culturale, in quanto proprio “lo studio della
contemporaneità è indispensabile per metterci in condizione di porre ai classici
le domande che veramente urgono alla nostra sensibilità”, e – al contempo –
“l’inseguimento esclusivo del contemporaneo [copre] non di rado una grave
mancanza di preparazione ed una malcelata mancanza di voglia di approfondire
temi e toni”.
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Recensione |
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Compendio di eresia
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saggistica
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| Autori |
| • | Sandro Montalto |
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Edizione:
Edizioni Joker
Novi Ligure 2004 |
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| pp. 288 |
| prezzo: € 20,00 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Scorpione letterario nr.1/2004
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