| ||||||||||||||||
Pubblico di poeti, letterati e artisti all'Hotel Diana a Roma il 4 giugno 2010 per la presentazione del romanzo Le ali del Monte Atan di Monique Comparon Cardelli, edito nel presente anno dall'Istituto Italiano di Cultura di Napoli. La scrittrice, di formazione parigina ma esperta del mondo arabo per aver trascorso lì la sua adolescenza, attualmente vive in Italia e pubblica le sue opere in lingua italiana. La prof. Maria Peruzzini, vice direttrice dell'ICI, dopo il saluto al numeroso pubblico, ha delucidato attività e finalità dell'Istituto diretto dal prof. Roberto Pasanisi e motivato la particolare veste tipografica di questo libro 'Fuori collana'. Ha poi incentrato il suo discorso sui caratteri della letteratura del Novecento da cui non è distante il nuovo secolo, sul realismo del romanzo della Comparon, ricordando Moravia, i suoi personaggi privi di dignità morale, galleggianti nell’ipocrisia come taluni di un certo ambiente descritto ne Le ali del Monte Aton, di cui è inizialmente vittima la protagonista. Si è soffermata sull’Autrice, sulla sua scrittura che si propone come viaggio esistenziale non privo di difficoltà ma con risvolti aperti alla speranza individuale e collettiva, sulla riappropriazione estetica dell’esistenza, ed ha, a tal proposito, letto stralci significativi per il pathos generato da suggestive visioni della natura, da stati d’animo abilmente descritti. Un libro, ha, in conclusione, detto, scritto con molto sentimento, con quel tocco di delicatezza che solo un animo sensibile è in grado di offrire al lettore.
La scrittrice prof. Antonietta Benagiano, nel salutare i presenti ha menzionato il Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura prof. Roberto Pasanisi. Da decenni – ella ha sottolineato – porta egregiamente avanti, insieme alla infaticabile prof. Peruzzini, attività di rilievo che fanno dell’Istituto un polo culturale di riferimento internazionale, come dimostrano la pubblicazione di autori non solo italiani, i Convegni di Arteterapia con richiamo di personalità illustri da ogni continente, i Corsi di Scrittura Creativa, la stessa Università per Stranieri e tante altre iniziative degne di elogio. E’ passata poi a parlare del romanzo, dei vari piani narrativi (psicologico, estetico, storico, sociologico…), del fil rouge colto nel bisogno di costruire la pace sia individuale sia nel contesto storico-geografico in esame, delucidando quindi la pericolosità di orientalismo e occidentalismo, condannati già da Montesquieu, Condorcet e Cattaneo, da tanti sino a Said, a Buruma e Margolit,da pensatori anche statunitensi dopo il terribile evento dell’11 settembre. Ha ricordato un pensiero lirico di Gerard de Nerval (Il cielo e il mare sono sempre là; il cielo orientale e il mar Jonio si scambiano ogni mattino il sacro bacio d’amore; ma la terra è morta, è morta perché l’uomo l’ha uccisa, e gli dei se ne sono andati), la sua condanna dell’uomo assassino della terra, di idee preconcette, soffermandosi su Oriente e Occidente non come entità naturali ma prodotto della storia, della stessa immaginazione che prevale sulla realtà, (i giornalisti francesi a Beirut nel 1975-76 si riportavano, per esempio, all’Oriente di Chateaubriand più che al dramma della distruzione) creando stereotipi anche pericolosi. Lontani dall’immaginario – ella ha affermato –, Oriente e Occidente si pongono come il rispecchiamento dell'uno nell'altro, quindi va posto in rilievo quanto Monique Comparon scrive a proposito del conflitto arabo-israeliano, di certe tradizioni che si radicano nei popoli: "…quando due popoli rivendicano la tenacia come caratteristica propria all'insegna di una tradizione millenaria, la pace sembra non avere più diritto d'asilo" (p. 39), mentre, per avanzare nella pace, bisognerebbe fare marcia indietro, con una retrocessione della "possibilità di pace non pace, quella della politica ambivalente, di avanzata militare contemporaneamente all'apertura di trattative interminabili quando l'offensiva permanente esercita una pressione continua sulle stesse trattative" (p. 43). Ha rimarcato l’anelito ad una pace vera nella protagonista/io narrante e in un gruppo di giovani di diverso credo religioso che convogliano le loro energie in una Organizzazione, la Missione, con sede nel Sinai, sul monte Atan, finalizzata a riannodare quel filo che era stato di Mosè e dei profeti, degli Esseni, di Cristo, leggendo a tal proposito quanto scrive la Companon: “Sognano una terra pacificata, dalle coste del Mediterraneo al territorio giordano e oltre… la Missione è un po' come un solido ponte sopra un burrascoso torrente dove confluiscono conflitti in apparenza insolubili. Infatti, qualche rarissima volta, un progetto stravagante riesce a comporre una rapida sintesi di tutte le direttive e dati necessari alla sua realizzazione, trovando coincidenze e relazioni… e questo non è una magia, è un prodigio del coraggio, dell’amore, della volontà. Quando il grande disegno che viene promosso è di pace, la sua marcia è esaltante…”. Ha rimarcato la via dall’Autrice indicata per attuarlo: estinguere il passato processandolo, riportare fra gli arabi pragmatismo e cultura, staccare l’ebreo dal suo isolamento dovuto ad un sentimento di non definita appartenenza che ingenera quel sentirsi rifiutato. Si è soffermata sul pericolo di un orgoglioso isolamento, “muro che relega il suo vicino in un’unica fonte di sopravvivenza: l’utopia… e l’utopia che non riesce a materializzarsi, si trasforma in fondamentalismo… orco che si nutre quotidianamente dell’ossessione dell’altro più libero, più ricco e apparentemente più festoso” (p.107). Ha concluso evidenziando i numerosi spunti di riflessione che il romanzo offre, l’abilità della scrittrice nell’ intrecciare i vari piani narrativi, da quello soggettivo della protagonista che si riscatta dal rifiuto sia nella fruizione estetica sia nella dedizione al prossimo e alla Missione, al piano storico-politico e sociale con i tanti riferimenti ai rovinosi eventi non solo degli ultimi decenni, dalla visione antropologica oltre i particolarismi all’idea religiosa che si fa unitaria nell’amore che dovrebbe accomunare ogni credo. Ma non ha trascurato di sottolineare la bellezza delle atmosfere sospese di talune pagine come questa proposta in chiusura:
Monique Comparon Cardelli, dopo le espressioni di fervido grazie per gl’interventi qualificati di eccellenza critica, ha parlato delle sue esperienze nel mondo arabo, delle amicizie con giovani multietnici e di credo religioso diverso che le hanno fatto sorgere la speranza in un Medio Oriente pacificato. Ci vorranno ancora lunghi anni – ella ha detto –, ma è mia convinzione che ciò possa accadere; non considero quindi la pace vera un semplice sogno ma una possibilità di realizzazione, tenendo anche conto delle tante risorse del Mar Morto, per cui basterebbe una volontà di cooperazione per creare altra terra fertile, benessere per tutti, ed è per questo che nel romanzo c’è la sollecitazione al re di Giordania, a ebrei, a siriani, a tutto il mondo arabo a mettersi d’accordo per vivere meglio insieme. Richiesta poi se fatti e personaggi fossero reali, ha risposto che c’è l’invenzione ma ad essa si mescolano sue amicizie reali, determinati fatti del passato realmente accaduti. Altre domande sono seguite, cui la scrittrice ha offerto esaurienti risposte. Ha chiuso la presentazione un lungo, fragoroso battimani, cui è seguito un rinfresco. |
| |||||||||||||||||||||||||
|