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L'incontro con Anna Ventura
a due anni dalla scomparsa
nel ricordo del Premio Histonium 2007

La sua poetica degli oggetti

La poetessa, narratrice, saggista e presidente della Giuria Anna Ventura mentre consegna il premio alla poetessa Maria Luisa Daniele Toffanin.

La poetessa Maria Luisa Daniele Toffanin con il prof. Luigi Medea.

Il numeroso pubblico presente alla cerimonia di premiazione della XXII edizione
del Premio nazionale di poesia e narrativa Histonium.

Ho conosciuto la grande poetessa abruzzese al premio Histonium a Vasto, già in Occhio sull’autore, dove nel 2007 fu assegnato il primo premio al mio libro Fragmenta. È stato un momento felice per me anche perché Anna, membro della giuria, ha condiviso pienamente i messaggi espressi nel libro (in particolare ha voluto che fosse letta la poesia “Maternità”) e la mia scrittura, come appare nella motivazione:

La poetessa padroneggia con rara perizia la parola, mezzo espressivo di un pensiero vigile e intelligente, dando luogo a un discorso poetico di alto livello, con esiti sicuri e affascinanti. Nel fluire del verso si susseguono soprattutto immagini ed emozioni, ricche di sfumature, che conducono il lettore in percorsi interiori ed esperienze esistenziali di grande valore etico.

Questo per chi scrive è veramente sublime! Successivamente ci siamo scambiati i nostri lavori conoscendoci così più profondamente anche attraverso una coinvolgente corrispondenza. Abbiamo imparato ad apprezzarci e siamo diventate amiche nella poesia. In una delle sue lettere mi ha confidato che stava creando, nel suo palazzetto nel centro storico de L’Aquila, una biblioteca con i libri che più le piacevano, raccolti nella sua esperienza di membro di giuria. In mezzo c’erano anche i miei.

Fontana delle 99 cannelle, L’Aquila.

Montesilvano, Pescara.

La morte di suo marito e successivamente il terremoto del 2009 hanno spezzato questo equilibrio e interrotto momentaneamente il nostro rapporto. Alla terribile notizia l’ho cercata ovunque e, solo dopo sette giorni dalla catastrofe, sono riuscita a sapere che era ancora viva, da sua nuora proveniente da Padova rintracciata per un’improvvisa illuminazione. Poi i tragici particolari a tutti noti: la casa inagibile, la vita trasferita senza gli oggetti amati che sono la propria storia, in un luogo altro, un appartamento di vacanza a Montesilvano da sistemare.

Narro questi particolari, che hanno segnato i più fortunati, per esprimere la mia ammirazione ad Anna, non più giovane, capace di adattarsi e pure di rinnovarsi: così l’ho sentita nelle nostre conversazioni in cui mi raccontava della sua energia per rendere l’appartamento pienamente vivibile, come una dimora stabile. Aveva capito che la sistemazione de L’Aquila avrebbe richiesto una lunga sofferenza, però con gioia mi rivelava più tardi che la bibliotechina da lei creata era rimasta intatta.

Ma ritorniamo ad Anna Ventura poetessa dalla ricchissima produzione: raccolte di poesie, volumi di racconti, romanzi, libri di saggistica ed altro con successiva sistemazione di corrispondenza con il gotha poetico italiano ed europeo a cui si dedicava negli ultimi anni.

Non pretendo di dire grandi cose su una poetessa su cui tutti i più grandi critici si sono espressi, voglio solo parlare di lei, in particolare di quei libri che mi ha regalato, così come se le scrivessi una lettera o le raccontassi al telefono queste mie considerazioni che lei anche apprezzava. Ne voglio parlare insomma in tono sommesso, amichevole. E riporto alcuni testi, che rispondono al tema in oggetto nel Cenacolo di Praglia da me approfonditi in quel lontano gennaio 2013, tratti da In Chartis e Non suoni ma rumori (Premio Venilia 2008), sillogi a me care, che hanno come protagonisti appunto gli oggetti capaci di ascoltare, di dire. Sono parte viva della nostra esistenza, anzi ne sono la memoria, i segni sacri che identificano il nostro presente, che ci proiettano nel futuro, almeno nella pagina. Così in Il fischio del treno attraverso cose cariche di umanità: i vasetti delle spezie, la tendina, la pianta di basilico, la bottiglia del latte… ci ritroviamo tutti noi con la nostra vita scandita dal passaggio delle stagioni, dalla puntualità-ossessione del tempo-treno che passa e ripassa in questa storia infinita di noi nelle cose. Ne risulta, da una attenta lettura, che Anna Ventura è amorosamente piegata in ascolto della realtà quotidiana, anche quella più confusa, coperta di polvere, con la vecchia lampadina segnata dalla mosca, apparentemente trascurata, in cui la vita si manifesta in maniera semplice quasi dimessa, che Anna trasforma in una epopea umile, affettuosa, autentica delle cose, come in Hic et nunc. Cose che creano una particolare atmosfera di pace dell’inutile, / del tempo immobile del dolce far niente, che riflette l’anima dell’autrice, dei vicini di casa abbandonati a una primordiale filosofia, quasi un’atarassia, ai perché ai quesiti dell’esistere, lasciandosi andare nel grande fiume delle cose. E queste poesie, legate dalla comune poetica delle piccole cose, sono sempre diverse, nate da una diversa ispirazione, da una uguale fedeltà alla sacralità degli oggetti derivata, a mio avviso, dall’humus stesso della sua terra. Dalla saggezza, pacatezza, dai costumi della sua gente attenta proprio alle piccole cose, attraversate però da infiniti gesti in cui ogni uomo riconosce se stesso nei minuti passaggi della sua storia, convergenti tutti nella grande Storia. Una poesia regionale che acquista una valenza universale. Si rivela anzi antica laude moderna alla vita attraverso gli oggetti della quotidianità intesi come dono rinnovato sempre, recitata con gratitudine al miracolo celato in essi-oggetti-poesia-voce in intimo colloquio con noi nello snodarsi del tempo. Una poesia apparentemente semplice, ma che nasconde il segreto stesso dell’esistenza, proprio perché riesce a varcare il limite appropriandosi nei versi di sentimenti e memorie universali. Il suo quindi è un crepuscolarismo solo apparente perché non nasce dal rimpianto per il passato, ma dall’esaltazione della vita stessa che negli oggetti si conferma, nel sentire di Anna, con la sua vitale carica di speranza. Ne è esempio Due lettere di carta:

Oggi, gennaio, / i giorni della merla, la resa / all’incomunicabilità è un oggetto, / una cosa che si può toccare. Eppure / due lettere di carta, spedite da amici lontani, / bastano a farmi credere / che le strade torneranno transitabili, / che la spiaggia fredda aspetta / la prima passeggiata senza scarpe, / il bosco a mezza costa cova sotto le brine / il suo manto di ciclamini cremisi, / per l’ultima estate, la migliore.

Racchiudono nei primi versi la puntualità della natura, vedi i giorni della merla che stiamo proprio vivendo ora, come espressione di una tangibile incomunicabilità per il freddo rigido di quei giorni, ma le due lettere di carta, giunte da amici lontani, diventano una testimonianza che tutto tornerà all’equilibrio normale, che la speranza della primavera è ancora viva e che nel bosco ci sono già promesse di ciclamini per un’estate migliore. Un amalgama reso con leggerezza, sapienza e riconoscenza per la natura della quale, altrove, anche gli animali, le piante, i fiori sono avvicinati francescanamente. Temi a me così cari, intimo conforto in questo confuso tempo sotteso d’inquietudine e di negatività.

Lo stile di Anna è immacolato per proprietà lessicale, per la misura della parola, per i ritmi, per la tonalità leggera del linguaggio, vicino al quotidiano, ma calibrato sapientemente, sempre in una visione etica delle cose, dell’uomo, accesa da uno stupore fanciullo che ha dentro tutta la coscienza dello spazio-tempo nel ciclo eterno del creato. Una dimensione poetica unica quella di Anna Ventura che è in fondo lirica coerenza al suo modo di porsi nella vita, così come l’ho potuta apprezzare nelle mie frequentazioni.

P.S.

Solo ora trovo queste note sparse poi ricomposte in una lettera nel 2007…: “La tua poesia, cara Anna, è così pura, semplice come germinata dalla madre terra e nello stesso tempo ha dentro tutta la sapienza delle stagioni e dei loro riti eterni. Come la terra ne percepisce tutte le più intime pulsioni nel naturale scorrere del tempo, così la tua poesia conosce tutti i segreti delle cose, degli uomini, degli animali, dei luoghi. E in queste voci minime incontra storie-verità di esseri animati ed inanimati che insieme dicono il senso del nostro esistere ogni giorno. È moderna e antica insieme: vive di istanti, di stupori accesi di eterno”. Diviene qui ed ora profetico annuncio di Bene in una vita rinata.

E nel rimpianto di non aver conosciuto prima del 2007 Anna Ventura, di non averla ancor più frequentata nel periodo a noi concesso, la voglio ricordare nella sua grandezza di poetessa, scrittrice, saggista, critica che sapeva tradursi, nella sua immensa umanità, in una disponibilità innata all’ascolto e al colloquio con gli altri. E mi rimane vivo il suo abbraccio a Vasto, la solarità del suo volto e del suo sorriso che rivedevo sempre nelle nostre telefonate in cui ci raccontavamo la vita. Così la immagino nella sua terrazza impegnata a ricomporre definitivamente i saggi, i suoi rapporti infiniti letterari, supportata da un’esperta, la immagino felice del mare che aveva davanti e dei fiori nella terrazza, felice del poco: Mi basta questo…

Riascolto le sue parole trattenute con religiosità, impresse in lettere gialline: “I tuoi giudizi sulla mia poesia mi piacciono molto e mi fanno vedere in te una capacità critica notevole degna di un vero e proprio impegno nel campo… il tempo è il nostro nemico, non basta mai, non concede sosta se non quelle fortunatamente imposte dalle leggi naturali… I tuoi volumi confluiranno con mia gioia nella piccola biblioteca di cui sto creando le basi; non è un’impresa da poco ma conto di farla nascere, se Dio mi darà la forza. Per ora ho solo preparato un ambiente … e ho iniziato a collocare i poeti … Ho detto ai miei figli che questo è il mio ultimo giocattolo, che non devono criticarmi per il mio entusiasmo senza il quale non avrei respiro. Carissima, è stata una gioia conoscerti e stabilire con te un rapporto di stima e di amicizia…”.

E anche attraverso questi frammenti di lettere posso rivivere Anna nella sua vitalità interiore e nel suo inesauribile impegno culturale. Grazie Anna.

Il fischio del treno

Flaconi di vetro colorato
con dentro semi e spezie,
immobili salse in porcellane bianche;
dietro la tenda di trina
c’è il mondo, immenso.
Le stagioni cambiano:
l’estate è il vaso di basilico,
l’inverno, la bottiglia di latte alla finestra.
Così in infinite case,
in infinite finestre.
Infinite antenne sui tetti,
tutte eguali.
Passa il fischio del treno,
sempre alla stessa ora.

Da “In chartis”, Bastogi, 1996

Hic et Nunc

Qui dove si stringe l’interno,
dove il raggio di ponente
riscalda il cuore
e gli oggetti scombinati e vecchi
tranquilli convivono;
qui dove la vecchia lampadina
conserva la pulce nera
della mosca estiva,
le piastrelle non brillano,
la polvere pacifica
sta sulle cose
qui c’è la pace dell’inutile
il tempo immobile del dolce far niente,
lo sguardo che osserva dietro le garze rosse e bianche
altre case,
altri comignoli e tetti,
balconi, finestre, ballatoi
dove la vita dei semplici
scorre
senza chiedersi come
e perché, e fino a quando,
e con quale fine e mistero.
No, non ha questa presunzione
la vita dei miei dirimpettai,
perciò qui sto bene anch’io,
come loro,
nel grande fiume delle cose

che non aspettano niente.

Da “In chartis”, Bastogi, 1996

Due lettere di carta

Oggi, gennaio,
i giorni della merla, la resa
all’incomunicabilità è un oggetto,
una cosa che si può toccare. Eppure
due lettere di carta, spedite da amici lontani,
bastano a farmi credere
che le strade torneranno transitabili,
che la spiaggia fredda aspetta
la prima passeggiata senza scarpe,
il bosco a mezza costa cova sotto le brine
il suo manto di ciclamini cremisi,
per l’ultima estate, la migliore.

Da “Non suoni, ma rumori”, Venilia editrice, 2009

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