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Il romanzo epistolare si rinnova:
"Si sta facendo sempre più tardi" di Tabucchi

La scrittura epistolare si colloca, per sua natura, fuori e dentro la realtà storica, in quanto espressione di un’avventura spirituale che si raffronta con un destinatario e un contesto, anche se tali coordinate esistono solo come rifrazione nella coscienza individuale che seleziona, commenta e organizza secondo le proprie dinamiche interne. Eppure la scrittura epistolare, pur nella sua natura appartata e i suoi diaframmi, ci documenta, in modo vero e profondo, le molteplici sinuosità della vicenda storica di cui essa è una cassa di risonanza, per cui ogni romanzo risulta romanzo del proprio tempo.

Si sta facendo sempre più tardi di Antonio Tabucchi è invece un romanzo epistolare fuori dal tempo, se si intende parlare di tempo storico, e quanto diverso dai precedenti che la storia letteraria ci ha offerto, i vari che l’autore stesso, in una poetica a posteriori, cita indugiando, appunto, sulla ridefinizione dell’epistola nel suo libro.

Alcune opere del passato possono chiarire come lo scrittore dell’epistola non abbandoni mai un punto di vista sociale, sia esso di armonia o disarmonia. Le Lettere a Lucilio, ad esempio, come raccolta epistolare, non solo presentano spunti della ricerca esistenziale di Seneca, ma anche documenti reali e spiccioli della società in cui si collocano. Proprio dai dubbi e dagli stati d’animo, che il mittente comunica al suo discepolo, cogliamo le tessere più profonde di un malessere sociale su cui l’autore vuole indugiare. L’opera di Seneca è il romanzo del suo tempo, presuppone una condivisione di valori e certezze non solo con uno specifico destinatario, ma con un pubblico più ampio da incoraggiare ed educare.

Risonanze sociali si possono ritrovare nel romanzo epistolare tra Settecento e Ottocento, in un periodo di trapasso e mutamenti che smuovono intimamente la coscienza perplessa dell’intellettuale. I due illustri mittenti, Werther e Iacopo Ortis, nei romanzi di Goethe e Foscolo, attingono al loro alto eroismo ed ostentano un eccesso di virtù, proprio nello scontro con la società affaristica borghese, cornice motivante appunto delle pulsioni della scrittura. L’amico destinatario delle lettere, in questo caso, rappresenta un’élite di persone sensibili, a cui lo scrittore può ancora rivolgersi, selezionata da una società che si va materialisticamente omologando, ma che non scompare mai dall’occhio attento e sofferente di chi scrive.

Si sta facendo sempre più tardi di Tabucchi è un romanzo epistolare proiettato verso un’indefinita virtuale oltranza. Viene conservata solo la parvenza della scrittura epistolare, con le formule di avvio, la presenza di un io che scrive e un tu che riceverà, ma tutte le coordinate spazio-temporali e nominali risultano indeterminate. Si tratta di una catena di lettere di personaggi maschili che scrivono a donne lontane, perse e non più raggiungibili, anche se i ricordi dissepolti vorrebbero salvarle dalla completa evanescenza. Non ci sarà alcuna ricezione delle lettere, inviate ad un ipotetico fermoposta, o lanciate all’aria, simbologia della vita stessa, l’azienda in cui convergono tutti i moti e le illusioni umane. Nessun dato evenemenziale o contesto riconoscibile motiva lo scambio, viaggi ed ambienti sono quelli del sogno, dell’illusione, delle virtualità, anche se descritti con apparente precisione. Tutto il romanzo resta sospeso nell’inconsistenza della dimensione surreale, come viaggio dell’anima; la simbologia, in assenza di storicità, prende il sopravvento, si confondono il reale e l’immaginario, ciò che si sogna e si inventa finisce per essere più vero, il niente e il tutto convergono. Le lettere di vari personaggi maschili, ma verosimilmente anche di uno stesso personaggio alle prese con ciò che è memoria e aperta oltranza, sono inserite all’interno di una cornice che ha la funzione ordinatrice di un supremo macrotesto; a parlare è la vita nell’immagine delle mitiche Parche, che danno voce all’uomo, ne accolgono sentimenti e risentimenti, ma impongono il silenzio quando il tempo a disposizione cessa. Più che lettere di normale comunicazione, esse sono dunque epifanie della vita, momenti in cui si entra in profondo rapporto con essa, se ne scoprono istanze e verità ulteriori, con l’ansia della forbice del tempo. L’io che parla ha varcato la soglia di un’altra dimensione, una specie di fiume senza sponde da cui può guardare la vita con un cannocchiale rovesciato e invertire tutte le logiche della normalità. Per questa disparità di prospettiva, non potrà raggiungere la sua destinataria che è rimasta nel tempo ordinario, ristretto e logico, se pur rassicurante.

In alcune note poetiche a posteriori, Tabucchi accosta l’epistola al diario, e, citando Canetti, distingue l’espressione facile e quotidiana, densa di stereotipi, dalla forma autentica e profonda di comunicazione, affidata allo spazio letterario come spazio assoluto, di trapassati. Effettivamente, per opinione dell’autore, le voci di tali lettere inusuali sono voci di trapassati, simili ad epitaffi, con riferimento ad un ambiente caro al Tabucchi di vari romanzi, da Requiem al Filo dell’orizzonte.

Nell’età classica latina possiamo ritrovare qualcosa di simile al romanzo senza fili di Tabucchi nelle “Heroides ovidiane”, segnalazione dataci in modo cifrato da Tabucchi stesso, nella cosiddetta “Epistola al vento” con le sigle nominative di Arianna e Teseo. Nell’epistola ovidiana, proiettata in un contesto mitologico ed acronico, di mera finzione letteraria, le eroine parlano da una dimensione astorica e rivolgono le loro missive ad amanti lontani, di cui non hanno più notizia. Il poeta attraverso il mito, coglie le voci pure delle eroine di fronte alla vita, e lo fa con uno strumento poetico di estrema rarefazione storica, ma di universale potenzialità gnoseologica Il poeta latino scorpora le eroine dalle infrastrutture storiche per depositarle, come nel caso della famosa lettera di Arianna, in un’isola lontana sugli scogli prospicienti un mare vuoto e tempestoso, come, a distanza, gli eroi ossianici, anch’essi colti nel loro puro accorato lamento di fronte alla vita. Le terrazze sul mare o le finestre aperte sull’orizzonte vuoto del mondo, disseminate nei testi di Tabucchi, assumono la stessa funzione dello scoglio, con un azzeramento della realtà di superficie e una tensione verso la vita cosmica. Certo il cosmo ordinato con le sacre leggi del poeta pitagorico si combina con le suggestioni più tormentose dell’indeterminismo attuale, ma l’aura mitica ci aiuta a definire il supremo grado di letterarietà del romanzo di Tabucchi.

Le voci dell’ispirazione di Tabucchi

Il romanzo epistolare di Tabucchi è un intreccio di voci, cioè di emozioni autentiche fuori da ogni ordine e convenzione; si tratta di un mondo umano e indefinito in cui la cultura resta un punto di partenza del viaggio memoriale, azzerata dalla ricomparsa di una sapienza naturale di fondo. In una poetica a posteriori l’autore stesso focalizza la centralità dei sensi, in particolare della voce e dell’udito, come fermento della scrittura, in analogia con la motivazione della Recherche proustiana. Fin dall’inizio della coscienza letteraria, i poeti indagano sulla potenzialità sensoriale come stimolo imprescindibile nella fenomenologia della creazione artistica, come attestano le tenzoni interne alle prime corti e le numerose note dello Zibaldone leopardiano, in cui voci ed immagini visive vengono studiate per la loro incidenza nel percorso interiore. Sulla voce Tabucchi compie tutto uno studio, sia fisiologico che culturale, riconoscendo al suo ciclo biologico di sfaccettature un potere evocante e rituale, capace nella sua orfica purezza originaria di trionfare sulla morte. La voce emessa o udita, nel vocabolario di Tabucchi, si carica di ritualità e di verità arcana, risultando cosi vicina al verbo giovanneo e vichiano.

Una rivisitazione dei romanzi di Tabucchi può meglio chiarire la centralità di tale teoresi sensoriale nel percorso gnoseologico creativo. Tutto il romanzo Requiem nasce dalla voce di suo padre morto, in particolare da uno stilema ricorrente nel dialogo padre-figlio, riascoltato durante un sogno dopo anni di silenzio. Il timbro personale, ben definito di quella espressione, agisce in lui come le madeleines proustiane. Dalla parola “pa” rifluisce, come per potere evocativo, tutto un mondo che va a comporre il romanzo Requiem. Il romanzo I fili dell’orizzonte dopo una ricerca affannosa sul cadavere di uno sconosciuto, converge su alcune voci arrivate da lontano, da Euripide e Shakespeare, a portare la loro verità esistenziale: “Piange, chi era Ecuba per lui?”. Sembra che queste voci, emesse dall’eroina troiana Ecuba, abbiano attraversato i canti dei primi aedi, poi l’epica di Omero e il teatro dei poeti tragici, per risuonare ancora nel commento shakespeariano e poi, attraverso le onde della vita cosmica, siano state raccolte dal nostro Narratore.

Spesso Tabucchi presenta i suoi racconti come linguaggi che arrivano da lontano, in momenti di solitudine, in aree sperdute su paesaggi di scogliera, in cui prendono corpo i fantasmi remoti dell’essere. A volte queste larve ispiratrici si concretizzano in vere e proprie apparizioni, come i volatili che si presentano al Beato Angelico per essere riprodotti nelle tavole pittoriche. In Sostiene Pereira la voce della moglie morta, pur rimanendo implicita nel sorriso del ritratto, ispira l’azione del giornalista Pereira in un momento di crisi politica dittatoriale. Le emozioni sensoriali, attinte attraverso la dimensione interiore dello spazio letterario, collimano con i nodi e gli archetipi della vita, non solo individuale, ma anche universale. In Proust, ad esempio, il gusto delle madeleines e il riascolto interno del suono della campanella, che annunciava la visita dell’amico di famiglia Swann, riaccendono un doloroso nodo d’amore nell’Autore perso entro le galanti convenzioni salottiere dell’ambizione giovanile. Nodi affettivi di un’anima prima ed autentica sono anche le voci del linguaggio di Tabucchi. Nell’ultimo romanzo Tristano memore delle virtù paradigmatiche dell’eroe omonimo, discute di eroismo e viltà, virtù e tradimento, amore e odio, infrangendo tutti i canoni dei sistemi culturali, con una voce che, in prossimità della morte, è tornata ad essere semplice e sofferto linguaggio umano. Anch’egli come i mittenti delle lettere, ha varcato la soglia dello spazio e del tempo ordinario, quello dei sistemi che hanno ordinato e sistemato le funzioni della vita per creare l’eroe e la morale; egli conosce le varie sfumature della vita, ma non sa né vuole disporle in successione, come funzioni logiche di un indecifrabile disegno. Con gli eroi di Tabucchi la letteratura torna a collimare con la vita, quell’informe infinito che richiede adesione e partecipazione piuttosto che artifici strutturali. Contro l’idea della scrittura, costruzione falsa e logicamente composta, Tristano tuona dal suo letto di morte, affidando allo scrittore chino su di lui, la sola funzione di registrare le parole confuse di un’esperienza conclusiva e pur tornata ad essere vera e sincera letteratura naturale e non artificiale.

Si avverte nell’esperienza di questi eroi, un’ansia metafisica con le ricorrenti domande sul senso ultimo della vita; l’uomo dell’era scientifica nel suo stadio più avanzato, si allaccia con l’uomo vichiano all’orizzonte della civiltà quando egli realizza la sua prima umanità attraverso la sensibile emotiva percezione del mistero del mondo. Anche l’Autore moderno ricerca il sapore profondo della vita, non rinunciando all’espressione mitica simbolica.

Ripercorrendo alcuni nodi epifanici del simbolismo di Tabucchi, si ha l’idea di una discesa agli inferi, di un’immersione più che di un sereno approdo, di un fiume senza confini più che di un alveo di appagamento; la grande anima del mondo gli appare come un mare che riassorbe l’anima individuale senza fornire decifrabili risposte. Libro, sangue marea sono alcune preganti simbologie, raccontate in forma di miti: il libro e il mappamondo della vita con le sue linee scavate e le sue arcane ripetizioni, che parlano appunto di un destino superindividuale in cui tutti i percorsi convergono; il sangue e la marea sono elementi simbolici della fusione io- mondo, assimilati ad un fiume senza sponde e un mare infinito in cui si confondono le piastrine della linfa individuale; in particolare la marea è lo stato indotto dalla cefalea, descritto da Tristano come un’uscita dalla stabilità e un abbandono alla nave tempestosa ed ondeggiante della vita. Come si può evincere, l’ansia metafisica dell’eroe tabucchiano non viene soddisfatta dalla conoscenza di un libro divino aperto sul mondo ma resta una ricerca inesplicata oltre la soglia della logica. L’anima che vaga è molto simile al battello rimbaudiano che apre l’inesauribile ricerca dell’uomo contemporaneo.

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