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Uno degli ultimi volumetti delle edizioni “Via del Vento” – la casa editrice pistoiese di cui abbiamo già avuto occasione di parlare, e i cui libricini confermano sempre più un valore intrinseco inversamente proporzionale alle dimensioni – presenta, all’interno della collana “Acquamarina”, dedicata a testi (spesso da noi inediti) di poesia lirica straniera, una delle voci più sensibili e prestigiose della poesia russa, se è vero – come ha affermato Evtušenko, citato nella nota di Paolo Galvagni che chiude il volumetto – che Marina Cvetaeva è appartenuta, assieme a Pasternàk e Majakovskij, a quel “grande trio” che seppe innovare radicalmente l’arte poetica russa del Novecento.

Esiguo il numero delle liriche (poco meno di venti) presentate, sebbene la scelta e gli accostamenti risultino assai significativi, in quanto attingono ad un ampio arco della produzione della poetessa, consentendoci così di cogliere quella freschezza appassionata e quella vis intellettuale che dal 1910 – anno della sua prima pubblicazione, “Album serale” – al ’28 – in cui è uscita l’ultima sua raccolta, “Dopo la Russia” – non l’hanno mai abbandonata, nemmeno nei momenti più bui della sua esistenza, come quelli successivi alla Rivoluzione, in cui la Cvetaeva subì la morte della figlia minore, la malattia della maggiore e l’esilio del marito Efron (anni difficili, di cui resta evidente traccia in questi versi del ’21, tratti dalla raccolta “L’accampamento dei cigni”: “Così, finalmente, stanca di reggermi | con la coscienza – il dovere e la missione – battermi, || sotto il fischio dello stolto e la risata del borghese – | sola tra tutti – per tutti – contro tutti! – || m’ergo e mando, pietrificata per lo slancio, | questo sonoro appello nel vuoto del cielo”).

Questa forza d’animo e questa caparbia originalità si riscontrano, del resto, anche nel bel ritratto fotografico dell’autrice che è presente all’inizio della raccolta, il quale, in modo parallelo ai suoi versi, ci trasmette l’immagine di una donna raffinata e affascinante, dallo sguardo intenso e dal sorriso enigmatico: un volto – come ebbe modo di scrivere la figlia Ariadna, nel ’73, nelle proprie “Pagine di memorie” – che si mostra “pieno di un costante movimento interiore, di una segreta espressività, carico di sfumature…”. Altrettanto dinamici e sfumati risultano, del resto, suoi versi, contraddistinti da un’immediatezza, una concisione e un pathos che fanno pensare – come nota il curatore – al “respiro accelerato dopo una corsa. Come se raccontasse in fretta, trafelata”, in maniera esattamente contraria a quell’altra grande poetessa russa, Anna Achmatova, la cui cifra sta invece in una versificazione dalle cadenze più misurate e dai toni elegantemente trascinati.

Non prenderai il mio rossore | intenso – come le piene dei fiumi! | Sei il cacciatore, ma io non cederò, | sei l’inseguimento, ma io sono la fuga”, afferma stentoreamente Marina nell’intensa lirica “Alla vita”, consapevole di come il Poeta – così, non a caso, si chiama il componimento eponimo, forse il più riuscito, di questa raccolta – sia chiamato a misurarsi con una realtà prorompente e instabile, con una dimensione dell’esistere e del r-esistere in cui è importante non arrestare mai il passo della ricerca (“Il poeta da lontano conduce la parola. | La parola conduce il poeta lontano”), ma lanciare il proprio verso lontano, squillante, vigoroso e imprevedibile come un segno celeste, come una meteora o cometa: “poiché il cammino delle comete | è il cammino dei poeti: bruciando e non scaldando, | strappando e non coltivando – esplosione e scasso”.

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