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Primo capitolo

Sono quasi le tre del pomeriggio: Giorgia si affretta a percorrere il lungo viale alberato e guarda la sua immagine riflessa sulle vetrine. La minigonna le sta a pennello e le gambe così lunghe le permettono di fare delle belle falcate per arrivare in tempo alla riunione. Uno, due, tre, quattro: ogni passo un numero.

Giorgia ha questa mania di contare ogni cosa, una vera fissazione. La riunione! Saranno presenti i massimi dirigenti dell’azienda, Giorgia li deve conquistare con la sua arma segreta: io sono la più brava e la più bella. Un’ultima occhiata allo specchio dell’ascensore: il tailleur senza pieghe, il trucco elaborato, il sorriso malizioso, e tutta la sua grinta. Giorgia si fionda in ufficio, sperando che i suoi collaboratori abbiano preparato i materiali e le fotocopie per tutti i partecipanti. Un controllo veloce: cartelline a posto, lucidi in ordine, fotocopie pinzate. Un bel sospirone e via verso la sala riunioni. La più giovane country manager dell’azienda deve illustrare ai dirigenti il suo progetto per sviluppare le vendite nell’Est Europa.

Un mese di lavoro e di stress per il suo ufficio, ricerche analisi statistiche dappertutto, e un malcelato malumore fra i suoi colleghi che ormai non la sopportano più. Lei è convinta che siano i suoi ragazzi, crede di essere la ‘capetta’ dell’ufficio marketing, ma nessuno le ha mai dato anche la responsabilità delle risorse quando l’hanno nominata area manager, anzi, country manager come piace a lei.

Finalmente si respira in ufficio. Paolo e Cristina non sono nemmeno usciti per il pranzo. Stefania ed Elisa, al loro rientro, se li trovano nella stessa identica posizione di mezz’ora prima, ammutoliti e senza energie.
– Ragazzi, siete proprio cotti, eh? – esordisce Elisa rompendo il silenzio. – Vi abbiamo portato un panino per mettere qualcosa sotto i denti”.

Giorgia sfreccia davanti alla porta spalancata dell’ufficio.
Cristina, dopo qualche minuto, scoppia: – È proprio insopportabile… speriamo che la freghino in questa benedetta riunione!
– Mah… abbiamo lavorato tutti duramente in questo periodo… non sarebbe gratificante nemmeno per noi se Giorgia facesse oggi brutta figura – dice Stefania.
– Gratificante… ma dove? Guarda che se il lavoro risulta ben fatto sarà lei a prendersi il merito, come al solito: l’avete vista no? – Cristina è senza peli sulla lingua. – Avete visto come civetta con tutti quelli importanti, sempre sorridente e con la battuta pronta: guarda caso solo con le persone da un certo livello gerarchico in su. Quella vuole arrivare in fretta, ve lo dico io: si considera già la nostra responsabile, ha detto che le pagelle quest’anno dovremmo discuterle con lei: ma se devo verificare la qualità del mio lavoro con lei, è la volta che mi licenzio – dice Cristina.

Stefania è la più accomodante e cerca di sollevare gli animi: – Dai, cerchiamo di vedere il lato positivo: da quando è arrivata Giorgia il nostro ufficio è ritornato ad essere di importanza strategica, come ama definirlo lei, e forse dopo tanto tempo arriverà qualche bella promozione anche a noi. L’ingenuità di Stefania le permette di non entrare nel circolo vizioso che sempre si innesca negli ambienti fortemente competitivi, dove non è tanto importante cosa fai e come lavori, ma piuttosto chi conosci e chi ti porta avanti.

Paolo intanto cerca di godersi un po’ di serenità e non vuole farsi influenzare dai discorsi delle colleghe, tanto lo sanno tutti che con lui non funziona la storiella della carotina davanti agli occhi che fa muovere gli asini. Il suo motto “vivi e lascia vivere” gli permette di estraniarsi dalle polemiche e di pensare che il suo footing, oggi, sarà veramente meritato. Elisa cerca invano di coinvolgerlo nella conversazione, ma lui continua a sistemare la sua scrivania:
– Allora, Paolo, non dici nemmeno una parola? Ti piace? Hai visto come si è tappata per andare alla riunione? Al secondo piano c’è una vedetta che va a riferire ogni giorno come è vestita. E poi ditemi che è una… che fa squadra la signorina “so tutto io”!
– Un amico mi ha detto che nell’azienda di Milano in cui lavorava prima di venire da noi, cinque mesi fa, hanno festeggiato in tutti gli uffici per una settimana intera quando se n’è andata – Paolo tronca così la conversazione.

Cristina non ha mai nascosto la sua antipatia per Giorgia. Una volta avevano anche litigato di brutto. – Io lo sapevo che quella non ci portava nulla di buono. Pensate che un giorno mi ha chiesto addirittura di cambiare profumo: diceva che le dava la nausea.

Paolo, sempre molto drastico, sembra essere d’accordo con Cristina: – La verità è un’altra: vengono sempre premiati quelli che cambiano azienda e mai quelli che restano.

Prima dell’arrivo di Giorgia, circolavano alcune voci sulla posizione di Cristina che lasciavano presumere un suo avanzamento. E poi la botta: arriva wonder woman con un contratto da capogiro. Cristina si alza, si veste, saluta i colleghi ed esce con il suo passo deciso.

Anche Elisa comincia a pensare di uscire prima, considerando tutti gli straordinari dei giorni precedenti, e si concede il lusso di pensare ad una spesa per la cena e ad un pomeriggio al parco con i suoi bambini. Finalmente.

La riunione sembra non finire mai e anche Paolo inforca l’uscita con i suoi buoni propositi sportivi. Stefania rimane sola ad aspettare il rientro di Giorgia. È ancora molto giovane Stefania, alla sua prima esperienza professionale, è ottimista e fiduciosa. Nei modi è molto gentile, forse un po’ troppo timida. Piccolina, esile, con i suoi occhialetti tondi sembra una intellettuale un po’ demodé.

Giorgia rientra in ufficio alle sei e mezza passate e trova Stefania che sta sistemando le cartelline in archivio. Dell’aspetto impeccabile che aveva prima della riunione è rimasto ben poco. Gli occhiali blu nascondono due brutti solchi. Anche l’azzurro dei suoi occhi non è vivo come il solito. Avrebbe preferito non trovare nessuno in ufficio.
– Allora Giorgia, racconta tutto, com’è andata?
– Ne parliamo domattina quando ci sono anche gli altri. Comunque non è andata come speravo.
– Va bene. Vado allora. Ci vediamo domani. Ah, ti ha telefonato Laura nel pomeriggio: dice che vi sentite stasera.

Secondo capitolo

Giorgia rimane finalmente sola nel silenzio del suo ufficio. Sette, otto, nove, dieci… il neon intermittente della farmacia di fronte sta per ipnotizzarla. Ancora frastornata per il pomeriggio burrascoso e per la difficile battaglia, Giorgia pensa a Laura: il suo è un pensiero piacevole e spaventoso al tempo stesso. Laura è la sua migliore amica e c’è sempre stata nei momenti difficili, anche se ormai sono anni che abitano in città diverse. L’amicizia dell’Università, i ricordi di tutti quegli esami preparati insieme e i sogni dei vent’anni si sono trasformati nel tempo nel continuo confronto di due esistenze che avrebbero potuto assomigliarsi ma che si sono evolute in maniera completamente diversa.

Il destino di Laura era quello di un sicuro successo in ambito professionale, non foss’altro che per le aspettative e le richieste di suo padre, la cui frase ricorrente era: il successo devi raggiungerlo entro i trent’anni, dopo sei finito. Lui era un uomo realizzato: professore universitario di economia aziendale e direttore generale di una grande azienda. La sua figura divenne ben presto un importante riferimento anche per Giorgia, che a volte si vergognava invece un po’ di suo padre, che era un impiegato, e non aveva mai cercato di essere nient’altro.

Nelle ore, nei giorni, nei mesi e anni in cui condividevano lo studio, cercavano anche le risposte alle domande più difficili che nessun professore di economia avrebbe mai fatto: ma cosa stiamo facendo, per che cosa, esiste Dio o forse Buddha, perché siamo qui… Inseparabili nei momenti importanti e nella vita mondana, alle feste erano sempre le più attese e le più corteggiate. Diversissime fra loro, una bionda e l’altra mora, ogni tanto si scambiavano anche i fidanzati. Laura, la mora, era di una bellezza quasi spagnola: capelli lunghi e spettinati come una zingara, bocca carnosa e occhi penetranti.

Giorgia invece non cambiava mai il suo caschetto biondo, a volte pari, a volte sfilato: si muoveva come se la sua forza le venisse dalla certezza nitida della sua immagine. I lineamenti di Giorgia erano più regolari, delicati, con un profilo francese un po’ forzato dal trucco.

Ci sono donne che possono essere anche brutte ma che vogliono essere guardate da ogni uomo che incrociano sulla strada. E allora diventano appariscenti, vestono look aggressivi, non mangiano nulla a pranzo e a cena, vanno ogni giorno in palestra, sono sempre abbronzate d’estate e d’inverno, e hanno il passo di chi deve conquistare il mondo. Alcune di queste donne parlano alle altre donne per pura cortesia, ma tante volte non usano nemmeno quella. Capacissime di non proferire verbo per ore, appena vedono un uomo si rivitalizzano immediatamente: Giorgia era così! Ci sono donne che rovinano la vita di chi hanno vicino, donne che rovinano la vita di sconosciuti, donne che si vendono all’altare, donne che non sanno cucinare. Però ci sono anche donne che sanno parlare alle altre donne, donne che camminano per strada non per farsi guardare ma per arrivare a casa, donne che stendono i panni ogni giorno al sole. Sono mani nere, gialle, bianche e rosse che si levano al cielo e che aprono le mollette sul bucato. Un mondo di mani di donne alzate verso il sole.

Di tutte queste donne, Giorgia ha scelto il suo tipo: donna in carriera che non vuole rinunciare alla sua femminilità, ma che in realtà non si rende conto di averla sacrificata nel momento in cui ha accettato regole del gioco tutte diverse. Può anche presentarsi in ufficio ben pettinata e truccata, elegante nelle sue scarpe con il tacco, ma si è trasformata nel tempo in quel tipo di donna che ricerca il potere fine a se stesso e che non ha nulla di femminile. Opportunista fino al midollo, le persone e le situazioni diventano interessanti solamente se possono portare un “valore aggiunto” e per questo vale la pena sfoderare tutte le armi conosciute di seduzione. Ma che fare con le donne? Con loro la seduzione non funziona, la cortesia non è sufficiente, il dialogo inesistente. È una fortuna per Giorgia che siano ancora poche le donne al comando, si può benissimo fare a meno di loro. Purtroppo non si può improvvisare un’esperienza sedimentata da secoli: le donne sono abituate a dare e a mediare, non a combattere. E spesso la vita in ufficio è una guerra: Giorgia ha deciso di vincere la sua a tutti i costi.

Terzo capitolo

Giorgia in tutto questo aveva fatto scelte ben precise. Il successo professionale era al primo posto per riscattarsi da una vita senza infamie né lodi. Per il lavoro continuava a cambiare città e fidanzati, amicizie non ne voleva, ma forse non ne venivano. Dura di carattere, non riusciva a relazionarsi con le persone perché stava sempre sulla difensiva e per questo diventava aggressiva. L’unica amica, quella vera, era Laura che aveva ancora la pazienza di starle dietro e di ascoltarla. Però quella sera Giorgia non aveva tanta voglia di chiamarla, ma compose ugualmente il numero sulla tastiera.

– Ciao Laura, ho saputo che mi hai cercato oggi.
– Sì, volevo sapere com’era andata la riunione, ma non hai una bella voce.
– Infatti, la riunione è andata male, quei maledetti vogliono fregarmi.
– Non dire così, un pomeriggio non può pregiudicare dei rapporti costruiti nel tempo. – Per fortuna Laura non conosceva la sua amica sul lavoro, altrimenti non avrebbe potuto dirle quelle parole di conforto.
– Ma che ne sai tu della guerra che bisogna combattere ogni giorno con il tuo lavoretto da quattro soldi? Non lo sai cosa vuol dire la mattina armarsi di tutta forza per affrontare la giornata.

Non era mai capitato che Giorgia rispondesse male, ma era anche la prima volta che si apriva e mostrava il fianco: non era la solita super donna a cui Laura era abituata. Doveva essere successo veramente qualcosa di grave. Giorgia si rese conto di averla ferita e, dopo aver contato uno-due- tre, il suo tono divenne immediatamente più tranquillo:
– Scusami, non volevo mancarti di rispetto… lo sai che non condivido il fatto che tu abbia lasciato la tua laurea in un cassetto. D’altronde, mi rendo conto che tu, con i figli piccoli…

E qui era molto meglio evitare l’interminabile discussione che nasceva ogni volta che affrontavano l’argomento lavoro. Laura aveva rinunciato ad una brillante carriera quando era in attesa di Chiara, perché come responsabile del personale di una multinazionale sapeva che non avrebbe dovuto procreare. Durante la gravidanza, Laura aveva messo in discussione tutto l’ordine dei valori e dei principi che erano il risultato della sua educazione, e in mezzo ai fumi delle nausee aveva fatto tabula rasa e aveva deciso di ricominciare a modo suo. Aveva deciso che voleva tornare a casa serena da sua figlia. Purtroppo gli ambienti di lavoro troppo competitivi tolgono energie e positività e non si conciliano bene con l’idea di serenità che lei aveva in mente. Per questo motivo, Laura decise di non ricominciare a lavorare subito, con la bambina così piccola. Solo dopo il secondo compleanno di Chiara, ricominciò a lavorare part-time come segretaria presso un piccolo studio di consulenza.

Giorgia cerca quindi di cambiare discorso per non entrare in polemica su scelte che la trovano completamente in disaccordo.
– Scusami Laura, forse è meglio che ci sentiamo un’altra volta. Non è proprio giornata – …dodici, tredici, quattordici…Giorgia stava contando quante volte si accendeva la spia del telefonino. Ogni tanto malediva questa sua mania di contare tutto quello che le stava intorno.
Laura, pacata, le dice semplicemente: – Chiamami quando vuoi, ma forse ti farebbe bene sfogarti a caldo. È un buon modo per sputare il rospo e schiacciarlo.
– Forse hai ragione tu, ma è che ancora non ho capito bene cosa mi è successo in quella maledetta riunione. Forse ho bisogno di metabolizzare la cosa per analizzarla meglio domani quando mi sarà passata la rabbia. – È la prima volta che la situazione le sfugge di mano, abituata ad avere tutto sotto controllo, si trova impreparata ad affrontare un momento così strano.
– Devi smetterla di voler capire sempre tutto – Laura risponde con impeto – a volte è importante far risalire le emozioni, anche quando ci portano sofferenza, anche quando c’è rabbia. Come pensi di soffocare sempre tutto questo mondo?

Improvvisamente Giorgia si accorge di un’ondata incontenibile di tristezza che le sale dalla pancia fino alle tempie, riempiendole gli occhi di sale che fa male. Ed in mezzo ad un pianto liberatorio, cerca di farfugliare mezze frasi:
– Sai, Laura, quell’analisi di fattibilità… l’apertura di una rete di negozi che fanno capo a Berlino… costi, previsioni di fatturato, personale da assumere, leggi locali… e poi il franchising, numero punti vendita… confronti… break even point… sito internet… Laura, mi hanno silurata. – Dopo un lungo silenzio nasale, una frase compiuta: – Sono finita.
– Ecco, adesso sei precipitosa – Laura cerca di sdrammatizzare – piangi, che ti fa bene. Adesso ti fai anche un bagno caldo ed una bella dormita con la camomilla sul comodino. Poi ci sentiamo domani, che mi racconti cos’hai metabolizzato.

Allora il magone che le sale in gola si trasforma in un pianto infinito che travolge le sue scelte, le sue certezze saltano tutte all’aria e si sente molto sola. Un bel bagno caldo. È vero: l’idea non è male: l’idromassaggio ha fatto miracoli ogni volta che Giorgia rientrava stressata dal lavoro. Ma questa volta è diverso. Si guarda intorno come se cercasse di ritrovarsi nella sua casa, di riconoscersi.

La sua casa, in una palazzina antica del centro storico, bella e perfetta come la sua immagine. Pochi mobili, colore dominante il bianco, come detta la tendenza minimalista. La casa si sviluppa su due livelli: una grande sala con un minuscolo angolo cottura, tanto a cosa serve cucinare?, e la camera da letto sul soppalco a cui si accede con una scomodissima scala a chiocciola. Ovunque manca qualcosa che abbia scelto da sola, anche sbagliando. Forse la camera la rispecchia di più, perché non ci entra quasi mai nessuno e qui si concede un disordine inaspettato. Infatti si rifugia in camera sua dove si respira un po’ di calore, se non altro per la sedia ricoperta di vestiti che danno un senso di vissuto.

Il letto in legno non è stato rifatto e il comodino, una piccola sedia antica di quelle che si trovano nelle chiese, è così ingombro di ‘strafanti’ che la camomilla bisogna appoggiarla sul libro che sta leggendo. La piccola lampada occupa metà della sedia e l’altra metà è piena di creme cremette, boccette di profumo, fazzoletti di carta, dischetti di cotone e diversi colori di smalto per le unghie. Dopo essersi buttata sul letto e aver pianto quello che doveva piangere, si guarda intorno e vede i suoi smalti. Ecco cosa fare: invece di un bagno ci vuole un bel pedicure. Si spoglia senza malizia e si fa una doccia veloce per buttarsi tutto alle spalle. Infila il pigiama di seta blu, si toglie il trucco di una brutta giornata, apre lentamente il beauty case e prepara il necessario per la cura dei piedi. Scalda l’acqua per la bacinella e cerca ovunque, senza trovarli, i separadita per i piedi. I piedi. Mentre se li guarda, immagina i piedini di un bimbo, così ingenui. E pensa a quanti piedi belli e brutti si vedono in estate, con i sandali e con gli infradito, piedi che sanno camminare e piedi incerti di persone tristi.

E le tornano sensazioni forti pensando a quei piedi nodosi e secchi, neri di ragadi, che aveva visto l’estate prima al mare, piedi fermi e sicuri di un giovane pescatore con i pantaloni arrotolati alla caviglia che sistemava le sue reti. Quel ragazzo, con i suoi piedi, le poteva far fare le pazzie a cui non era abituata. Mentre sceglie un bordeaux scurissimo fra le sue boccettine di smalto, pensa a quel regista che si fa mostrare i piedi nella selezione delle attrici. Ma chi è, non riesce proprio a ricordarlo.

Di nuovo il magone che le sega il collo. Non c’è niente che riesca a riempirle il vuoto che le si apre intorno. Un vuoto enorme, riempito di tutte le sue cose che la facevano normalmente sentire bene: un armadio pieno di tailleur da donna manager, la palestra il lunedì e il giovedì, il mercoledì dal parrucchiere e il mercoledì successivo dalla massaggiatrice. Tutto organizzato, tutto preparato, un ordine preordinato che salta solo quando deve andare all’estero per lavoro. Ogni due fine settimana rientra all’ovile per trovare i suoi genitori e Laura.

Laura. Sicuramente lei questa solitudine non l’ha mai provata. Se la vede che corre dietro alle sue pesti di bimbi per metterli in vasca prima della cena. Alla fine della giornata, Laura dice sempre: anche per oggi si è compiuto il miracolo italiano: hanno mangiato tutti, i bambini sono a letto ed è finalmente partita la lavastoviglie.

Laura. Erano così vicine quando studiavano, così simili nei traguardi da raggiungere, che non si sarebbe mai aspettata di vederla felice nel solito quadretto familiare.

Giorgia aveva detto forte “Io No”. Non voleva ritrovarsi a dover pensare ogni giorno a cosa cucinare la sera per un uomo che magari l’avrebbe piantata di lì a poco. La sua strada era da sola, magari con quel cane che non ha mai avuto il coraggio di prendere perché temeva si sarebbe sentito troppo solo.

Quelli presentati sono i prime tre capitoli
del romanzo inedito Il ragazzo del tè.

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