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Cristiano Cavina e il suo faro

Simpatico. Carismatico. Ti parla come un amico. Sono impressioni abbastanza comuni in chi incontra Cristiano Cavina per la prima volta. Autore di una serie di storie, cha hanno come sfondo Casola Valsenio, “Paese delle Erbe e dei Frutti Dimenticati” in provincia di Ravenna, e come protagonisti i suoi abitanti, Cristiano riesce a trasmettere la sua naturale simpatia, la giocosità e la profondità dei sentimenti che appartengono agli “attori” dei suoi libri e a se stesso.

“Verrò con Giovanni. Lui vuole venire in treno! È la sua prima volta. Ci puoi venire a prendere alla stazione?”

Così aveva detto a Fosca Andraghetti, coordinatrice del “Gruppo di lettura Primo Levi” che lo aveva invitato a parlare di I frutti dimenticati (2008, Marcos y Marcos Editore) nell’ambito del progetto: “La scrittura nel nostro tempo – Lezione d’autore”.

da sx: Guido Armellini, Cristiano Cavina, Laura Rebecchi, Paola Poggi, Fosca Andraghetti e Anna Rocca.

E sabato 19 novembre 2011, qualche minuto dopo le dieci un tenerissimo papà Cavina, accolto da un lungo applauso, ha fatto il suo ingresso con il suo bambino speciale e sua madre Nicoletta nella Sala Conferenze della Università Primo Levi, in Via Azzo Gardino 20b a Bologna.

Cordiale e scherzoso il saluto di Guido Armellini, Direttore tecnico-scientifico, che ringrazia padre, figlio, da subito intento a colorare un album, e la giovane nonna per avere accolto l’invito.

L’incontro, condotto da Laura Rebecchi affiancata da Fosca Andraghetti, Paola Poggi e Anna Rocca, inizia con la lettura della prima pagina del libro:

“Il racconto più lungo della mia vita durò due settimane.
Avevo come palco una sedia di alluminio con i braccioli e la cornice era una piccola ma decorosa camera di ospedale.
Non erano previste domande dal pubblico e mi concedevo una pausa solo la sera, per andare a lavorare in pizzeria.
Quando il personale medico passava per le visite o per cambiare le flebo, ne approfittavo per bere un sorso d’acqua e per fumare una sigaretta.
Non ci fu l’applauso finale, ma il suono continuo di un segnale acustico.
L’unico spettatore era sul letto di fronte a me: il suo cuore aveva appena smesso di battere.
Quell’unico spettatore era mio padre.”

Il pubblico nella Sala Conferenze della Università Primo Levi.

Un linguaggio asciutto e scarno per dare inizio ad una storia: un misto di malinconie che sfociano in risate capaci di scolorire le prime. Una scrittura “serrata” che ti avvince, che ti porta a continuare nella pagina successiva e in quella dopo ancora con i personaggi che sembrano muoversi come nelle sequenze di un film. Un “biglietto da visita” che fornisce subito la potenzialità della scrittura di questo giovane autore di cui Laura cita le opere (che ha letto tutte), il paese dove vive e dove continua a svolgere il mestiere di pizzaiolo. Accenna al padre che non ha mai conosciuto e gli chiede cosa ha significato per lui continuare a vivere a Casola, che compare in mille sfaccettature in questo e negli altri suoi libri, come scrittore e come pizzaiolo. O come pizzaiolo diventato scrittore.

E Paola Poggi aggiunge una breve sintesi del contenuto del libro: la storia di un bambino dagli occhi da unno inquisitore che, diventato adulto, si appresta a incontrare il padre mai conosciuto quando anch’egli sta per diventare padre e, nello stesso tempo, si accorge di non amare più la sua compagna; poco dopo scopre anche di dovere affrontare la malattia: quella del padre sconosciuto e la sua. Su queste tematiche ruota tutta la storia raccontata in una alternanza di capitoli dedicati all’incontro con il padre, secchi e asciutti, e di altri dedicati alla narrazione della sua infanzia, ricchi di luoghi e personaggi raccontati dal punto di vista di un bambino con una sorta di umorismo spiazzante. Molte sono le persone che si prendono cura di lui: le suore Orsoline, il nonno, la nonna Cristina e mamma Nicoletta e i suoi amici di infanzia che cercano di frenare le sue intemperanze. In paese tutti gli vogliono bene e, scrive l’autore, anche i libri mi hanno fatto da babbo. Un bambino curioso, l’autore, che si immagina palombaro usando come travestimento una serie di oggetti trovati nel misterioso, per lui, comò della nonna. Un bambino e poi un adulto che legge tanti libri di ogni genere. Un bambino che ha sue risorse e tutto questo, unito all’ambiente in cui vive, lo porta poi a scrivere della sua terra e della sua gente e del suo bambino, il suo faro.

Cristiano Cavina dice le cose con naturalezza, la stessa che usa nella scrittura e precisa che i personaggi dei suoi libri sono abbastanza simili a quelli della sua famiglia e quindi anche a se stesso. Verosimili ma non gli stessi.

Legge un brano, tratto da un altro dei suoi libri, “Nel paese di Tolintesàc” dove si parla di gente che se ne va, un modo di dire tutto romagnolo per intendere i vecchi che muoiono. Un brano che colpisce, ma cos’è che non colpisce in questa scrittura che va dritto al punto, senza perifrasi e senza sconti?

Continua il dialogo con i suoi interlocutori, continua a raccontarsi. A P. Poggi che chiede cosa lo induce a parlare di ingorghi di parole e statua di sale, C. Cavina risponde che, essendo cresciuto in un ambiente molto cattolico, una mamma santa e una nonna ancora più santa, era rimasto molto colpito dal fatto che la moglie di Lot era stata trasformata in una statua di sale perché aveva disobbedito al divieto di voltarsi a guardare; una cosa che mi ha sempre colpito perché se ti volti a guardare, se cerchi di capire cosa succede ti trasformi in una statua di sale. Per quanto riguarda lo scrivere… a volte la vita è impossibile da rendere tutta intera con le parole, fa star male, ci sono cose che non riesci a infilare, devi cercare di rendere l’idea parlando di altro; la narrativa è un rospo irreale in un giardino immaginario.

da sx: Guido Armellini, Cristiano Cavina e Laura Rebecchi.

Fosca Andraghetti tocca un tasto dolente: quello del padre assente. “Improvvisamente scopri questo padre che non avevi mai conosciuto. Capita lì e tu lo incontri… Per raccontare queste cose le hai dovute guardare di traverso come dici tu, le hai affrontate direttamente, ti hanno mosso qualcosa? Quale è stata la reazione quando le hai messe sulla carta?

Cristiano Cavina sembra pensarci un po’ prima di rispondere, poi dice che sì, le aveva guardate molto di traverso; il libro era la nascita di Giovanni, anzi da quando sua madre Anna era caduta giù dalle scale già con una gravidanza a rischio. Voleva raccontare questa cosa e, in quei momenti di paura e di preoccupazione dove non capisci se stai facendo un brutto sogno o è tutta realtà, Cristiano ricordò il salmo 122, la valle oscura, Lui cammina con me, io ho bisogno, deve finire tutto bene… Giò è stato ricoverato per qualche mese, ma quando è uscito stava benissimo, quindi… Ecco ho raccontato questa cosa perché mi bruciava dentro: non ero stato capace di tenermi la mia compagna, quindi gli stessi errori che si ripetono.

Un autore che ha sempre letto e continua a leggere molto, che ha una immedesimazione totale per certi libri che sono diventati parte integrante della mia vita, perché fanno parte di una persona a cui voglio bene e “Il Conte di Montecristo” per me non è un libro, è uno zio. Cirano de Bergerac è un fratello maggiore…

Questo padre, questo scrittore che ama parlare anche del suo mestier di pizzaiolo, che nel momento del dolore e dell’angoscia, parla anche lui al Crocefisso…Io pensavo che il crocefisso fosse un citofono collegato con il Paradiso, quindi io ci parlavo così e gli ho detto tu non mi farai mai questo. Ti ho servito centoventimila messe, matrimoni, battesimi, io so che non mi farai questo.

Un altro momento di pausa, uno sguardo al suo bambino, alla sua testa inclinata verso quella di nonna Nicoletta. Un attimo e poi Anna Rocca ritorna al tema centrale della storia e cioè la paternità raccontata, declinata in tutti le sue manifestazioni. E Cristiano Cavina risponde con la sua ironia, raccontando il libro e se stesso. Voleva narrare la sua infanzia di bambino cresciuto senza un padre, un bambino che in realtà non aveva mai avuto problemi, ma volevo anche chiudere i conti con una faccenda che un po’ mi rodeva negli anni. Nessuno mi era mai venuto a cercare. Impossibile che non sappia chi sono, ma mi sono detto, va beh, ci penso io, chiudo la faccenda, sono passati tanti anni, mi faccio il pari da solo, visto che alla fine le parole le so usare e in questo caso servono. Quindi ho pareggiato io i conti… in fondo non so neanche chi sei così ti faccio morire…

Sorride al pubblico, sorride forse a se stesso, alla sua capacità di affrontare le cose in modo diretto e con il convincimento che tutto andrà bene comunque. E questa sua positività induce ad altre domande, magari un po’ curiose come quella di Anna Rocca che chiede se il discorso delle bugie, la sua capacità di destreggiarsi tra segreti e bugie, ha aiutato anche lo scrittore Cristiano Cavina a raccontare storia. La risposta arriva piena di ironia e divertimento: io non avrei mai raccontato niente se non fossi stato sostanzialmente bugiardo e certe volte le racconto talmente bene che ci credo pure da solo…e aggiunge un divertente episodio che lo ha visto, protagonista bambino, intento a chiedere a sua nonna dove avesse messo un giocattolo ricevuto in regalo che, in realtà, aveva solo sognato di ricevere.

Cristiano Cavina e la passione per la scrittura. È di Fosca Andraghetti la domanda su quando ha iniziato a scrivere e come si è introdotto nell’ambiente letterario, il suo rapporto con le case editrici e altro. Una storia anche questa, quella di un giovane uomo che è rimasto legato alla sua terra, al suo paese e al suo mestiere di pizzaiolo. Uno scrittore che, si potrebbe dire, vive ai margini del mondo letterario. Ho iniziato a scrivere dopo una serie di inciampi fortuiti in varie passioni. – risponde - Mi era successo con la chitarra che suonavo nel gruppo con i miei amici con la speranza di diventare una rock star e mi era successo quando facevo il chierichetto prima e mi vedevo già lanciato, negli occhi di mia nonna, verso il Vaticano, primo Papa delle case popolari.

Poco per volta racconta il suo percorso, gli esordi con i thriller e gli horror, il premio Tondelli poi la scuola Holden di Torino e il colloquio orale dove lui, con quel suo misto di ironia e malinconia, racconta /narra della nonna Cristina, ancora di Casola, dei racconti inviati alle case editrici. La Marcos y Marcos fu più lesta degli altri a dirgli che questi scritti piacevano. E così sono diventato un narratore, uno che racconta storie. Però faccio le pizze, nessuno ci crede più quando dico che faccio le pizze, però tantissime persone vengono in pizzeria a vedermi, per controllarmi… Alla Holden e a Alessandro Baricco devo molto. Qui ho scoperto di essere un narratore, non ero uno che doveva inventarsi chissà cosa, dovevo ricordare quello che avevo vissuto e riportarlo. È stata una grande lezione e io ho imparato molto qui.

Cristiano Cavina con il figlio Giovanni, il suo... faro.

Cristiano Cavina, il bambino palombaro, lo scrittore archeo-sommozzatore sta regalando al pubblico e alle sue interlocutrici un po’ del suo mondo fantastico, quello che narra non solo in questo libro, ma anche negli altri pubblicati. Tutti altrettanto ricchi: una mescolanza di fine ironia e di una apparente malinconia lieve. E racconta ancora di Casola, della festa dei frutti dimenticati, degli amici che si ritrovano nei suoi libri. Tutto con semplicità e l’aggiunta di qualche battuta, episodi divertenti.

Verso questo autore c’è, da parte del pubblico un misto di curiosità, simpatia ed affetto per il suo raccontare, per il suo raccontarsi, per la tenerezza di suo figlio Giovanni che se ne sta tranquillo, accanto a nonna Nicoletta, a colorare le immagini di un libro fino a quando inizia a reclamare suo padre. Un’immagine speciale, quella di Cristiano con il suo bambino in braccio, che reclama un’attenzione tutta personale.

L’incontro si conclude con soddisfazione di Giovanni che non ne fa mistero! Il suo pubblico, quello che lo ha ascoltato con incanto, lo tratterebbe volentieri ancora.

Laura Rebecchi ringrazia Cristiano Cavina che invita al buffet dove il suo bambino, coccolato da tutti, si affanna a dire che non mangia dolci: sua mamma non vuole. Le domande a Cristiano continuano, magari riferite alla squadra del cuore. Poi Fosca Andraghetti raccoglie la famiglia Cavina per accompagnarla in stazione.

Di questo incontro resterà l’immagine serena di un uomo contento di vivere tra la sua gente, che riesce a dare il giusto valore alle cose, che è un papà speciale per un bambino speciale e che anche oggi ha regalato al suo pubblico ore di affettuosa amicizia con le sue storie un po’ vere e un po’inventate.


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