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“Ce l’ho messa tutta” – ci confessa l’autore in una nota privata – “a scrivere una storia capace di respirare da sola, con l’aiuto della lingua e di quel motore di sincerità che si accende quando sento il bisogno di scrivere”.

Si rivelano, infatti, una storia ed una lingua intimamente “sincere”, queste con cui Australi ha confezionato il suo ultimo, delicato romanzo, dalla foce alla sorgente. Strutturate con una essenzialità e una limpidezza espressiva che non mancano di affascinare il lettore, esse ripropongono alcuni dei temi e dei modi ricorrenti dell’universo creativo dell’autore, come peraltro ricorda Fabio Flego nella sua premessa al volume, dal titolo “Le metafore dei segni”. Se si ripercorre la bibliografia di Australi – articolatasi, nel corso di oramai un quarto di secolo, attraverso pubblicazioni in periodici e volumi di racconti, poesie e interventi critici vari – si nota come, tra i nodi emotivo-concettuali che più influenzano la sua opera, ci siano proprio i temi che maggiormente caratterizzano questo romanzo: il tema del gioco e della ricreazione immaginifica di un mondo di fantasia, parallelo a quello quotidiano; il tema di un’aurorale scoperta di sé e dell’altro, attraverso riti d’iniziazione spesso inconsapevoli, ma non per questo meno intensi o dolorosi; il tema dell’amorosa e stupefatta esplorazione della natura, in cui si innesta anche quello – archetipico – del viaggio, inteso come metafora di vita, estrinsecazione sensibile di più segrete e meno comunicabili metamorfosi dell’anima.

Protagonista assoluto della tranche de vie ricostruita in questo libro è Spartaco, un giovane preadolescente che, grazie alla sofferta ma forte amicizia allacciata con il coetaneo Francesco, vede incrinarsi a poco a poco il limbo di beata inconsapevolezza che racchiudeva la sua infanzia per prendere coscienza – con una sensibilità e un determinazione non inferiori all’inedita paura di sentirsi inadeguato e inerme – dell’amarezza e della brutalità che spesso caratterizzano la vita adulta. Nella cornice di una non precisata provincia rurale – in cui, tuttavia, non è difficile ravvisare gli ammalianti profili toscani e i paesaggi valdarnesi fra i quali è nato e cresciuto l’autore –, l’arrivo inopinato di Francesco al seguito di sua sorella Sandra (apprendista magliettaia presso la madre di Spartaco) arriva a sconvolgere i ritmi e le consuetudini del giovane protagonista, costretto a restarsene in casa interi pomeriggi a fargli compagnia senza poter più uscire, come faceva prima assieme ai consueti compagni della “Banda dei Lupi”, per improvvisare battaglie ai danni delle fazioni rivali o spedizioni avventurose tra gli argini alberati del fiume. Noia, incomprensione e rabbia sono dunque le prime emozioni che alimentano il loro rapporto, presto sostituite, però, da un’intesa destinata a diventare sempre più profonda, che nasce grazie a un gattino bianco e si rafforza attraverso i giochi sempre più complessi ed avvincenti che i due ragazzi scoprono di riuscire ad inventare insieme. È proprio in queste architetture ludiche, in questo piacere di condividere le proprie fantasie, che inizia a maturare, pagina dopo pagina, l’autocoscienza di Spartaco, che nell’amico Francesco trova una cartina di tornasole della propria sensibilità e che ben presto scopre come i vecchi giochi puramente “fisici” non lo attraggano più, abituatosi com’è al piacere della speculazione e dell’affabulazione astratta (figurazione scopertamente autobiografica, questa – come nota Flego nella succitata premessa – di quel piacere inventivo cui lo stesso Australi ha avuto accesso, da giovane, a seguito della scoperta della scrittura e della creazione narrativa). Sono tuttavia alcune esperienze traumatiche in una colonia estiva e, soprattutto, il primo vero, scottante contatto con la morte (prima quella del loro piccolo felino, poi – ben più drammatica – quella della madre di Francesco) a infliggere gli ultimi colpi al guscio già incrinato che proteggeva l’ingenuità del ragazzo, il quale ben presto scoprirà come sia impossibile fuggire dai propri impegni per ritornarsene magicamente indietro, al proprio nido (“dalla foce alla sorgente”, come appunto recita il titolo del libro), bensì occorra affinare le proprie capacità per non soccombere alle sempre nuove prove cui la vita continuamente ci sottopone.

Assaporiamo – in questa vicenda minimale ma sentitamente descritta e, direi, emblematica di come si possa modernamente intendere il Bildungroman – l’esuberanza di una giovane vita che si schiude al mondo, e nel seguire con partecipazione il percorso di questo ragazzo che, nel breve arco di un’estate, matura uno sguardo nuovo su di sé e sul senso del proprio esistere, attraversiamo quel denso intrico di pulsioni, timori, affetti, dolori, entusiasmi e frustrazioni che tutti noi abbiamo sperimentato, in vari gradi, nella nostra infanzia, e il cui ricordo – quando è efficacemente sollecitato, come qui accade per merito della fresca e musicale scrittura di Australi – torna a visitarci stringendo nello stomaco nodi che, in fondo, scopriamo non essersi mai del tutto sciolti.

Recensione
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