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Duettando con Paolo Ruffilli

Fotografie di Sergio Ducci

Sono preparate, curiose, attente, dinamiche le donne del “Gruppo di lettura Primo Levi”. Con loro c’è un unico uomo, una sorta di voce fuori campo, gradevole e al contempo necessaria per confrontarsi con l’altra metà del cielo. Cercano tutti di ritagliarsi piccoli spazi per coltivare i loro interessi e anche partecipare agli incontri previsti da La scrittura nel nostro tempo – Una lezione d’autore, un progetto che ha un duplice scopo: confrontarsi su libri di autori contemporanei che maggiormente hanno suscitato il loro interesse e, possibilmente, in un pubblico dibattito conversare con gli autori stessi sugli argomenti da loro trattati e sul loro pensiero relativo alla scrittura nel nostro tempo, filo conduttore del progetto.

L’appuntamento di oggi, 3 aprile 2011, nella Sala delle Conferenze della “Università Primo Levi”, è con l’autore di Un’altra vita e L'isola e il sogno (entrambi pubblicati da Fazi editore): Paolo Ruffilli.

Conduce l’incontro Fosca Andraghetti, coordinatrice del gruppo, assieme ad Anna Rocca, Patrizia Dotti e Barbara Bisiach che leggerà alcuni brani.

da sx: Anna Rocca, Paolo Ruffilli e Fosca Andraghetti.

“Ha una lettura molto interessante questo progetto, perché le presentazione dei libri hanno, in genere, un carattere molto rituale: c’è qualcuno che elogia il libro, l’autore risponde ad alcune domandine dove, in genere, si resta su un piano molto superficiale. In questo caso la lettura preliminare è così accurata è agguerrita da rendere ancora più interessante l’idea sviluppata in questo progetto.”

Inizia in questo modo lusinghiero Guido Armellini, Direttore Tecnico-Scientifico della Università Primo Levi che, dopo il saluto rituale di benvenuto, presenta ufficialmente il gruppo e il progetto, nato da un’idea di Fosca Andraghetti.

da sx; Anna Maria Boriani, Guido Armellini, Paolo Ruffilli, Fosca Andraghetti.
Di spalle Patrizia Dotto e Barbara Bisiach.

“In questo senso, la chiave di lettura si distingue dalle presentazioni consuete – continua – e, inoltre, questo gruppo viene anche incontro ad una esigenza che noi, alla “Primo Levi”, abbiamo e che è molto importante ed è che i nostri iscritti non siano soltanto dei destinatari di iniziative, ma siano anche i protagonisti di iniziative, cioè che questa Associazione diventi anche un luogo in cui gli iscritti siano attivi facendo loro delle cose, che possano svolgere delle attività. Siamo molto grati e onorati di avere qui Paolo Ruffilli che inaugura il ciclo di incontri con gli autori. Chiunque voglia unirsi al ‘Gruppo di lettura Primo Levi’ sarà il benvenuto, senza preclusioni.”

da sx: Anna Rocca, Paolo Ruffilli, Fosca Andraghetti, Patrizia Dotti, e Barbara Bisiach.

Fosca Andraghetti, dopo una breve panoramica sulle molteplici opere letterarie di Paolo Ruffilli, interlocutore di grande capacità e conoscenza oltre che uno dei massimi esponenti della letteratura del nostro tempo, esprime le sue impressioni sulle caratteristiche del libro di oggi, Un’altra vita, che tratta dell’amore inteso come possibilità di altra vita, diversa da quella che i protagonisti hanno vissuto. Un libro particolare: 20 racconti ognuno di 8 capitoli, 5 racconti per ogni stagione, ogni racconto dedicato ad un grande della letteratura. I protagonisti sono lei e lui, non hanno un nome ed hanno in comune l’insoddisfazione per la propria vita. Un libro letto da Andraghetti con curiosità per la forma chiusa e per il linguaggio essenziale che portano istintivamente a scavare nel non detto per comprenderlo e comprendere le ragioni dei personaggi. Un libro letto a “piccoli passi” con interruzioni meditative e una dilatazione della storia raccontata. Sono racconti con cambiamenti a volte radicali: sono amori/passioni, sono amori a senso unico, amori diversi. Dietro ognuna di queste storie c’è, comunque, una nuova vita, anticipata sempre dalle naturali incertezze che precedono una separazione, le giustificazioni che uno da a se stesso per aiutarsi, forse, in queste scelte. Scelte che possono spiazzare, a volte repentine nel finale del racconto, fuori dagli schemi e anche dal nostro quotidiano pensare.

“Un libro che ha suscitato accesi dibattiti all’interno del gruppo di lettura. Ognuno di noi ha proprie preferenze letterarie e personali chiavi di lettura.” dice Andraghetti che, dopo la lettura di alcuni brani a cura di Barbara Bisiach, pone la prima di una serie di domande che denotano la curiosità di conoscere cose che non si sanno, il desiderio di confrontare pensieri, opinioni, punti di vista. Domande composte di parole che mostrano il forte spirito di squadra che caratterizza il gruppo assieme alla complicità, alla voglia di ottenere il massimo dal loro impegno fatto di analisi profonde, ma anche di ironia e giocosità complici. Partendo dalla forma chiusa, usata nel testo, chiede il motivo di tale scelta che, a suo parere, potrebbe rivelarsi costrittiva, se non addirittura faticosa per l’autore e risultare di difficile comprensione per un lettore ‘frettoloso’. Inoltre avverte, nei personaggi di questi racconti, una sorta di dolorosa incomunicabilità che, in qualche modo, ricorda Michelangelo Antonioni nei suoi film.

Amo molto la forma chiusa – risponde Ruffilli – Per esperienza so che, per essere liberi, bisogna farsi imprigionare: la conquista della libertà attraverso la costrizione che porta alla trasgressione. E’ così che la creatività diventa più poderosa, più coinvolgente e più stratificata. In poesia, per dire tutto bisogna dire il meno possibili giocando con la legge dell’inversamente proporzionale. La poesia si fonda sul vuoto, il vuoto è più importante del pieno…”

L’autore prosegue in una sorta di lungo frammento di quella che si rivelerà una grande lezione d’autore, un autore che, risalendo al significato etimologico del verbo suggerire, spiega perché la creatività ha a che fare con il vuoto, cioè con l’assenza che peraltro è presenza. La poesia ti abitua a giocare proprio su questo fronte: quello di dire molto con il poco. Per fare questo occorre porre dei limiti, disegnare dei confini ristretti: in questa lotta con il confine ristretto si riesce ad andare oltre… Questo avviene nella quotidianità e avviene nella creatività; da qui la scelta di darmi dei termini: 20 racconti divisi nelle quattro stagioni, 5 racconti per ogni stagione ogni racconto chiuso entro 8 capitoletti e organizzato in questa ottica, nella sfida contro la scienza, contro il vuoto… il vero modo per coinvolgere i lettori: appunto ciò che è suggestivo è ciò che suggerisce, ciò che provoca…

Paolo Ruffilli ama i tempi lunghi nella scrittura dei suoi libri, anche anni perché, in parallelo, lavora e scrive su cose differenti: “A trainarmi è sempre e solo una ossessione di tipo musicale e a decidere, alla fine, è sempre l’orecchio e mai la ragione.”

Per lui non esiste una reale differenza tra poesia e narrativa perché quest’ultima ha solo un passo un po’ più ampio, di conseguenza una sua organizzazione più diffusa nello spazio.

Paolo Ruffilli e Fosca Andraghetti.

E ad Andraghetti, che chiede conferma se sia allora l’immaginazione del lettore a completare il non detto, risponde: “Certamente!… Scrivo per me stesso, non penso a quelle che possono essere i bisogni del lettore… Mi piace un lettore attivo, non passivo… al quale chiedo che mi venga dietro, che sia disposto a metterci del suo, a non accontentarsi della apparenza… Io amo gli scrittori che fanno pensare, che ti fanno lavorare, che ti rendono attivi.

Per quanto riguarda Antonioni, non necessariamente pensavo a lui, che si è occupato molto delle persone, dei rapporti sentimentali che si affidano spesso al non detto o, comunque, a un sottinteso ambiguo non solo in senso positivo, ma anche in senso negativo… L’esercizio dei sentimenti è una esperienza vitale, vivace, insieme intellettuale e animale soprattutto al femminile… L’amore mi interessa tanto anche da un punto di vista di scrittura, mi interessa in questo libro di racconti, ma non solo, nel romanzo su Ippolito Nievo, L’Isola e il sogno, gran parte di quella storia riguarda appunto l’amore, l’amore contrastato di vario genere e tipo…”

Affascina questo autore per la sua capacità oratoria, perché sembra allontanarsi dalla domanda che gli è stata posta, ma in realtà non lo fa mai, e nemmeno perde di vista il libro di cui si parla oggi, dove lui non racconta dell’amore giovanile o del primo amore, ma dell’amore di persone, delle persone che sono diventate adulte.

“Siccome diventare adulti purtroppo significa adulterarci, quasi sempre ci sono molti amori adulteri.”

Non ne parla in chiave boccaccesca pur amando anche la commedia all’italiana. L’amore adultero, di cui ha voluto parlare in questo libro, è quello nel segno della sacralità, quindi il tradimento nel segno della sacralità già liberato del valore negativo che questa parola ha in italiano.

Noi usiamo tradimento in un senso negativo post cristiano che si lega ad un altro genere di tradimento: quello di Giuda che per trenta denari vende il Cristo. E’ da quel momento che questa parola acquista una valenza negativa, ma questa non è una parola negativa. Tradimento deriva dal latino tradere e significa affidarci. Il tradimento è un gesto con cui ci si affida a qualcosa, a qualcuno, anche in un doppio salto mortale che può avere conseguenze negative. E questa l’ottica che mi interessa dell’amore, un’ottica positiva e sacrale, di una forza che è capace di generare la vita comunque, o che ti spinge a cercare qualche cosa d’altro.

Anche Anna Rocca fa riferimento ad un regista, Eric Rohmer, per la struttura perfetta e per l’ambientazione dei racconti nelle quattro stagioni. Il paragone cinematografico sorge spontaneo poiché la scrittura è talmente descrittiva che pare ci sia una macchina da presa a mostrare le ambientazioni, dando l’impressione di vedere personaggi. Nei racconti di Ruffilli l’amore viene visto come una sorta di balsamo, una via di fuga da una vita famigliare opprimente che porta solo tristezza e costrizioni, per accedere ad un’altra vita. Cita, in particolare, il racconto “Sconosciuti” dove l’amore è considerato quasi un farmaco dalla protagonista femminile, una cura contro l’insonnia, l’incubo e la depressione: “È veramente tale la portata dell’amore oggi tra gli uomini e le donne adulte?”

La risposta è affermativa: l’amore vive in queste prospettiva di valenze alte ed enormi anche quando le persone non se ne accorgono. Nella quotidianità delle abitudini, ripetitive, di tutti i giorni, avviene la mortificazione; tutto diventa più annacquato e si finisce per perdere il senso grandioso che ha sempre l’amore con la sua potenza e la sua forza.

“Da linguista vivo sempre il gusto e il senso di ogni singola parola. Abitualmente quando parliamo, noi mortifichiamo le parole che usiamo; non ci accorgiamo delle parole che usiamo, che stratificazione hanno, che cosa si portano dietro. La parola amore deriva dal latino, e i latini avevano preso molte parole dalle popolazioni mediterranee conquistate… La radice della parole amore è un A molto aspirata/soffiata che esiste ancora oggi, in certe zone della Turchia e della Grecia, come espressività insieme verbale ma anche gestuale… …la radice di questa parola ci riporta alle origini cannibalesche di un processo di deglutizione che riguarda l’amore, quindi l’amore va anche di là, parte da questa necessità di dovere addentare, mordere, masticare, deglutite, assorbire…

…Mi incuriosisce pure l’amore che si scatena tra persone dello stesso sesso, che è un altro aspetto estremamente stratificato... L’amore paradossalmente non conosce ostacoli e limiti, si scatena nelle situazioni più diverse, compreso quelle apparentemente meno opportune o più sacrileghe. E’ un farmaco poderoso; agisce con una capacità terapeutica di cui gli uomini si sono resi consapevoli molto presto nel corso della loro vicenda su questa terra…”

da sx: Patrizia Dotti e Barbara Bisiach.

Un attimo appena di pausa, per assaporare il gusto di questa riposta che spazia e va oltre alla domanda posta mantenendo viva l’attenzione del pubblico, poi Patrizia Dotti, partendo dalla premessa che i libri sono per tutti, chiede a Ruffilli se considera questi racconti più indicati a un pubblico femminile. Racconti che ha letto pensando che l’amore di cui si parlava le portasse una sorta di sollievo. Si è trovata invece di fronte a storie pesanti, inquietanti, a suo parere, forse più indicate per un pubblico maschile, anche se le donne sono un po’ la chiave di volta per capire meglio l’amore.

“Se dovesse aggiungere ‘altre vite’ a queste storie, di che tipo sarebbero? Magari personaggi singoli, e non coppie, che cercano di uscire da un bozzolo per volare verso l'altrove che non può essere solo una figura umana, ma che può essere l’arte o altro?”

Spiega Ruffilli che in questi racconti ciascuno, in realtà, marcia per proprio conto e non in coppia anche se sperano che avvenga il miracolo di una fusione nell’incontro. Di storie ne ha in mente tante, ma pubblica una minima parte di ciò che scrive. E’ stato un lettore precoce, ha incominciato prima dei cinque anni proseguendo in modo sterminato. Leggeva di tutto, anche tutto ciò che era proibito e che più lo attirava. Grande narratore orale, già alle elementari intratteneva i compagni di classe ai quali raccontava storie che inventava in presa diretta. Quindi capacità e tendenza a raccontare unite a quella curiosità che mantiene verso le infinite possibilità della vita.

Vivere tantissime vite nella propria è impossibile, ma c’è la possibilità di sognarne tante: da qui il piacere e la tendenza a rovesciarsi nelle vite degli altri. Vite anche completamente anonime come quelle raccolte in questo libro. Ma anche vite di grande rilievo come quella di Ippolito Nievo, un uomo sorprendete, precoce e geniale che nella sua esistenza appena trentennale ha fatto tante cose, ha avuto diversi amori ed era di una modernità sconcertante. Siamo nell’ottocento, Nievo ha un grandissimo amore, forse ricambiato, per la moglie di suo cugino. Un amore impossibile che resta a livello spirituale, paradossalmente protetto dal marito di lei che lo invita a trovarsi un amante di sostegno. Vivere, cioè, il sesso separatamente dall’amore e scoprire che prima o poi uno ricongiunge le due parti e intravede qualche cosa così coinvolgente da decidere di cambiare vita. Nievo però muore mentre sta cercando di farlo.

Una vita per me talmente affascinante che me ne occupo da quasi quarant’anni, poi ho scritto questo romanzo: L’isola e il sogno. I libri di Ippolito Nievo sono straordinari, è stato un volontario garibaldino... Lui, uomo di così grande ed eccezionale capacità di immaginazione, è stato anche un più che capace amministratore della azienda agraria di sua madre e anche del governo rivoluzionario di Garibaldi in Sicilia.

Una oratoria che avvince, che tiene viva l’attenzione sulle vite straordinarie e quelle apparentemente anonime che hanno su Ruffilli una grande capacità di attrazione. Antirealista per scelta e per convinzione, scrive non attingendo necessariamente da ciò che si considera reale in quanto è sempre la creatività che conta.

“…quando scrivo, scrivo favole, mi interessa scrivere favole…”

E racconta di Giorgio De Chirico che, nella sua esperienza di pittore, affermava l’inesistenza della realtà anche nel mondo, perché l’universo è esclusivamente una nostra rappresentazione. Questa è anche l’ottica dell’autore perché la realtà è sempre oltre l’apparenza e, in questo senso, il cinema è una delle sue fonti. La letteratura è fatta di altra letteratura, magari cinematografica, non di realtà. I grandi libri contengono molta più vita della cosiddetta vita reale vissuta quotidianamente. In questa ottica Ruffilli allarga il concetto di sacralità dell’amore alla letteratura in quanto gli interessa come esperienza sacra, sacrale. Non solo Antonioni, ma anche Federico Fellini, con il quale ha collaborato, aveva la cosciente consapevolezza di regista che la realtà non c’entra nulla con la creatività; infatti, secondo lui, l’unico modo per conoscere quella che chiamiamo realtà è l’immaginazione.

In primo piano la pittrice Eugenia Masini, alle sue spalle la poetessa Nadia Minarelli.

L’immaginazione che, in realtà ha sempre una logica interna ferrea. L’immaginazione di cui parla Albert Einstein quando, rivolgendosi ai suoi colleghi scienziati, afferma che il loro compito non è solo quello di essere competenti, ma serve anche la capacità: cioè il vero scienziato è quello che è competente e creativo e, per essere creativo, deve usare l’immaginazione. Spazia in ogni direzione questo autore e il dialogo, perché di questo si tratta, prosegue con Anna Rocca che chiede se l’uso della terza persona, su 19 racconti, sia una scelta stilistica oppure l’autore abbia, in qualche modo, voluto creare un distacco dai suoi personaggi e dalle loro scelte: “…Perché, in alcuni momenti, pare che non le siano proprio simpatici. Può essere?”

Uno scrittore non dovrebbe nutrire simpatie o antipatie verso i suoi personaggi, risponde Ruffilli, anche se è umanissimo che questo accada. Nel tempo lui ha imparato la presa di distanze che vuole essere un porsi al di fuori con una intenzione di obbiettività maggiore.

Pratica con elasticità l’uso della prima come della terza persona, anzi, trova molto utile passare dall’uno all’altro magari scrivendo un racconto in prima persona, poi di rovesciarlo in terza, poi di riportarlo in prima, riportarlo di nuovo in terza con il risultato di effetti molti positivi in queste successive trasposizioni. Solo il racconto “Assente il corpo” è scritto in prima persona, ma perché si tratta di una serie di lettere.

Ruffilli ha scritto storie e poesie in prima persona con i carcerati come protagonisti senza mai essere andato in carcere e quando dagli stessi è andato a leggere le sue poesie o le sue storie, loro non gli credevano.

“Ma chi ha letto Fyodor Dostoevsky e Lev Nikolaevič Tolstoj già sa tutto sui problemi dei carcerati, sui problemi della tecnica della libertà e così via. Diventa quindi un problema puramente stilistico. Sì perché, tutto sommato la scrittura per me è una passione, quindi un’avventura esistenziale oltre che una pratica esoterica, e mentre scrivo io sto cercando me stesso. Non ho fretta, non mi lascio mai condizionare, nemmeno dagli editori.”

Patrizia Dotti si inserisce citando Gustave Flaubert e una frase, “Madame Bovary c’est moi”, da lui pronunciata dopo la pubblicazione del romanzo Madame Bovary: “Può esserci un legame tra Paolo Ruffilli e questo tipo di affermazione? Le donne dei suoi racconti sembrano tutte belle o comunque piacenti, possono corrispondere eventualmente al suo ideale femminile o piuttosto incarnano il tipo di donna da cui gli uomini possono essere attratti, ma che vorrebbero e potrebbero evitare?”

Ruffilli ribadisce la sua assenza di simpatia o antipatia nei confronti dei suoi personaggi. Non gli basterebbe solo Madame Bovary perché lui è tutti i suoi personaggi compreso i più urticanti, i meno accettabili o i più spregevoli e, nel raccontarne la storia, ama incanalarsi in quel tipo di percorso. Ancora si è occupato, e di questo ha scritto, di comunità di recupero, di tossici, della dipendenza dalla droga ecc., ma anche del delitto, di come, sopratutto nei nostri processi indiziari, si finisca con il condannare un innocente.

Ritorna a Nievo il cui cervello, da precoce e da geniale, gli consentiva di scrivere il libro in testa prima ancora di mettere anche una sola parola sulla carta. Il manoscritto di Confessioni di un Italiano non ha correzioni, è come la stampata di un nostro computer. Ricorda inoltre che Giacomo Leopardi, altro grande genio, era in grado di recitare qualsiasi verso della Divina Commedia.

Laura Colombari punta invece il dito sulle descrizioni naturalistiche così frequenti e dettagliate, quasi sfinenti, nei racconti di questo libro, in particolare nel racconto “L’sola sul fiume”: “Conclusione inaspettata, ad una prima lettura sembrava D’Annunzio della più bell’acqua, perché sono impulsi sensuali in tutte le sue eccezioni: i colori, il sonoro, la musica delle varie piante, i suoni. Poi la sobria conclusione di una cosa così languida, essenziale. Questi due vanno a casa loro, ognuno nella sua famiglia. Mi autorizza a trovare dell’ironia finalmente?”

Un effetto voluto, perché doveva sfinire i due protagonisti quindi anche il lettore, spiega Ruffilli che cita di nuovo Leopardi la cui ironia, che lui riteneva fondamentale, non era compresa dai critici come Benedetto Croce o Francesco De Sanctis.

Concorda sull’ironia di questo libro che è sottile, come aveva in mente l’autore che confessa anche di non essere un naturista, pur apprezzando certe situazioni. Della natura apprezza la parte entrata nelle azioni dell’uomo anche se non è immune dal causare, in un certo modo, guai e disastri.

Io preferisco la natura condizionata, al limite perfino inquinata, ma mi interessa di più perché c’è dentro l’uomo, perché l’attraversa l’uomo nel bene e nel male.”

Una parte del pubblico.

Anna Rocca e Paolo Ruffilli (firma della copia del libro).

La tematica del libro porta un pensiero, una opinione sui tradimenti che Ruffilli non vede né positivi né negativi. Il tradimento di cui si occupa va visto come un’esperienza positiva anche quando, apparentemente, non porta a niente, ma in realtà conduce alla riflessione, mette gli individui di fronte a situazioni che costringono a prendere posizione, ad essere qualcosa di più rispetto a quello che non si riesce ad essere. Quindi tradimento come salto, come affidarsi ad una chance risolutiva. “Possiamo trovare la realtà dentro i libri, sì ma in una chiave simbolica, cioè in una realtà resa universale, cioè come parabola, cioè come favola.”

Quindi dare idea di percorsi diversi, paralleli che vanno in una direzione rispetto alla insoddisfazione che ti blocca, che ti rende impossibile vivere e andare a vanti. Trovare una chance che non si rivela veramente risolutiva, ma ti sposta, ti smuove per esempio da un dubbio che ti ha accompagnato per anni.

Il dialogo tra autore e ascoltatori, prosegue con Laura Rebecchi che in questa scrittura, inizialmente di difficile comprensione, ha visto una sorta di gioco letterario che ha messo in evidenza l’abilità compositiva dell’autore: “Se potesse scegliere di cristallizzarsi in un ruolo dei vari personaggi, quale pensa la renderebbe più appagato emotivamente? C’è qualcosa di personale in questo libro? Da quale esigenza fondamentale è scaturito?”

Sì, il gioco letterario rientra in questo testo, infatti ogni racconto è dedicato ad uno scrittore individuato fra i molti che interessano Ruffilli non con intenzioni di imitazione, ma più un omaggio legato alle circostanze più diverse: per esempio all’atmosfera di “Stazione termale”, racconto dedicato a Anton Čechov che ha ambientato molti suoi racconti nelle stazioni termali.

“Dovendo scegliere in chi cristallizzarmi, opterei per la protagonista di “Assente il corpo”, di cui sento una pienezza, una articolazione, una capacità di essere veramente al di là di qualsiasi immaginabilità. Non per niente il racconto è dedicato a Emily Dickynson, cioè a quel tipo di figura che è in grado di dire tutto non avendo fatto quasi esperienze di niente. Avevo una incertezza: Emily Dickinson o Emily Brontë nella dedica, perché entrambe sono nell’evidenza di due donne straordinarie, che, essendo vissute quasi al chiuso di una stanza o di un luogo circoscritto, hanno raggiunto alcuni dei livelli più profondi del male, dell’amore, di tutto quello che riguarda come intensità profonda l’esperienza degli uomini…”

Dalla Dickinson alla scrittura femminile, alle donne che tendono a vivere, a raccontare solo quello che vivono nella stanza, tendono ad essere eccessivamente intimista. Da ciò che scrivono gli uomini a quello che scrivono le donne. Al linguaggio dello scrittore. E poi la domanda: “Alcuni contenuti sono percepiti dagli uomini e altri dalle donne. Secondo lei, questo è vero oppure è lecito lasciare trasparire femminilità o parafemminilità nella propria scrittura?”

Un dato di partenza è che l’espressività al maschile corrisponde ad un essere maschi nel bene e nel male, così come l’espressività femminile all’essere femmina. Situazioni archetipiche relative al fatto che uno è maschio e l’altro è femmina, che uno è attivo e l’altra è passiva, come dice una regola celeste del Tao, rovesciando però i valori in campo.

Esiste una espressività maschile e una femminile e, quindi gli uomini scrivono in un certo modo e le donne in un altro. Ci sono anche posizioni intermedie, come ci sono anche sessualmente perché esistono persone che si trovano a mezza strada tra l’uno e l’altro sesso. Esistono da sempre e così sarà fino a quando non si arriverà all’omologazione, per cui non ci saranno più né sesso maschile né sesso femminile e nemmeno espressività maschile o espressività femminile, ma una unica.

Oggi come oggi, è impossibile riconoscere se uno scrive al maschile e l’altro al femminile. Possono ovviamente mascherarsi, ma non è difficile individuarli. Poiché, per ragioni storiche, la donna è stata sfavorita, spesso è stata costretta dentro, senza la possibilità di avere una stanza tutta per sé come ad un certo punto rivendica Virginia Woolf. Avere una stanza tutta per sé, significa cominciare da dentro, da cose che ci riguardano più direttamente come esperienza al femminile, quindi come sentimenti, come emozioni legate all’amore, alla maternità e a tutto il resto… segue uno sviluppo progressivo verso altro, verso il fuori, quindi anche oggi continua ad esserci una preponderanza di letteratura femminile, sentimentale, intimista, psicologica.

Riguardo alla lettura, c’è un dissenso su quanto e come si legge in Italia secondo le indagini statistiche che, spesso, sono il risultato di domande imprecise o, perlomeno, incomplete sul come e il quanto si legge.

L’opinione di Paolo Ruffilli è che si faccia riferimento a una condizione d’élite. In Italia, l’editoria si regge su questa élite. Ci sono grandi lettori, una minoranza, che comprano i libri o li prendono anche in biblioteca, ma li leggono. Ci anche sono motivazioni storiche: una unificazione avvenuta tardi, una lingua artificiale prettamente letteraria e non parlata. Alla fine della seconda guerra mondiale era sconosciuta ai più, la maggioranza degli italiani era analfabeta e molti hanno imparato a leggere e a scrivere seguendo una trasmissione “Non è mai troppo tardi” con il maestro Alberto Manzi.

“Hanno imparato un italiano sommario, superficiale che non è certo quello della letteratura italiana. Tim Parks, un inglese che da molti anni vive in Italia e che, avendo sposato una italiana, è perfettamente bilingue, sosteneva che il nostro italiano di oggi ha una struttura che l’inglese aveva nell’epoca medioevale. La lingua italiana non ha avuto il tempo di evolversi. Non è così per l’inglese, lingua di maggior uso pratico e internazionale, che nel corso dei secoli si è modificata diventando più veloce e rapida. Una lingua che si è semplificata, ma non mortificandosi.

Tutte le lingue si semplificano, nel corso dei secoli per semplificarsi, per conquistare strumenti più significativi che sono numericamente minori. Le lingue sono fatte di pochissimi elementi quindi l’inversamente proporzionale è fondamentale. Occorrono pochi suoni, l’italiano ne ha 21, per fare con 21 suoni migliaia e migliaia di parole e, quindi, infiniti discorsi. Si parte dal niente per arrivare all’infinito. La lingua inglese, dove la stessa parola vale normalmente per l’aggettivo, per il verbo, per il sostantivo, ha una elasticità ancora sconosciuta all’italiano. Quello che può essere più considerato vicino all’italiano è il francese letterario che è aulico, classico. In Italia esiste tuttora “L’accademia della Crusca”, l’istituto nazionale per la salvaguardia e lo studio della lingua italiana, che già nel 1700 Carlo Goldoni definiva “Il tribunale della Inquisizione letteraria Italiana” con una valutazione molto negativa perché costrittiva. Quindi si continua a parlare di ragioni storiche, ma esiste una élite di lettori fortissimi che legge centinaia di libri, ma ce ne anche moltissimi che alternano le letture tra le barzellette di Totti e la vita di Albano.

A proposito di ciò che si legge oggi, legato a ciò che si scrive oggi, Fosca Andraghetti chiede un’opinione a Ruffilli come critico letterario e anche un suggerimento su quali autori leggere: “C’è un proliferare continuo di nuovi autori e di piccole, piccolissime case editrici che pubblicano di tutto. Autori spesso presentati come rivelazioni poi si scopre che non è così. Come può emergere il buon autore in questo marasma, spesso sconfortante, di autori?

Di nuovo Ruffilli cita Giacomo Leopardi che diceva: “Gli editori pubblicano libri che ancora non sono stati scritti”. La situazione non è cambiata di molto. Gli editori seguono le mode, sperando di vendere qualche copia in più, le esauriscono rapidamente e passano ad altre mode. Quali sono i generi imperanti? Quello che Leopardi chiama esotico, cioè quel tipo di narrazione che porta il lettore lontano da dove vive in un mondo che sia, allora, dentro il crimine o il terrore come va di moda, ma pur sempre in altri paesi, in altri luoghi, in altre situazioni e così via.

“Un tempo gli editori, pur perseguendo obbiettivi di vendita come è giusto che facciano le aziende editoriali, disponevano di persone di grandissima sensibilità e qualità letteraria: Italo Calvino che lavorava per la Einaudi, Vittorio Sereni o Gadda che lavoravano per la Mondadori, che si occupavano della grande letteratura, che è grande perché, come tutta la creatività grande è nuova, è altra. E’ difficilmente comprensibile dai contemporanei, perché i contemporanei non sono in grado, salvo eccezioni, di intendere ciò che si produce creativamente nel loro tempo, sia che si tratti di musica, di arti visive, di letteratura, di tutto quello che volete. E’ una regola antica come il mondo perché tutti siamo abituati al già detto, al già visto e quindi incapaci di metterci su una lunghezza d’onda altra, nuova.”

Esiste quindi il rischio di rovinare i giovani talenti, magari rimaneggiando la loro stesura iniziale, magari con conseguenze negative. Un conto è migliorare un testo con un Italo Calvino o altri che ti danno le indicazioni per farlo, altro è un rimaneggiamento puramente editoriale.

A proposito della scrittura autobiografica, così attuale oggi, Ruffilli concorda con quegli autori che la praticano ma non la considerano tale; questo perché anche il più autobiografico in realtà racconta un’idea di sé o della propria vita ed esiste, in questo senso, una tradizione di memorialisti che hanno raccontato la loro vita senza dire una cosa vera.

Le domande si susseguono, si inseguono come le risposte che arrivano sempre puntuali, ricche di riferimenti letterari e cinematografici, spunti narrativi e altro ancora. Ma sembra che la curiosità del pubblico non abbia fine perché Ruffilli è anche un poeta. Un poeta che ha partecipato a quei reading che distinguono la musica dalla poesia, nel senso che la poesia ha la sua di musica e non può sostenere un’altra musica che altrimenti andrebbero a collidere. Ognuna deve avere la sua parte autonoma. “Ciò non vuol dire che non si possa scrivere per la musica, ma è un’altra cosa. Io ho fatto e continuerò a fare il librettista, a me piace molto scrivere i libretti d’opera. Il librettista però non è autonomo, perché è il musicista che impone le scelte e che, quindi, domina.”

Un inedito Ruffilli che collabora con i musicisti di oggi, poco rappresentati, perché la musica contemporanea è poco presente nei nostri teatri musicali, ma che conclude questo straordinario incontro riportandosi a Ippolito Nievo, un autore troppo all’avanguardia rispetto ai tempi ma che è stato letto da Toltstoj che ha usato alcuni passaggi tratti da Le confessioni di un italiano per Guerra e Pace e che inizia Anna Karenina con una frase tratta dal romanzo di Nievo.

Una bella conclusione per un incontro che ha coinvolto pubblico e relatori, che ha dato ad ognuno il piacere di ascoltare una grande protagonista delle letteratura contemporanea. È stato soprattutto gratificante per il gruppo di lettura che lo ha voluto e lo ha preparato con cura assieme ad un pizzico di ironia.

Veduta d'insieme della Sala Conferenze “Primo Levi”.

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