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Da quali abissi del tempo

Da quali abissi del tempo la tua voce
mi chiama carrucola arrugginita acqua
che sgronda dal secchio nelle faglie
sul capelvenere dai mattoni corrosi
nel guizzo dei gechi ed insinui il mio
nome in un costato di piaghe.
Tu che inviti fantasmi tra le coccinelle
del prato i grilli della campagna
le giravolte ferite da una gelida luna
e s’è fatto silenzio ruotano ruotano
nell’infinita distanza colmata dai lacci
dei lampi le gonne dei papaveri
la treccia delle funi le corde macerate.

Ho sgozzato l’agnello

Ho sgozzato l’agnello appena nato che
ancora crollava nelle giunture di latte
una piccola pozza rossastra liquida tra
le pietre del greto e lo schermo dei
sambuchi di siepe qui l’abbeverarsi
ad una ad una delle ombre un grumo
accosciato un diafano nodo un diradarsi
improvviso non visto veggente i volti
e le mani il passo che indietreggia e gli
occhi delle scie subito spente da un
fasciame lontano.
Ma tu pura mi resti Madre, indugi
tu Padre e Fratelli da un altrove
un muto non esserci dolore
che nel velame s’incaglia il guizzo
del coltello ancora tenace ad un molo
pietrificato a fronte della notte.

Ho vissuto con te

Ho vissuto con te nel lungo sdrucio
delle lenzuola bende di sepolcro
e di sonno nell’ampio letto
matrimoniale l’ottone della testata
un brillio tenue lavorato nel lume
intimità delle notti nella stampa delle
sopracoperte guarnite di paesaggi
solari corolle la lunga fedeltà ad una
legge un anello smarrito nell’impasto
dei tortellini e perché tu compagno
nella murata soglia
uomo della tranquillità restio all’onda
del vezzo nel tuo silenzio ricomponi
le falde del mio giorno squassato
dalla tempesta lacerazioni e piaghe
sul liscio bordo del drappo ereditato
da mia nonna il filo di cotone piegato
dall’acciaio tenace dell’uncinetto.

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