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Le oltre quattrocento pagine di questa ponderosa raccolta contengono a stento una vis poetica e polemica che, nell’arco di quasi sessant’anni, è costantemente cresciuta d’intensità ed efficacia, corroborando l’idea – già espressa, a suo tempo, da Wilde – che il valore di un artista non possa essere confinato nella stretta maglia del suo corpus letterario, ma debba esser colto anche attingendo alla sua biografia umana e intellettuale. Un discorso ancor più valido se riferito ad un autore come de Palchi, poeta, editore, curatore di traduzioni e talent scout le cui vicende umane (dalla prigionia scontata in gioventù all’ostilità del mondo accademico italiano, dall’abbandono della propria terra natale all’ “esilio” americano che dura ormai da mezzo secolo) hanno “cesellato continuamente la sua poesia” – come rileva Roberto Bertoldo, nella sua essenziale ma appassionata nota introduttiva al volume.

Ad aiutare tuttavia il lettore in quella che, a mio avviso, non si configura solo come la (ri)scoperta di uno scrittore extra-ordinario – un outsider originalissimo, capace di “urlare versi”, per tornare ancora alle parole di Bertoldo, “che sono un incanto di rabbia e poeticità” –, ma anche come la ricostituzione di una personalità quanto mai sfaccettata – insieme veemente e lirica, ironica e solenne, grevemente sensuale e limpida –, interviene la struttura stessa del volume e delle sue scansioni, che non seguono una logica estrinseca (dettata, ad esempio, dai tempi di composizione o di pubblicazione), bensì ambiscono a ricostruire progressivamente le varie tappe del percorso umano dell’autore – dal 1947 al 2005: un’intera vita! – attraverso le poesie che di queste tappe sono state la compiuta espressione formale.

Alessandro Vettori, nella sua Presentazione, individua con precisione e acume critico quali siano state queste fasi, ma è lo stesso autore che, nel definire l’articolazione di questa sua raccolta, si perita di chiarire in brevi “Note” poste ad esergo delle varie sezioni i tempi, i luoghi, gli umori, le citazioni, ecc. di cui si nutrirono i suoi componimenti, fornendo quindi un’ esegesi di prima mano utile al lettore per contestualizzare e interpretare al meglio le liriche antologizzate.

Ecco dunque dipanarsi quella “Buia danza di scorpione” – cui la nostra rivista, ci si conceda questo breve rilievo autoreferenziale, deve tra l’altro, e orgogliosamente, il nome – che raccoglie, in quattro sezioni, i versi che de Palchi iniziò a scrivere a vent’anni nei penitenziari di Procida e Civitavecchia, su “istigazione” del poeta e fraterno compagno di prigionia Ennio Contini. Con uno stile lapidario e tagliente, in cui l’asprezza della dizione si fa vibrante denuncia dei soprusi subiti, queste composizioni mostrano l’amaro approdo ad un realismo disincantato, in cui la rabbia si mescola all’insegnamento della letteratura (in primis, di Villon) e la parola diventa capace di delineare, in un’ottica non più solo autobiografica, il profilo di un’umanità dolente e desolatamente spogliata dei propri tratti distintivi (come indicano anche i numerosissimi ricorsi alle figure e alle metafore animali). Seguono quindi “Sessioni con l’analista”, “Costellazione anonima”, “Le viziose avversioni”, “Paradigma” e “Ultime”, sezioni più articolate e narrative in cui la versificazione diviene via via più compatta ed acuta e in cui confluiscono – per citare solo alcuni temi – le esperienze americane mescolate ai ricordi dell’adolescenza veronese, i contatti con la psicoanalisi e le variazioni sugli irruenti duelli sessuali con la donna, nei quali soprattutto si metaforizza ed universalizza il sentimento di un’epoca – la nostra – che appare ineluttabilmente destinata a consumarsi entro una spirale di violenza, egoismo e incomunicabilità.

Un’opera meritoria, dunque, questa che i curatori della rivista Hebenon hanno fatto tramite l’editore Mimesis, doverosa per colmare un vuoto difficilmente spiegabile se non con le parole di Bertoldo, che lamenta “la grande mediocrità critica degli opportunisti al potere letterario oggi”, e che, di contro, auspica si possa finalmente rendere giustizia e dare il “dovuto risalto” a questo straordinario personaggio.

Recensione
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