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C’è un’affermazione, in questo volume di Luciano Nanni, in cui credo si coaguli il senso più profondo dei trentasette racconti qui raccolti e, in generale, dell’opera narrativa di questo autore. Si trova nell’incipit di “Il dolore metafisico”, e recita: “La fine del mondo [...] non ci sarà, però io penso che l’apocalisse sia già iniziata. La gente riteneva che dovesse per forza venire accompagnata da grandi eventi, ma non è così: ogni essere umano avrà dentro di sé un’apocalisse personale che culminerà nella morte”.

In queste frasi – cui fa pendant un’altra lapidaria terna di versi, posta ad epigrafe del libro: “quando ogni certezza finisce | rimane un frammento, l’io, | e l’ipotesi della morte” – cogliamo appieno il senso di una solitudine umana radicale e irrimediabile, di una coscienza in frantumi su cui a stento fanno presa le velleità raziocinanti dell’Ego, e di una “rivelazione” – per rifarci all’etimo del termine “apocalisse” – che ha assai poco di salvifico e rassicurante, ma che anzi coincide con il proprio annientamento. Il “colore dei morti”, pertanto, non è prerogativa di chi, defunto, reca in sé le stimmate della consunzione, bensì, al contrario, di coloro che vivono ancora, e che, rasentando ogni giorno di più il proprio disfacimento, portano impresso sulle membra il segnale cromatico di come l’involucro corporeo non sia altro che un’anima smarrita promessa alla morte.

L’inquietante forza pervasiva di tale concezione del destino umano risulta evidente a chiunque si immerga nell’universo fabulatorio di questi scritti: da ogni pagina spira infatti un’aria gelida, pesante, che sembra esalare dall’ossatura degli imprevedibili intrecci come un fiato sepolcrale, mescolata ad una tensione nervosa, a un sentore di mistero e a un gusto per l’assurdo e il grottesco che l’esattezza, la perizia direi anzi, della scrittura – sempre lucida e rigorosa – sa rendere quasi oggettivi e tangibili, e di conseguenza tanto più conturbanti. Con uno stile oggettivo e scarno che ricorda molto quello di Kafka e di Dürrenmatt, escogitatori entrambi di storie spietate e intrise di nero umorismo, Nanni procede da eventi banali (come possono essere la lettera di un amico d’infanzia, la telefonata dall’ospedale della madre, una passeggiata in periferia, un sogno bizzarro) per spingere i propri protagonisti e io-narranti – che, in realtà, presentano pressoché sempre i medesimi tratti: anziani e solitari, cultori di libri e di musica ma ossessivamente diffidenti verso i propri simili, dibattuti fra un’atavica inedia e inconsce pulsioni (auto)distruttive – lungo i sentieri di vicende che si snodano secondo prospettive alla Escher, il grande artista olandese che fece di un vertiginoso trompe-l’oeil il proprio marchio distintivo. Scopriamo così come i suoi personaggi spesso si trovino a passeggiare lungo periferie degradate, corrose da muffe e da ruggini che le assalgono come un cancro, oppure imbevute da nebbie luminescenti che celano paurosi arcani; vediamo come essi siano preda di visioni oniriche che non di rado aprono squarci su una sessualità esasperata e perversa, di rapporti interpersonali chiusi e minati da un oscuro senso di minaccia, oppure di istinti e impulsi che, anziché proteggerli e allontanarli dal pericolo, li fanno inconsapevolmente e inesorabilmente scivolare – assecondando un morboso cupio dissolvi – verso la propria fine.

Una fine che, come si è detto, è al contempo epifania amara, rivelazione del non-senso dell’esistere, dimostrazione ultima di come l’umanità non sembri a lui molto più che un doloroso errore genetico, una malattia organica del mondo che – svevianamente – è bene sia estirpata dalla storia, perché la terra possa finalmente ritornare, “priva di parassiti e di malattie”, alla purezza incontaminata che precedette la nostra comparsa.

Recensione
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