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Fahrenheit 451 nel 2018

Riproponiamo molto volentieri la seguente nota dell'amico Stefano Valentini
a proposito della distruzione di libri ad opera di una biblioteca pubblica.

da: https://www.facebook.com/stefano.valentini.908/posts/10216462149579220
e https://www.ilrestodelcarlino.it/rovigo/cronaca/cibotto-libri-molesini-1.4371888?fbclid=IwAR0-tRSjh17M_7kNDMM3DF5AHnHRoxWFfbos47OjvXkZCnn3-IUkBokqQ5I
 

Questa volta, tocca esser d'accordo con Sgarbi. Sappiamo bene come spesso le biblioteche appartenute ad intellettuali e personalità illustri, dopo la loro morte, facciano una fine ingloriosa: io stesso, l’ho raccontato in un post l'anno scorso, ho a casa alcuni libri con il timbro "Pietro Nonis episcopus" (per chi non lo ricordasse, fu vescovo di Vicenza e prorettore dell'Università di Padova) e non perché glieli abbia rubati mentre era in vita ma perché li ho acquistati, tre anni dopo la sua scomparsa, ad un paio di euro sulle bancarelle di Prato della Valle. Stesso destino, ho già ricordato anche questo, subì una trentina d'anni fa la biblioteca di Cesare Musatti, padre della psicanalisi italiana: cosa che suscitò qualche clamore, rapidamente spento.
Ma l'elenco potrebbe essere lungo e comprenderebbe, ahinoi, anche interi magazzini editoriali (la Forum/Quinta Generazione del compianto Giampaolo Piccari dirà poco o nulla ai più ma, ricordandola qui, farò stringere il cuore ad alcuni). Ad ogni modo, non intendo disprezzare le bancarelle, possono anzi essere un modo di dare una seconda vita a libri altrimenti destinati alla penombra perenne di qualche inaccessibile scaffale, e infatti la residua speranza è che dietro la generica e deprecabile definizione di “macero” si nasconda in realtà la cessione in blocco a qualche grossista di libri antiquari.
Ma qualora un'Accademia, cui è imputato il primario compito della diffusione e salvaguardia della cultura in tutte le sue forme, avesse realmente proceduto ad un effettivo macero di tali proporzioni, non potrebbe esservi alcuna giustificazione: tra l’altro, Cibotto nel suo territorio è stato un’autorità, la sua biblioteca era certamente colma di volumi importanti e che sia stata proprio una accademia (le restituiremo la maiuscola solo se l’accusa verrà ridimensionata) polesana a distruggere questo patrimonio, sia pure solo in parte, appare doppiamente vergognoso. Se 27 quintali sembravano troppi per una conservazione totale, sarebbe quantomeno stata d'obbligo la sensibilità di una “selezione naturale”: avessero diffuso la voce, si sarebbe formata una coda di potenziali interessati, sia tra gli addetti ai lavori che tra i semplici cittadini, e moltissimi libri avrebbero potuto trovare posto in piccole biblioteche di famiglie, paesi, quartieri, scuole, associazioni, ospedali, carceri. Anche ammesso che fossero volumi di scarto, un riuso era sempre possibile: bastava, insomma, un minimo di lungimiranza, d’immaginazione e d’iniziativa.
Nel sistema bibliotecario della provincia di Padova, capeggiato dalla biblioteca di Abano, una volta l’anno i volumi in eccedenza vengono messi in vendita al pubblico al prezzo di un euro ciascuno: c’è gente che viene via con borse della spesa e scatoloni pieni, con il doppio risultato di rimettere in circolo (e in lettura) un grande quantitativo di libri e di far incassare alle biblioteche centinaia e centinaia di euro che, in tempi così magri, serviranno per nuove acquisizioni e altri servizi. Evidentemente, all’accademia dei Concordi neppure questo importa. Se è un fatto che in Italia si legge poco e che solo una piccola parte di italiani ama i libri, mentre i più non sanno cosa farsene (e purtroppo si vede), è altrettanto vero che quanti li amano, invece, li amano davvero. E poi, suvvia: 2700 chili non sono neppure così tanti, ad un peso medio tra i due e i tre etti sono circa diecimila libri che, con un minimo di buona volontà, appaiono un quantitativo sicuramente gestibile, soprattutto da chi dovrebbe farlo per statuto. Io non arrivo a tanti, ma probabilmente mi ci avvicino e avverto tutti fin d’ora: lancerò una maledizione tipo Tutankamon su chiunque, dopo di me, avesse la malsana idea di destinarli alla distruzione.

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