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Dopo quel dannato premio che avevo ricevuto in Germania li ebbi tutti addosso, in modo particolarmente assiduo l’attricetta del momento con la smania di incollarsi al regista del momento, che avrei dovuto essere io. In America, nella villa dove mi avevano sistemato, lei divenne parte dell’arredamento; in pratica, fatti salvi i momenti in cui rientrava nel suo appartamento per cambiare il look a seconda dell’occasione, fu una relazione déshabillé fra la piscina e il letto.

Durante la lavorazione, la cosa più estenuante furono gli infiniti compromessi cui dovetti giungere con chiunque; nel loro continuo susseguirsi parvero essere l’unico carburante capace di muovere la macchina. La storia, semplice ma piacevole, alla fine mi apparve come una cosa irriconoscibile sotto una glassa nauseante; io avevo dimenticato il senso della fatica; ogni cosa, o la faceva qualcun’altro o non poteva essere fatta, in ogni caso non me la lasciavano fare; mi muovevo sempre più come in assenza di gravità, la sensazione più esatta era di trovarsi alla guida di un’auto lanciata su di un lago ghiacciato: non potevo fare altro se non aspettare che si fermasse da sola.

Alla prima mi accecarono di flash, rimasi tutto il tempo ancorato all’attricetta, che mi si era aggrappata alla manica appena sceso dall’auto, e schiacciato contro il grande attore, che quasi non ricordavo di aver visto durante la lavorazione. Riuscii a liberarmi di lei, senza perdere la manica, solo dopo essere stramazzato al suolo per aver tanto bevuto nel tentativo di farla ubriacare, e potermene tornare a casa; così dovettero portare me, a casa, mentre lei rimase al party non so per quanto ancora.

Non mi ero ancora ripreso del tutto quando fu chiaro che il film non avrebbe recuperato le spese. Li ebbi tutti addosso: l’attricetta, riapparsa improvvisamente sui rotocalchi da un’isola dei mari del sud insieme al grande attore, rilasciò cocenti dichiarazioni sui miei comportamenti e sui veri motivi che l’avevano costretta a starmi accanto durante la lavorazione; il produttore dichiarò che il premio ricevuto in Germania aveva offuscato la mente del giovane genio e che se non fosse stato per il suo costante impegno non sarei stato in grado di concludere la lavorazione; ed infine una marea di sconosciuti mi dimostrarono, conti alla mano, di avere già speso anche i guadagni che non avevo ancora realizzato. Della barca di miliardi che era costato il film solo una scheggia era mia, ma era l’unica scheggia che avevo. Mi resi conto di essere una bolla di sapone appena in tempo per capire come sarebbe stato facile farmi scoppiare.

Di tanti armadi pieni non trovai di passabile tanto da riempire due valigie; pur tenendo conto dell’ossessione per i cambi di biancheria intima rimase posto per la scatola di sigari uso Avana, che mi aveva regalato lo sceneggiatore, un giovane bravo al quale non avevano permesso di comparire in cartellone, e per il foulard di una riserva dell’Arizona, con disegnati sopra gli indiani, che avevo sottratto a suon d’insistenze ad una truccatrice.

In Spagna, ospite di un amico, capii presto che non sarei riuscito a mantenere l’incognito. In Germania, fra chi mi aveva applaudito per il premio ricevuto, trovai i sorrisi ironici che mi ero meritato. Allora mi ricordai che, alla morte dei miei genitori, ero rimasto padrone della loro porzione di casa nella corte dove ero nato. Fui accorto nel far perdere le tracce: in aereo a Roma; intercity fino a Bologna, quindi a Ferrara con un treno di pendolari; da qui, con un’auto a noleggio, via lungo il Po verso la provincia mantovana.

Mi vergognai come un cane rendendomi conto di non saper più ipotizzare chi, fra i miei parenti, avrebbe potuto venirmi ad aprire; quando rividi il viso sempre uguale di mia nonna ebbi l’esatta sensazione del mio peso sulle caviglie; piansi mentre l’abbracciavo ridendo: lei rappresentava il punto più lontano della mia memoria al quale potessi ancora chiedere conferma. Insieme a lei incontrai gli altri parenti che abitavano la corte, rividi la mia casa; era rimasta chiusa per troppo tempo, quindi venni sistemato nella porzione dove viveva la nonna.

Il giorno seguente girai per il paese; pochi mi riconobbero, nessuno sapeva del film. All’osteria ognuno cui venivo ricordato mi offriva un bicchiere di vino, vino locale scuro frizzante e leggermente abboccato, e poco dopo mi ricordava all’altro che entrava; volevano sapere dove ero stato, mi chiedevano di raccontare, si erano fatti tutti intorno al tavolo dove ero seduto e mi ascoltavano; cominciai a sentirmi a disagio ed allora corsi a casa a prendere la scatola dei sigari e cominciai ad offrirli; continuai a raccontare e a bere, brindare e parlare. Verso sera ero completamente ubriaco e dovettero accompagnarmi a casa; era scesa la nebbia, tuttavia l’atmosfera pareva limpida a confronto di quella che si era creata nell’osteria, quando ormai erano finiti i sigari; l’aria era fresca di un silenzio che chiedeva rispetto: per dire della durezza di quei posti si diceva “è terra da ocarine”; quella sera mi parve che il vento le suonasse tutte.

La mattina seguente mi svegliai senza mal di testa e con una fame sospetta. Fu facile abituarmi a quel vino, in luogo dei vari drinks cui non mi ero mai del tutto assuefatto; più difficile abituarsi ai sigari Toscani, gli unici reperibili in paese. Per diversi giorni non feci nulla, poi cominciai a dare una mano qua e là a parenti ed amici, comunque riuscii ad evitare pensieri ossessivi.

Una sera mi invitarono a mangiare in un posto in campagna: risotto con le rane e pesce gatto in umido. Portai diversi Toscani, ormai avevo imparato: tutti fumavano sigarette ma quando, dopo mangiato, li buttavo lì, sul tavolo, tutti volevano provare. Dopo cena passammo all’osteria per l’ultimo bicchiere, c’era poca gente, era quasi ora di chiusura quando qualcuno entrò improvvisamente dicendo: “Gni, gni a védar!”. Una bicicletta cigolante avanzava nella nebbia condotta da un uomo avvolto nel mantello che copriva anche il manubrio, il cappello calato sulla fronte, legata alla bicicletta trainava una carriola di legno con la ruota cerchiata di ferro; stava chino in avanti come se sentisse la fatica di venire da lontano; passò davanti al nostro silenzio come un improvviso vuoto di memoria e svanì nella nebbia portandosi dietro il rumore del cerchio di ferro sull’asfalto. Nessuno parlò, finché Amelio, centotrentachili di macchinista da movimento terra, ruppe l’incanto con una pacca sulle spalle di Valberto, cinquantachili di postino seminvalido, era zoppo da una gamba per via della polio, ed esclamò: – Ma va là! Cus’a vliv ch’a seva; un qualch’d’un ch’l’ha vlu far un schers. – Tutti rientrammo senza dire nulla, in un modo che mi parve un po’ forzato, e nessuno parlò più dell’accaduto. Quella notte mi svegliai di soprassalto, mi ero sentito immerso in un odore nauseante di celluloide; accesi la luce per un poco poi spensi e rimasi a pensare: fu allora che mi venne in mente di fare qualcosa per il teatro.

Vladin è stato entusiasta della mia proposta, ha tirato fuori gli appunti di un romanzo mai scritto e ci abbiamo lavorato insieme, così ne abbiamo tratto una versione in ceco ed una in italiano. Fra quattro giorni debuttiamo a Brno e in futuro chissà; Ferrara, Mantova, forse Verona, vedremo.

Vivo bene; mi sono innamorato dell’elettricista che, a dispetto della corporatura, è molto dolce; si chiama Irina. Ricevo regolarmente il tubo di Toscani che Valberto si era impegnato a spedirmi una volta al mese e penso spesso al mio paese, al quale posso tornare troppo di rado. L’ultima volta è stato per il funerale della nonna, è morta durante l’ultimo inverno, come si usava ai suoi tempi; a volte mi sogno di lei, non dice nulla, ma con la mano mi indica il fantasma dello scariolante.

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