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Pieve di Soligo e Cal Santa
nella testimonianza di Marisa Michieli Zanzotto

Piace ricordare ora, nel centenario della nascita di Andrea Zanzotto, un evento unico vissuto a Praglia circa 10 anni fa, il 6 ottobre 2012. Mi riferisco al Convegno “Il Sacro e altro nella poesia di Andrea Zanzotto” i cui atti sono raccolti a cura di Mario Richter e della sottoscritta. E questo per rivivere l’entusiasmo di quell’evento voluto insieme dall’abate padre Norberto Villa dell’Abbazia di Praglia, da me come rappresentante dell’Associazione Levi-Montalcini e da tutto il Cenacolo di Poesia “Insieme nell’umano e nel divino”, convegno sostenuto anche da altre associazioni: Centro Studi Onorevole Sebastiano Schiavon e Associazione Aglaia Anassilide Venezia.

Sala Congressi Abbazia di Praglia. Da destra: p.abate Norberto Villa, Maria Luisa Daniele Toffanin, Francesco Carbognin, Mario Richter, Silvio Ramat e Antonio Daniele.

Si rievoca il tutto non per una nostalgia malata di passato ma per riascoltare l’attualità della voce profetica di Zanzotto attraverso le autorevoli interpretazioni dei critici lì presenti: Antonio Daniele, Silvio Ramat, Mario Richter, Francesco Carbognin e Espedito D’Agostini. E da queste consegue l’affermazione conclusiva di Richter nella sua prefazione: A conferma dei rapporti che da sempre l’autentica poesia intrattiene col sacro e con l’eterno, le indagini e testimonianze, qui raccolte, di studiosi e poeti riunitisi nell’abbazia di Praglia hanno messo in chiara evidenza la specificità e l’incidenza dei valori religiosi presenti nell’opera e nella vita di un grande poeta, ritenuto laico, come Zanzotto.

Ma a noi, che da sempre siamo convinti della presenza del sacro nelle sue opere e nella sua esistenza, tradotto in uno stile di vita umile, aperta agli altri, come ben sottolinea Mario Richter nel suo intervento, desideriamo ora indagare in quale humus si sia formato questo profondo sentimento che percorre tutta la sua opera. E ricorriamo alla testimonianza di Marisa Michieli Zanzotto, intervenuta alla fine del convegno, che riportiamo fedelmente. Ci illumina infatti sul quesito, offrendoci informazioni utili per una lettura più completa dell’anima zanzottiana. Voce autentica della moglie del poeta, personaggio di grande cultura che molto contribuì alla diffusione della poesia del Nostro anche all’estero. Così ci parla di Pieve di Soligo e di Cal Santa come magico luogo di vita e formazione umana di Andrea:

Marisa Michieli Zanzotto nel corso del suo intervento.

Sono commossa e profondamente grata all’“Associazione Levi-Montalcini”, rappresentata da Maria Luisa Daniele Toffanin, per aver organizzato un convegno dedicato al tema del “sacro” in Andrea Zanzotto, così come a p. Norberto Villa abate di questo splendido complesso di Praglia, per aver generosamente ospitato e patrocinato l’incontro. È un tema delicato, quello su cui si è tanto discusso in questa occasione, che coinvolge altri importanti argomenti relativi alla figura e all’opera di mio marito: primo fra tutti, il rapporto tra Andrea e la Chiesa, su cui preme offrire, in chiusura di convegno, qualche ulteriore spunto di riflessione. Nel 2007, alla nomina di Vescovo di Ceneda, Monsignor Giuseppe Zenti (già Vicario Generale della Diocesi veronese) venne a Pieve di Soligo, a casa nostra, a rendere omaggio al poeta Andrea Zanzotto come a una delle figure più rappresentative del mondo della cultura, impegnata in prima linea nella lotta per la tutela del paesaggio. E ora, nello scritto, posso riportare il testo come è stato pubblicato: «Questo scempio distrugge un paesaggio da cartolina, fate sentire la vostra voce», era infatti stato l’ultimo appello lanciato da chi pure non rinunciava a definirsi come «un cittadino qualunque», affinché i concittadini di Pieve si ribellassero contro la decisione di edificare un palazzetto dello sport proprio sull’ultima zona verde del paese («rendere tutto periferia ripeteva mio marito in quegli anni sembra la vocazione attuale, un impulso suicida irrefrenabile»1). Il riconoscimento ricevuto da un notevole esponente della Chiesa quale Monsignor Giuseppe Zenti è profondamente sintomatico dell’attenzione prestata da Andrea verso l’istituto ecclesiale e la sfera del sacro in genere.

Sala Congressi Abbazia di Praglia. Da sinistra: Antonio Daniele, Silvio Ramat, Mario Richter,
Francesco Carbognin; a destra il lettore Federico Pinaffo.

Avverso a ogni forma di pedissequa e adulatoria acquiescenza nei confronti dei più diversi dogmatismi, fin dall’infanzia mio marito si era infatti formato in un ambiente intriso di un sentimento di genuina spiritualità, in grado di associare alla partecipazione alle funzioni liturgiche e allo studio delle Scritture una profonda sensibilità per la concreta realtà sociale del tempo. A questo proposito preciso con le sue stesse parole: «Frequentai l’Asilo “Maria Bambina” tra il 1924 e il 1926. Lo consideravo quasi come una propaggine di casa mia: là ero infatti accompagnato, la mattina, dalla nonna. Potevo anche trovarvi mio padre, spesso interpellato dalle Suore per svolgere qualche lavoro di decorazione […]», si legge in un libretto edito nel 2006 presso le Grafiche Bernardi di Pieve di Soligo per commemorare il Centenario della fondazione della scuola materna frequentata dal piccolo Andrea. Lo stesso toponimo di “Cal Santa”, designante la contrada in cui sorgevano la casa paterna, l’asilo e (proseguendo lungo quella stessa stradina) il cimitero di paese, in cui riposavano le sorelline Marina e Angela scomparse in tenera età, esprimeva per Andrea il senso di questa compenetrazione tra la dimensione religiosa di cui è tradizionalmente permeata la cultura veneta e la tangibile concretezza del dato geografico, ambientale, addirittura linguistico, caratterizzante il proprio paese natale:

D’estate, gli abitanti di quel mondo da fiaba, ormai scomparso, si sedevano lungo la via improvvisando filò all’aperto; e il dialetto correntemente parlato dai suoi abitanti, sortiva l’incanto di un continuum che fondeva armoniosamente il linguaggio della natura al linguaggio umano, il frusciare delle foglie al rumore dei passi, i diversi suoni delle stagioni ai diversi idiomi con cui mi trovavo a venire a contatto: il toscano illustre dei poemi del Tasso e dell’Ariosto, per esempio, di cui mia nonna mi recitava larghi frammenti a memoria, alternandoli con filastrocche per bambini e con frammenti di tedesco minimo, da lei appreso a Vienna. Zia Maria, invece, da «letterata» qual era, esibiva, di tanto in tanto, la sua brillante competenza in un latino pseudomaccheronico, che non aveva nulla da invidiare al latino ecclesiastico rimodellato sul sostrato dialettale dalla fertile ignoranza delle donnette; da lei ereditai la passione per la lettura di settimanali e giornaletti (quali il «Corrierino», che mi teneva aggiornato sulle vicende del signor Bonaventura). A casa, poi, era facile imbattersi nel francese, dal momento che mio padre aveva vissuto, da emigrante, a Parigi e a Annœuillin, nei pressi di Lille, e a Royan, nel sud della Francia2.

È un sentimento che può essere a buon diritto definito “religioso” il sentimento di amorosa devozione provato da mio marito per il paesaggio (specie per quello natale, ma non soltanto), per le sue presenze, per le sue voci e per i suoi rumori: un sentimento “religioso” a sua volta provvisto di un proprio specifico “linguaggio”, che storicamente coincide con quello biblico e evangelico (ed è soprattutto per questo motivo che nelle poesie di mio marito, accanto a parole e espressioni attinte dai più diversi campi del sapere, se ne trovano numerose appartenenti alle Scritture...). Ma si tratta di un sentimento, di matrice certamente “cristiana”, che però sfugge alla frettolosa assimilazione al dogma della Chiesa ufficiale. Di essa, anzi, Andrea non ha mai cessato di denunciare alcune compromissioni con il Potere politico e economico, che rischiano di snaturare il significato originale e autentico delle stesse ricorrenze liturgiche. Basti pensare al tema della “Pasqua” (presente già da Dietro il paesaggio), cui mio marito dedica non soltanto il proprio ottavo libro di poesia, edito nel 1973 (e intitolato Pasque, appunto), ma soprattutto il lungo poemetto in esso contenuto, La Pasqua a Pieve di Soligo, in cui si condanna, in un tono rasentante la blasfemia, il tradimento dello stesso mistero della resurrezione di Cristo, ridotto a banale occasione per un triviale «happening» di paese (variante mercificata delle antiche processioni di campagna). Il dogma del «resurrexit», agli occhi di Andrea, vi appare tristemente ridotto a strumento di propaganda politica («e Pieve di Soligo vuota boccali di bianco e di rosso così / che rosso-passio e bianco-surrexit sarà presto voto D.C.»), in un mondo lacerato dalle guerre per il potere («Ma sul cardine, Kyrie, la porta stride, non gira, / sento il cecchino alle spalle già prendermi, prenderti di mira.»), che ha perduto l’attitudine a rinnovare un sentimento di “religiosa” considerazione nei confronti della bellezza del creato («Dic nobis Maria: quid vidisti in via? / Ho visto attizzarsi consumarsi il mito del vedere.»), precipitando così nel più abbietto, frenetico materialismo («Dic nobis Maria: quid vidisti in via? / Ho visto trionfare le cose puttane, emarginarsi le vere.»).

Non “credente”, nel senso comune del termine, né “praticante”, eppure animato da una profonda passione per lo studio delle diverse testimonianze storiche del “sacro” (per la Bibbia, in primis), si può ben comprendere come queste violente denunce siano sorrette da un atteggiamento di autentico rispetto per l’istituto della Chiesa, considerata quale depositaria di tradizioni millenarie di pratiche, di cultura e di linguaggio da tutelare; e, dunque, quale detentrice della funzione, da mio marito generalmente riconosciuta alla stessa Poesia, di frenare la corsa dell’umanità verso quel “progresso scorsoio” che sempre più la condanna all’autodistruzione. E si comprende anche il sentimento di devozione nutrito per alcune personalità di spicco della comunità ecclesiastica e di ammirazione per le posizioni di militanza da essi assunte, causa non di rado dell’“imbarazzo” presso le più alte sfere del Clero. Penso al fondatore della sociologia cattolica Giuseppe Toniolo (morto nel 1918 e beatificato soltanto nel 2012), vagheggiante un’armoniosa società cristiana economicamente fondata su una forma di cooperazione tra le corporazioni di arti e mestieri che avrebbe prodotto sia benessere per i lavoratori sia democrazia: proprio alla Solenne commemorazione della morte del «Servus Dei» G.T. (= Giuseppe Toniolo) Andrea dedicò una lirica raccolta nelle IX Ecloghe del 1962, contrapponendo alla «iungla venusiana» delle formule della ritualità ecclesiastica il «poco d’azzurro» del paesaggio reale, quale unica “parola” in grado di “commemorare” autenticamente il defunto. Ma penso, ancor più, alla figura di David Maria Turoldo e alla profonda stima dimostrata da Andrea al suo operato per il rinnovamento del Cattolicesimo secondo-novecentesco. Mio marito ne ammirava il coraggio dimostrato nel perseguire un progetto di realizzazione del senso umano contro ogni forma (che egli considerava disumanizzante) del potere politico ed ecclesiastico, assumendo la difficile posizione, controversa all’interno dello stesso Clero, di “essere nel mondo senza essere del mondo”. Alla militanza in collaborazione con la Resistenza antifascista, prestata tra le colonne del periodico “L’Uomo” da lui stesso fondato, era infatti seguito, nel 1948, il rifiuto di Turoldo di sostenere la Democrazia Cristiana, per la ferma convinzione che «non bisogna confondere la Chiesa con un partito, né un partito con la Chiesa»; successivamente, nel 1974, Turoldo si era addirittura distinto dalla quasi unanimità della comunità ecclesiastica schierandosi per il “no” a favore dell’abrogazione della legge sul divorzio. Amico, come lo era Andrea, di Pasolini, Turoldo si fece portavoce di un ecumenismo radicale che mirava alla cooperazione tra cattolici, credenti di altre religioni e persino atei, istituendo la comunità “Casa di Emmaus”. All’attività del Turoldo poeta, Andrea scrisse nel 1990 alcune tra le più partecipate pagine raccolte negli Scritti sulla letteratura3, ammirandone la «strenua energia» che lo spingeva a «muoversi in opposizione» all’odierna «deriva»; e, pure, l’«ultimissima umiltà» di una parola poetica (rappresentata dall’ammonizione della madre: «Figlio // sono cose troppo grandi per noi!») che si dichiara insufficiente a cantare in maniera adeguata la divinità. «Ed è, ancora conclude Andrea in quell’occasione la voce della Terra natale, del primo nido», di quel paesaggio in cui «la vocazione alla religiosità mistica, e insieme, alla poesia, ed all’impegno quotidiano verso gli uomini, poterono formarsi per David Maria Turoldo: nel nome della madre».

Nel nome del paesaggio materno, affettuosamente amato, “religiosamente” difeso da ogni forma di legalizzata sopraffazione, è mio desiderio allora che sia commemorata la figura e l’opera di mio marito: proprio oggi che sta per essere edificato un immenso complesso residenziale accanto alla nostra abitazione di Pieve di Soligo, e che per un’insana forma di ironia le “Alte Guide” del luogo hanno deciso di denominare “Condominio Filò” in evidente rapporto al titolo del libro (Filò, appunto, edito nel 1976 e da poco ristampato presso Einaudi) che testimonia la collaborazione di mio marito con Fellini…

“Condominio Filò”. Ma il filò di mio marito è ben altro… È la sua stessa poesia: voce di chi non ha mai tradito, in vita, il proprio paese natale, e che continuerà a difenderlo al di là di ogni morte, sostenendo le iniziative (quelle recentemente attuate dal Conte Pieralvise Serego Alighieri e dalla stessa Fondazione “Masi” di Verona, per esempio; così come quelle finanziate dal “Gruppo Euromobil” dei fratelli Lucchetta) di quanti si impegnano nella difesa della bellezza della nostra terra.

Spero che questo convegno abbia i frutti che merita e possa aiutare tutti noi lettori appassionati di poesia, che sempre si nutre di valori legati al sacro, a crescere in una continua ricerca di questo patrimonio lasciato anche da Andrea.

1 Intervista rilasciata il 2 luglio 2006 per il “Gazzettino” di Treviso.
2 A. ZANZOTTO, Il poeta e la sua lingua, in G. Marcato [a cura di], La forza del dialetto - Autobiografie linguistiche nel Veneto d’oggi, Sommacampagna, Cierre, 2007, pp. 336-339.
3 Per David Maria Turoldo, in Aure e disincanti del Novecento letterario, Milano, Mondadori, 1994 (poi in Scritti sulla letteratura, vol. II, ivi, 2001, pp. 350-363).

La testimonianza di Marisa, esaustiva nella sua autenticità, ci illumina, come già detto, sulle molteplici anime del poeta e conferma la sostanza dei diversi contributi dei relatori sull’assunto proposto. Quindi il tutto diviene un’acclamata verità di questa presenza del sacro nella vita e nell’opera del nostro poeta che spesso ripeteva alla radio o in interviste o negli amabili colloqui con lui che [la poesia] deve conservare l’idea del sacro […]. Oggi, chi pretenda di avanzare verso ciechi aumenti di produzione senza tener conto che basta veramente un nulla per tracollare, si pone contro […]la sacralità che da sempre bisogna supporre nella vita. Non occorre far professione di una qualche fede particolare: il sacro […] supera la particolare idea del sacro incarnata dalla singola religione, proponendo qualche cosa che se la si mette in dubbio… se la si tocca… crolla tutto [A. Zanzotto, Letture di un poeta, videointervista registrata in occasione del Convegno Internazionale Andrea Zanzotto: un poeta nel tempo (Università di Bologna, 23 novembre 2006)] e qui riportata da Francesco Carbognin nel suo intervento.

Allora veramente magica quella Cal Santa tanto ricordata, arca memoriale dell’infanzia, luogo delle tradizioni religiose e familiari venete, luogo del vocio corale della contrada nei filò delle sere estive e dell’ascolto delle voci della natura. Materna terra quindi grembo di una poesia nata nel nome della casa, della madre come quella di Pasolini, di Turoldo a cui il poeta era particolarmente legato. La madre è la terra stessa, scrigno di memorie, di vita, dell’infanzia nel suo primo linguaggio come ben afferma a sua volta Turoldo nella sua prefazione alla traduzione in friulano di “Mistieròi”, opera di Zanzotto. E qui verrebbe voglia di soffermarsi su Natale del nostro Turoldo così in sintonia con il sentimento e il pensiero di Zanzotto perché in essa è racchiusa la memoria della madre, delle tradizioni religiose, della sua vita bambina povera da pastore e perfino della storia del suo Friuli. E la storia, come entra nella poesia di quest’ultimo, è elemento fondante anche in quella del Nostro che allarga la visione del paesaggio dalla sua Pieve di Soligo al Montello ed oltre declinandone la dolorosa vicenda. Non si può certo dimenticare la presenza della figura paterna, già ricordata nella testimonianza di Marisa Michieli, decoratore e pittore sia nell’asilo sia nella stessa casa familiare di Cal Santa. La sua decorazione esuberante ricca di vegetali, animali… ma anche in altri luoghi ispirata a sacre rappresentazioni, è molto ammirata dal poeta allora bambino di 8-9 anni che assimila la ricchezza cromatica della pittura quale amore per la natura e la traduce nel suo linguaggio poetico.

Il Convegno è stato anche caratterizzato, cosa singolare, dalla lettura da parte di Federico Pinaffo di alcuni testi inerenti agli interventi critici. L’incontro si apre con Altri Topinambùr, particolarmente cari al poeta:

Altri Topinambùr

Entro i manipoli qua e là sparsi
dei topinambùr lungo gli argini
ogni lustro del giallo si fa intimo
all'autunnale catarsi

Ori di affabili corollari
topinambùr se è il caso di nominare
una scintillazione che pare casalinga
ed invece è stellare

Tamburini topinambùr
euforia di mille
divergenti intuizioni
gemellaggi infiniti

Azzurro arriso dagli incorreggibili
topinambùr mai stanchi di frinire
di titillare, di adire
ai paradisi più facilmente leggibili

Favoleggiare di esigue
anarchie, conversioni di lingue
mai udite del giallo
in gelb jaune amarillo

Con affettuoso gusto
i furbissimi topinambùr
si affollano al cancello
come a scuola, nel giorno giusto

Dove ritroverò le mie infelicità
numerose quanto incontrollabili?
Ma ora coi topinambùr torneranno
attutite dai tocchi di altre deità

[da “Meteo”, in A. Zanzotto, Le poesie e prose scelte, Milano, Mondadori, 1999]

E per onorare Cal Santa riportiamo questa poesia di memorie del luogo amato (1957), non inclusa nell’edizione completa.

Cal Santa

Cal Santa gremita di neve
Cal Santa che l’umile sùbita svolta
lasci andare all’azzurra
scure, allo spesso azzurro di gennaio.

Cal Santa gremita di vento,
che malsane, febbrili primavere
conduci ai cortili, alle sere
acquee di marzo, al cimitero.

Qui bambino rincorsi un’ombra cara.
Uomo qui mi dissolvo oltre il cancello;
lavato via, mani capelli lacrime,
lavato via nel buio. E mai partii.

Per te, dal cimitero
torna la gente, se ardi
di foglie, se radono
sottili i tuoi monti oltre le case
immensi autunni. E in essi
luci e mura si sgretolano
verso i boschi, nel cupo d’una volta
illeggibili versi d’amore.

Meriterebbero uno spazio anche altri testi in cui l’autore raccoglie antiche voci dialettali e mestieri in via d’estinzione, per farne memoria. Questo per trattenere la sacralità del passato e il valore del dialetto, lingua parlata da tutti, minacciata dall’imperversare di voci straniere, in particolare anglosassoni. Ma sarà più bello ascoltarle recitate da Federico Pinaffo, inserite in un cd allegato agli Atti del Convegno “Il sacro e altro nella poesia di Andrea Zanzotto”, edizioni ETS, a cura di Mario Richter e Maria Luisa Daniele Toffanin*.

Giovanni Lugaresi fa ricordo nelle pagine culturali de “Il Gazzettino” di questo convegno veramente particolare nella cornice dei Colli Euganei tanto frequentati e decantati da Zanzotto nella sua giovinezza quando studiava all’università di Padova:

“Bisbigli di campane”, rinvii alla sfera liturgica, richiami a “Ordet” di Dreyer, riferimenti evangelici e biblici, umori “del sacro pagano e cristiano”, da un lato. Echi di un che di evangelico e un’onestà intellettuale che gli faceva dire: Dio non è mai raggiungibile, in una ricerca non forzata ma naturale, per cui Dio non lo si può ridurre alle nostre esigenze, a nostro “uso e consumo.

In questi due aspetti principalmente, per così dire, sottolineati da Silvio Ramat e da Mario Richter, dell’Università di Padova, si possono sintetizzare la figura e (in parte) l’opera di Andrea Zanzotto, emerse nel convegno organizzato nell’Abbazia benedettina di Praglia da Maria Luisa Daniele Toffanin per l’Associazione Levi Montalcini, la cui attività ha illustrato lei stessa.

“Il sacro e altro nella poesia di Andrea Zanzotto” era il tema dell’incontro, il primo di una serie in programma, soprattutto nella Marca Trevigiana, per onorare il poeta di Pieve di Soligo a un anno dalla scomparsa. Tema originale, che ha mostrato in sintesi un aspetto per la verità non molto considerato di Zanzotto: la presenza del sacro, appunto, nella sua ricchissima produzione letteraria.

A riprova di ciò, si sono dimostrati non soltanto gli interventi dei relatori (fra i quali, anche Francesco Carbognin dell’Università di Bologna e padre Espedito D’Agostini dei Servi di Maria), ma pure la lettura (ineccepibilmente espressiva e misurata) di liriche di Zanzotto da parte di Federico Pinaffo.

In quell’altro, previsto dal titolo del convegno, poi, si è inserito a pieno titolo, per così dire, Antonio Daniele dell’Università di Udine (“Aneddoti zanzottiani”), che si è soffermato in particolare sul rapporto fra il poeta di Pieve di Soligo e il paesaggio euganeo (con accenti anche leopardiani), lui che era profondamente deluso per la cementificazione della sua terra, mentre proprio nei Colli del Padovano aveva trovato un emblematico richiamo, sulla scia, del resto, di Petrarca, Foscolo, Byron, Shelley.

In apertura di convegno, l’abate Norberto Villa aveva sottolineato la straordinarietà dell’evento in un ambiente dove il Cenacolo della poesia è di casa, e come la poesia stessa (è il caso di Zanzotto) possa introdurre una nota metafisica nella fisicità.

Marisa mia, hai donata a Leucade un documento di inestimabile valore! Il tuo vissuto è imbevuto di Arte e di esperienze che hanno consentito alla tua anima di aprirsi su scorci di infinito. Il ricordo del grandissimo Andrea Zanzotto, di Pieve di Soligo, che tratteggi con la consueta, magistrale capacità espressiva, corredato dalla testimonianza della moglie,dagli articoli e dalle sue liriche, è un tributo indimenticabile all'uomo e all'Artista e una fonte illuminante di conoscenza per noi lettori. Tra l'altro Zanzotto si potrebbe definire quasi profetico, visto il suo legame con la natura e l'impegno che ha profuso per la salvaguardia dell'ambiente. Egli attuò una straordinaria forma di resistenza nei confronti dell'aggressione dell'uomo al paesaggio, al progresso, che definiva sconsiderato e creava devastazioni anche in campo sociologico e psicologico. La grande Letteratura, d'altronde, arriva sempre prima, perché i Poeti e gli Artisti in genere hanno antenne molto ricettive. Inoltre Zanzotto la Natura l'aveva 'indossata' sin dall'infanzia. Ho sempre molto amato quest'intellettuale del quale descrivi sfaccettature inedite e ti sono grata per queste e per tutte le altre pagine, che mettono in evidenza la vastità del tuo orizzonte culturale e la tensione che ti spinge quotidianamente a svuotarti in amore... Sei una Donna speciale e sono sempre più orgogliosa di esserti amica! Ti stringo al cuore insieme al nostro Nume Tutelare, che sarà orgoglioso dei tuoi omaggi.
            Maria, 24 giugno 2021

Ti ringrazio, carissima amica, della tua sentita condivisione di questa testimonianza su Andrea Zanzotto, la sua Pieve e la mitica Cal Santa. Hai ragione, Zanzotto come ogni grande poeta quali Turoldo, Pasolini…, ha capito la sacralità della contrada della sua infanzia, di tante presenze care: la nonna, la madre, la zia, il padre strette da antiche tradizioni. Ha capito la sacralità della natura, del paesaggio esaltati, difesi nella sua vita-poesia. Ha compreso il sacro di un mondo che l’uomo ha devastato con quel progresso scorsoio sconsiderato, come tu ben affermi. Noi ora ne paghiamo le paurose conseguenze. È vero, cara Maria, che nella sua poliedrica valutazione delle cose è stato un grande profeta da te ammirato. Mi sento veramente onorata di averlo conosciuto, frequentato godendo di un’amicizia con lui leggera. Mi rallegro di essere con te in questa pagina del prestigioso blog che accoglie il grande poeta solighese nel centenario della sua nascita. A te un abbraccio speciale e tanta gratitudine al nostro nocchiero.
            Maria Luisa, 27 giugno 2021

* chi volesse saperne di più può far riferimento alla mail dell’autrice.

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