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“Tienimi ancora per mano”

Biblioteca Comunale Giovanna Righini Ricci
di Conselice

Ci sono giornate indimenticabili. Ci sono giornate dove il sole ti accompagna anche se non c’è. Ci sono giornate dove…

Un insieme di pensieri ricorrenti, un leitmotiv che accompagna il percorso di questo libro, “Tienimi ancora per mano” che oggi pomeriggio, sabato 16 settembre 2017, l’autrice Fosca Andraghetti ha presentato presso la Biblioteca Comunale Giovanna Righini Ricci di Conselice (Ravenna). E davvero per lei deve essere una giornata indimenticabile perché qui ci sono le sue radici, perché a questo luogo la riconducono molti ricordi… E lo dice mentre chiacchiera piacevolmente con le prime persone venute ad ascoltarla. Un appuntamento messo in calendario dall’assessore alla cultura, Raffaella Gasparri su proposta di Stefania Gulminelli.

da sx Assessore alla Cultura Raffaella Gasparri e Fosca Andraghetti.

L’incontro è all’insegna di un dialogo fra più persone che, in un certo qual modo, sembra si conoscano da tempo. Non è così, salvo forse una professoressa che ha letto diversi altri libri dell’autrice a disposizione nella biblioteca.

Raffaella Gasparri inizia da questa chiacchierata informale a cui aggiunge la lettura del brano che compare di frequente nel testo.

La trama riguarda due sorelle separate in maniera odiosa e con l’inganno, quando Arianna, la maggiore, aveva tredici anni e la piccola Leda quasi sei. Siamo negli anni del primo dopoguerra in una Italia che fatica a risorgere dalle macerie; i genitori delle due bambine vivono ancora nel convento che li ha ospitati, assieme a molti altri sfollati, in attesa di trovare una casa e un lavoro. Ed ecco che un’altra mamma, con il marito in visita al convento proprio perché alla ricerca di un orfano da adottare, vede la bellissima Leda e la vuole a tutti i costi. Sono proprietari terrieri con tracce di nobiltà, che non possono avere figli; con artifici vari e donazioni al convento riescono a convincere i genitori biologici che questa adozione può rivelarsi una fortuna per loro stessi oltre che per le figlie. Per mascherare, in qualche modo, questa azione illegale e riprovevole, ad Arianna viene fatto credere che la sorellina è morta di meningite e Leda invece viene quasi convinta che coloro da lei ritenuti i suoi genitori e sua sorella non erano affatto tali.

Un dolore per entrambe, un qualcosa che non comprendono e che segnerà in gran parte le loro vite. Sarà il destino, o il caso, a riportare a galla le trame di questa adozione fuori da ogni regola.

Fosca Andraghetti e Raffaella Gasparri con gli addetti alla biblioteca.

Rispondendo alle domande di Raffaella, Fosca racconta la sua interpretazione dei sentimenti delle persone coinvolte in questa vicenda. Il rifiuto di credere che non aveva genitori e sorella biologici di Leda e la ricerca, da parte di Arianna, di una tomba che non avrebbe mai trovato; da qui una sorta di rancore intimo verso sua madre, colpevole di non averla avvertita subito di quanto sosteneva fosse successo. Come siano riusciti questa madre e questo padre, che si privano delle più piccola delle figlie convinti di dare un futuro migliore a entrambe, a convivere con questa procurata assenza e lacerazione per tutti non è facile anche calandosi nel periodo storico in cui si svolge la prima parte di questa vicenda.

Raffaella Gasparri e Fosca Andraghetti.

Sergio Ducci e Fosca Andraghetti.

Il discorso si sposta sulle adozioni del dopoguerra: le migliaia di bambini partiti soli sulle navi che li avrebbero portati in America e, da qui, la domanda su come, all’autrice, è venuta l’idea di scrivere questo libro. Lo racconta, Fosca Andraghetti, con un parlantina tutta sua, passando dalla trama vera ai suoi anni di collegio dove di bambine da adottare ce n’erano. Poi i luoghi dove alcuni sono riconoscibili citando solo uno particolare come il ponte Alidosi di Castel del Rio.

Racconta e commenta con ironia certe situazioni e certi personaggi, proprio come li propone nel libro perché, dice, “la vita è abbastanza complessa di per sé, quindi mettere un po’ di leggerezza nel fantasticato doloroso, potrebbe aiutare il lettore a fare altrettanto nella realtà.”

Alcuni dei libri dell’autrice esposti in biblioteca

Il dialogo fra lei e Raffaella Gasparri continua parlando del notaio Morandini, figura tracciata non solo da un punto di vista professionale, ma anche da un punto di vista umano inserendo nel racconto piccoli episodi che lo avvicinano maggiormente alle due donne che, in maniera piuttosto fortunosa, hanno avuto la possibilità, se lo vorranno, di incontrarsi e provare a ricostruire quelle parti delle loro vite, oltre cinquant’anni, vissute separatamente.

A questo contribuiscono le lettere che Stefana, la madre, si è premurata di indirizzare ad ognuna delle sue figlie sperando che un giorno possano ritrovarsi e, attraverso il quotidiano a cui le accenna nei suoi scritti, riescano a recuperare tutti gli anni mancanti.

Le lettere sono una componente di altre storie che Fosca Andraghetti ha scritto e anche un mezzo di relazione e comunicazione straordinario, come dice Raffaella Gasparri, smarrito purtroppo con l’avvento degli sms.

“Che cosa ha rappresentato per te la scrittura?” chiede Stefania.

“Un salvavita e, magari, anche qualcosa di più. Capita che chiedi aiuto o conforto a persone che, in quel momento non hanno tempo o voglia di ascoltarti. La carta, e ciò che metti con la matita su di essa, diventano una sorta di autoterapia, la certezza che carta e penna, o matita, non ti tradiranno mai, non ti deluderanno mai.

L’incontro volge al termine, ancora qualche commento dal pubblico che ha apprezzato il libro e la qualità della scrittura, messa in risalto da alcune letture a cura di Raffaella, oltre alla briosità di Fosca che intercala la fantasia del libro con il racconto di realtà da lei vissute.

Una parte della sala della presentazione,

da sx Stefania Gulminelli con il figlio Michele, al centro Fosca Andraghetti

Un ulteriore intervento proviene dal piccolo Michele, figlio di Stefania, che chiede all’autrice come si è avvicinata anche alla poesia. Risponde che è stato grazie all’invito di un professore, docente di scrittura creativa. Un ulteriore modo di portare alla luce la sua creatività e la sua sensibilità. Capacità che non ha regole ben precise nel senso che i versi arrivano all’improvviso: un pensiero, un’immagine da descrivere. Per la narrativa, il romanzo in particolare, l’inizio è sempre manuale, trascritto poi al computer, integrato “in corso d’opera” magari appuntando qualcosa, in un taccuino, durante una passeggiata al parco dove, nel corso di lunghe camminate, rielabora mentalmente le parti già scritte per migliorarle e proseguire nel racconto.

Fosca Andraghetti “gioca” con la sua interlocutrice principale scherzando su un piccolo infortunio occorsole e di nuovo quella simpatia istintiva ricevuta dal pubblico, e allo stesso ritrasmessa, fa sì che questa bella atmosfera prosegua al momento del piccolo rinfresco in un dialogo divertito e divertente. L’omaggio ricevuto è un graditissimo libro “Le nostre radici: la Pieve di San Patrizio”, il paese dove ogni mattina l’autrice andava a prendere il treno per andare a scuola. Lei voleva studiare per poi scrivere!

Una parte del pubblico.

Fuori dalla biblioteca la città si sta animando: è in corso la “Sagra del ranocchio”, un’antica tradizione paesana; poco più in là, un lungo stand lascia intravedere tavoli e sedie, molto probabilmente i cuochi sono già all’opera. L’autrice, che quasi abbraccia il mazzo di fiori ricevuto, si avvia con Sergio Ducci, autore del servizio fotografico. Uno sguardo verso la piazza dove già una band suona con impegno. Un festa dove tutto diventa poesia anche in cucina.

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