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Matilde non se lo sarebbe mai aspettato
quando entrò per la prima volta nel camposanto. Prima di allora le sue visite si
erano limitate alle tristi e un po’ formali circostanze dei funerali di
famiglia. Ma quando, dopo aver perso il marito, cominciò a frequentare con
regolarità il luogo del riposo eterno, si accorse che strani fermenti lo
percorrevano. Tutto cominciò una mattina che stava disponendo fiori freschi
sulla tomba di Renzo: un garofano qua, una rosellina là, due o tre iris –
peccato che sfioriscano così presto! – un po’ di fresia, tanto verde. Era scesa
dalla scaletta per ammirare il suo lavoro da lontano, quando una donna le si
piazzò davanti fissandola. In breve Matilde si accorse della quantità di gente che si incontrava nel cimitero, ma notò anche, con sorpresa, la diversità dei rapporti umani lì dentro. La città era ormai invivibile, degradata al rango di immondezzaio, frequentata dopo una certa ora solo da scioperati e teppisti, durante il giorno percorsa, anzi corsa a perdifiato, da un’umanità indaffarata e stizzosa, incapace del più piccolo gesto non solo di solidarietà, ma perfino di banale cortesia. Al cimitero invece, chissà per quale strano mistero al quale non era certo estranea la presenza dei defunti, il contatto con il prossimo diventava civile ed umano, o meglio lo ri-diventava, come se un incantesimo avesse portato indietro l’orologio della storia ad altri tempi: quelli della gentilezza e della buona educazione. Comunque fosse, la stessa gente che al di fuori appariva diffidente e ostile, una volta entrata nel cimitero abbandonava le proprie riserve, diventava amichevole e ben disposta, tanto che chiunque poteva attaccare discorso con chiunque senza che nessuno si offendesse. E non erano le solite vecchiette, sole e occupate nella difficile arte di passare il tempo, ad essere socievoli – ché questo si sarebbe spiegato – ma anche le donne di mezza età, i pochi uomini e perfino i rarissimi giovani in visita estemporanea al sepolcro dei nonni. Tutto ciò accadeva mentre il resto della città diventava sempre più aggressivo, in preda all’incuria e alla guerra per bande. Così Matilde, che mai avrebbe pensato di arrivare a tanto, cominciò a frequentare il cimitero, a vestirsi con particolare cura, a portarsi una seggiola pieghevole per sostare in comodità presso la tomba del povero Renzo, dove le amiche erano certe di trovarla. Fu un esempio contagioso. Presto anche le altre si portarono la seggiola e, con l’estate, anche lo sdraio, e poi una rivista, il lavoro a maglia, un libro. E siccome già da prima si portavano forbici e innaffiatoi, stracci, cere e detersivi, ecco che molte persone cominciarono ad arrivare cariche di roba con borsoni sempre più grandi, poi con sacche da palestra e valigie con le ruote. Si ritornò così a un’antica usanza, dimenticata da almeno un ventennio e di cui i giovani avevano appena sentito parlare. Si trattava di camminare in su e in giù e di fermarsi a parlare con quelli che si conoscevano, in quanto quelli che non si conoscevano sarebbero stati comunque presentati da altri. Un tempo questa attività era praticata con entusiasmo in centro, tra caffè e boutiques, ora tutti spariti e sostituiti da negozi di abbigliamento con musica assordante o fast-food di scarsa affidabilità gastronomica. Fu Matilde la prima a notarlo quando, con due o tre amiche, incrociando altri gruppi di donne che camminavano in senso opposto disse: – Sembra di essere tornate ai tempi delle vasche! Fu così che incontrai mio marito, quarant’anni fa. – Furono tutti d’accordo, anche quelli che venivano dal sud, quando fu loro spiegato che le cosiddette “vasche” non erano nuotate in piscina, ma l’equivalente del loro “struscio”. Da allora questi termini furono ripresi e le signore, eleganti e profumate come se avessero ritrovato qualcosa dei tempi perduti, presero a comportarsi come quando erano ragazze, in città o in lontani paesini. Camminavano, si incontravano, chiacchieravano e si prendevano a braccetto, spesso cambiavano gruppo per poi ritornare a quello di prima e ridacchiavano, bisbigliando tra loro, quando vedevano qualche vedovo ancora prestante. Anche i pochi, ambitissimi, uomini cominciarono a raggrupparsi tra loro. Preferivano stare presso una delle tombe delle povere mogli e qui aspettare il passeggio guardando chi c’era e chi non c’era con aria noncurante, talvolta fumando nervosamente, talaltra fischiettando o facendo finta di niente, mentre i più tenebrosi ostentavano il loro distacco ascoltando la radiolina con l’auricolare, ma intanto rimanendo lì. Nel passeggiare le signore si fermavano all’una o all’altra tomba, spesso scoprivano loculi di conoscenti di cui non avevano saputo più niente da anni, oppure seguivano itinerari obbligati le cui tappe erano costituite dagli avelli di amici e parenti di cui si raccontava la storia. Ed era tutto un infittirsi di storie che attraversava il cimitero insieme ai gruppi: storie dei poveri morti e storie di chi li aveva pianti, ricordati, onorati o, al contrario, dimenticati. Questi sentimenti, del resto, erano già evidenti nella tomba in sé, sepoltura o loculo che fosse, nella cura posta dai viventi, nella freschezza dei fiori, nella lucentezza del marmo, nella presenza – che veramente tagliava la testa al toro! – del lume votivo, che i più spietati dopo un paio d’anni non pagavano più lasciando la tomba a parlar male di loro. Non valutabili, comunque private, ma sempre indicative, erano invece le scelte personali. E se alcune tombe mostravano un eccesso di ostentazione religiosa per via delle dimensioni esagerate di statue e rilievi marmorei in atteggiamenti enfatici, altre erano significative di una fede sobria e perciò più autentica, e altre ancora, senza neanche una croce, testimoniavano una laicità esplicita e solenne, il dolore dignitoso per un sogno in cui non si è creduto. Alcune, fregiate del simbolo della donazione organi, dichiaravano un gesto generoso, compiuto in vita dal defunto e ribadito dai suoi cari in un momento generalmente triste, in cui di solito non si pensa al prossimo, altre con doppio nome e spesso doppia foto indicavano la cremazione di chi aveva voluto seguire, anche fisicamente, qualcuno che aveva molto amato. Tante cose dicevano le tombe, soprattutto sul conto di chi ancora vive! Matilde – che pur non era una piccola donna a cui non fosse rimasto altro – cominciò ad apprezzare le visite al cimitero, a farne il momento cruciale della giornata, quello della socializzazione e dello svago, provando, dopo anni di solitudine, la sensazione di essere capita, apprezzata, considerata. Se non ci andava per qualche giorno, al ritorno le chiedevano subito: – Come mai non c’eri nei giorni scorsi? Stavi male? – C’era della sollecitudine affettuosa nelle amicizie cimiteriali, non falsata dall’interesse che spesso offusca i rapporti tra gli umani moderni. Così il cimitero cominciò a diventare il luogo “sociale” della città; perduti ormai i bar e le caffetterie, i cinema e le vie fitte di negozietti, fu il giardino della morte a prenderne il posto. Escluso il periodo della festività dei defunti, quando arrivavano a stormi gli occasionali e volgari visitatori annuali, – “quelli del due novembre”, come li chiamavano, gente che soffoca i sensi di colpa sotto enormi mazzi di fiori destinati a marcire in solitudine fino a primavera inoltrata – e le signore si dileguavano; escluso quel periodo, infernale ma per fortuna breve, il cimitero finì per diventare il salotto buono della città, un salotto serio però, dove si parlava delle cose che contano davvero: gli affetti, i ricordi, i dolori, le gioie, le speranze. C’era chi si portava il caffè o il tè nel thermos per offrirlo alle amiche in tazzine da campeggio, chi aveva un tavolino pieghevole e un mazzo di carte, chi una colazione al sacco e insomma, in breve, tutti i frequentatori cominciarono un po’ a bivaccare, oltre che a passeggiare, con capannelli accomodati su sedie, e d’estate c’era anche l’ombrellone, mentre qualcuno usciva a comprare gelati per tutti. Così tra vecchie storie, di vivi e di morti, si svilupparono storie nuove: amori, amicizie, simpatie, ma anche qualche antipatia e piccola rivalità. In tal modo Matilde e Gioconda si ritrovarono ancora rivali per Attilio, ma stavolta fu Gioconda a prevalere conquistando l’aitante e maturo gentiluomo, mentre Matilde, come già Gioconda quarant’anni prima, rimase con un palmo di naso. Ma non se ne curarono più di tanto e la nuova coppia, formatasi per tardivo riciclaggio, continuò a frequentare il cimitero per diverse ore al giorno, in quanto solo lì ritrovava tutti gli amici, morti e vivi. Il guaio era che il camposanto chiudeva presto. Al tramonto il pesante cancello di ferro veniva implacabilmente serrato e incatenato con un lucchetto e la zona diventava luogo di spaccio e di sesso occasionale. Non si poteva far niente, purtroppo, e i tentativi, più volte azzardati, da alcuni frequentatori ammanicati con il Comune erano andati a vuoto. La Legge vietava l’accesso ai cimiteri nelle ore notturne, non si sa se per paura dei fantasmi o per sbarrare l’accesso ai profanatori. Ecco che allora una passeggiata romantica tra le tombe, al chiaro di luna o sotto le stelle, non la si poteva fare. Dura lex sed lex. E molta gente che volentieri sarebbe uscita di sera, come si faceva una volta, doveva restare chiusa in casa a guardare, in mancanza d’altro, ignobili programmi televisivi. Ci si telefonava, ma non era lo stesso parlare con uno, quando si poteva, andando lì, parlare con tutti. Così le serate erano tristi, le vacanze allo sbando, i fine settimana di una noia insopportabile. Ma per fortuna c’erano i giorni normali, quando le compagnie sciamavano in cimitero con valigie e bagagli contenenti i generi di conforto per rendere più ameno il soggiorno. Fu
la tombola a rovinare tutto e la causa involontaria fu proprio la coppia
Gioconda-Attilio. – Perché non facciamo una tombola per Natale? – avevano
proposto e subito l’iniziativa aveva riscosso successo. Avevano fissato il
prezzo a cartella, raccolto i soldi, – tanti, visto il numero dei partecipanti –
acquistato ghiotti premi e distribuito le cartelle. La settimana prima di
Natale, un venerdì freddo e soleggiato, erano arrivati con sedie e tavolini,
bevande calde e bottiglie di grappa. Si erano piazzati in uno slargo e qui
avevano cominciato a estrarre i numeri. Matilde tirava fuori i dischetti
numerati, Gioconda li faceva vedere alzando la mano, Attilio, con la sua voce da
ex-baritono dilettante, li declamava. L’ambo, il terno e la quaterna erano già
stati assegnati e il gioco stava diventando appassionante, quando alcuni Vigili
in divisa capeggiati dall’Assessore ai Lavoro Pubblici entrarono platealmente in
mezzo il gruppo intimando: – Basta! Fuori di qui! È contro la legge. Da allora al cimitero ci si incontra da cospiratori, ma ci si incontra. Si cerca di non essere mai più di cinque quando si chiacchiera e i più vecchi hanno già paragonato questi accorgimenti a quelli che si prendevano sotto la dittatura per evitare l’accusa di “adunata sediziosa”. E mentre nella città si infittiscono le rapine, i furti, gli scippi, gli stupri, lo spaccio e altre attività consimili il sindaco, “per prioritari motivi di ordine pubblico”, ha ridotto a tre ore l’orario di apertura del cimitero e ha fatto affiggere sulla cancellata di ferro un grande cartello che, a lettere di scatola, ordina: “Visite brevi”. |
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