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Requiem per un anturium

Avevo spalancato porte di gioia
alle tue brattee di minio brillante
dono augurale premura sua giovane
ancora ai riti cari ai Lari.
E solerte d’acqua ti nutrivo
d’estiva ombra e barbagli solari
ché esprimessi la nativa tua energia
in rosse spate in spadici gialli
squillanti tra lucido verde.

E più non avevo spazi
ove accoglierti d’inverno
nell’esilarante trionfo tropicale
quasi assenso alle mie cure
risposta della tua anima vegetale
al lento mio scorrere d’attese
in fiume vago di lontananza.

Ma ora, mio anturium, che ti sento
venir meno l’essenza vitale,
le lamine spente di tono di linfa,
ti parlo ti dico – rinasci alla casa
un intreccio d’amore
tutto ti percorre dalle radici
al floreale tuo madrigale. –

Forse tu pure respiri
un’aria intima di lontananza
di chi allora t’aveva offerto
alla sacra stanza
ed ora remoto-vicino
non è più qui calda presenza?

O forse sei come ogni storia di vita
che alfine si stacca dal grembo antico
quasi morta finita
e vuol rinverdire su nuova zolla, sola?

Metamorfosi arborea

Vieni prima che il sorriso goccioli
lacrime di melagrana
e la notte impietosa oscuri topazi
vieni a raccogliere il sole
che dia fulgore perenne
alle nostre radici di creta
a intarsi tramati nel cielo dei giorni
per metamorfosi arborea
agli dei cara e al poeta.
Saremo betulle là nel prato
in abbraccio di corteccia d’argento
a fabulare nel crepuscolo lento
al vento che ascolta l’umana passione.
Stupore d’albe respirate in fondo
fino al profumo degli angeli,
delirio d’ali scambiate in volo
libertà-dono nello spazio dei sogni
lungo l’aspro muro del vivere,
lamento di rami alla morsa
del gelo, le linfe avvinte
sempre in amorosa barriera
al bulinare pungente dell’aria.
E nel biondo stormire di foglie
il nostro dire vibrante nel mito
sarà conforto al viandante
che risosta in uguale cammino.

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