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Quando ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura nell’ottobre 2004, Elfriede Jelinek non ha partecipato di persona alla cerimonia in suo onore. Al suo posto a rappresentarla ha mandato a Stoccolma un video registrato davanti a una telecamera piazzata nel suo appartamento di Vienna in cui leggeva il discorso di accettazione. In quei giorni le cronache riportarono la leggenda che la scrittrice austriaca soffre di agorafobia e detesta i luoghi pieni di gente. Tutto da verificare. In ogni caso il suo bizzarro comportamento e il suo misterioso personaggio suscitarono allora una curiosità ancor più grande rispetto a quella che si andava diffondendo intorno ai suoi testi pressoché sconosciuti. Della sua vasta produzione infatti solo quattro libri risultano tradotti in Italia (La pianista e Nuvole, casa pubblicati dalla casa editrice Se, Le amanti e La voglia pubblicati da Frassinelli) ed ora Se sta facendo uno sforzo notevole per portare sul mercato nuovi titoli. Né le motivazioni del premio (“Per il flusso musicale di voci e controvoci dei suoi romanzi e commedie che con una straordinaria accuratezza linguistica rivelano le assurdità e il potere autoritario dei clichés sociali”) né la videoconferenza sono per il momento disponibili in italiano ma si possono leggere su Internet, nel sito Nobelprize.org solo in svedese, inglese, tedesco e francese.

La vincitrice del Nobel dunque non si è presentata davanti all’Accademia di Svezia ma ha spedito un pazzesco discorso preconfezionato. Pazzesco non perché tale aggettivo implichi un giudizio di valore sminuente, ma perché lei stessa, l’autrice, nell’ultima pagina, quando conclude che tutti hanno la bocca e dunque possono muovere la lingua mentre lei è l’unica a non riuscire a usarla per parlare, riferendosi a sé dice di essere folle: non incosciente, ma pazza. Nel suo discorso sicuramente originale, al limite tra l’esercizio di scrittura e la dichiarazione di poetica resa in uno stile inconfondibile, Elfriede Jelinek tralascia i temi prediletti che nei suoi romanzi ruotano intorno alle contraddizioni della società austriaca contemporanea, alle prevaricazioni maschili sulle donne e alla desolante incapacità di queste ultime di riscattarsi.

Si dilunga invece sulla lingua. Lo fa standosene in solitudine, in disparte, o meglio “in fuorigioco”. È questo il titolo del suo intervento, anche se mi chiedo quanto questa traduzione sia azzeccata, essendo un termine mutuato dal calcio, sport che intuisco abbia poco a che spartire con l’autrice, la quale passa in rassegna i poeti e il tempo, la realtà e l’apparenza, lo sguardo, il cammino della scrittura, l’isolamento… E la realtà menzognera, da cui l’unica a proteggerci è la lingua.

Paragonata a una cagna da guardia, la lingua è l’unica difesa: descrivere, e scrivere, per non essere descritti, nel bailamme di nomi infiniti in cui siamo immersi. Le parole sono dappertutto intorno a noi, basta prenderle, ripeterle e farne delle espressioni infrangendo le regole, anzi, bisogna inventarsene di nuove. Come una cagna la lingua è docile, si lascia accarezzare e si sdraia sulla schiena per farsi addomesticare, ma può anche mordere e rivoltarsi contro, dev’essere domata di continuo, curata e migliorata, per questo si deve osare, creare combinazioni del tutto nuove.

Restando fuorigioco e anche controsenso, l’autrice usa strutture linguistiche mutuate dalla psicoanalisi con astrazioni e assonanze, catene di sensi, associazioni libere, giochi di parole. Pur mantenendo la corretta costruzione delle frasi fatte di soggetto, verbo e complementi, la lingua da lei adottata risulta difficile ed è difficile spiegare perché sia così difficile. Eppure il suo stile risulta affascinante proprio perché raccoglie il materiale grezzo in rivoli di sensi che circolano in vasi comunicanti e sono sottoposti a decantazioni successive fino alla purezza. Una lingua del genere è sicuramente studiata e costruita a tavolino, non può uscire per caso, è il risultato di un pensiero costante e monomaniaco, è generata da chi ha un chiodo fisso in testa e si è affezionato a quel gioco della generazione frattalica di nuclei di senso. È evidente che tale gioco piace molto alla sua creatrice, le riesce bene e, pur nella ripetizione, varia di continuo.

Dunque la Jelinek ci insegna che si può usare tranquillamente una lingua diversa da quella materna. Possiamo partire dalla lingua materna, ma dobbiamo disfarcene e crearne una di nostra. Il senso nuovo esce da lì, dal processo generatore di una lingua che accosta le parole in modo insolito, mai sentito né visto: esattamente ciò che si riscontra nei suoi romanzi e testi teatrali.

Nell’eterna contraddizione tra il vivere e lo scrivere, la lingua è in agguato, ed Elfriede si chiede cosa le farebbe pagare questa cagna da guardia se lei si provasse a vivere e a mettersi in movimento anziché restarsene immobile. E afferma di lasciarsi sempre guidare dalla lingua, come se essa fosse responsabile del suo comporsi e non fosse lei, l’autrice, la responsabile della propria scrittura. Affermazioni, queste, calibratamente azzardate, in linea con il gioco del dire tutto e il contrario di tutto: si può fare perché la lingua non è la logica. Ma il gioco dell’assurdo e della follia Elfriede lo pratica solo a parole, mentre le sue idee sono del tutto responsabili. Se si guardano infatti anche solo le quattro opere tradotte in italiano, risulta che i contenuti sono chiaramente costruiti su prese di posizione coscienti sui temi portanti della cultura politica di sinistra e del pensiero femminista.

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