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D'aria e d'acqua le parole

Martedì 14 dicembre 2010 alla Biblioteca delle Oblate, in Via dell’Oriouolo n. 26 a Firenze, nel centro storico, vicinissima a Piazza del Duomo, si è svolta la serata di presentazione del libro D’aria e d’acqua le parole (Edizioni del Leone, 2009) della scrittrice fiorentina Roberta Degl’Innocenti. Ad introdurre la serata Mariagrazia Carraroli, scrittrice e critico, presentatore il Prof. Giuseppe Panella, filosofo, saggista, poeta. L’evento era stato organizzato da “Pianeta Poesia”, nell’ambito del programma 2010/2011, nella persona di Franco Manescalchi, poeta e scrittore che dirige Pianeta Poesia. Un pubblico numeroso, importante e festoso, si è stretto intorno a Roberta per questo libro che ha già avuto presentazioni e riscontri positivi di critica e di pubblico.

Roberta Degl'Innocenti e Mariagrazia Carraroli.

A prendere la parola è stata Marigrazia Carraroli per i saluti e le due poesie di benvenuto. Roberta ha aperto la serata con la poesia dedicata a Firenze, Minuetto, mentre Mariagrazia Carraroli ha letto Ballata dei poeti, citata anche da Paolo Ruffilli nella sua prefazione al libro. Di seguito l’intervento critico di Mariagrazia Carraroli.

…(…)… già da queste due poesie siamo entrati nella poetica di Roberta Degl’Innocenti, siamo entrati nelle sue parole d’anima e quindi nella sua scrittura … (…)…

Entrare nella scrittura di Roberta Degl’Innocenti è come aprire la porta del sogno e della fiaba, è scoprire un mondo altro, dentro cui si animano presenze multicolori, parlanti con voce di canzone. I versi avvolgono come l’aria e come l’acqua d’un bagno speciale toccato dall’incantesimo. Così che gli occhi, la voce, il respiro di ciò che si percepisce leggendo sono quelli dell’erba che canta, del vento fiordaliso (pag. 70 ) le margherite appaiono scarlatte e la donna bruna impasta pane e inchiostro di pensiero (pag. 26 ). La donna, il poeta Roberta, usa la penna come la fata muove la sua bacchetta magica, ne fa uscire favole segrete, sorrisi azzurri o forse una lacrima…. Talvolta s’indigna contro i poeti che mentono e sanno di mentire ma poi, conciliante e solidale canta: I poeti non conoscono la fame (…) Si specchiano nei lembi di sorgente, soffiano/ sopra i sogni dei bambini e li volano, li volano/ per sempre. Un verso, basta un verso, per essere felici./ Un verso, anche sbiadito,/ che vinca la paura della morte. (pagg. 68/69)

Nel libro D’aria e d’acqua le parole libro fortunato, ricco di lettori e recensori e di cui Lia Bronzi, Presidente della Camerata dei Poeti e noto critico letterario, ha scritto un saggio, l’autrice cita e s’accompagna a tre poeti a lei cari: Duccia Camiciotti che apre la silloge con una poesia dedicata a Roberta che chiama dolcissima luna fanciulla, Sandro Penna richiamato in una poesia di mare e marinai, ed Emily Dickinson vestale di respiro, quella Emily volontariamente segregata nella sua stanza. Trent’anni vissuti nella camera da cui non uscì nemmeno alla morte dei genitori, quella camera dove scrisse le sue bellissime poesie ispirandosi alla piccola porzione di mondo visto dalla finestra e vissuto nel suo ricco immaginario.

Roberta Degl’Innocenti è tutt’altro che chiusa e segregata: è, invece, molto attiva nel mondo e presente nel panorama culturale non solo fiorentino come scrittrice, poetessa, critico letterario e d’arte. Organizza ed è membro di concorsi letterari, cura mostre di pittura e riveste ruoli di primo piano in diverse Associazioni culturali. Ma, quando si ritira nel suo angolo segreto e apre la finestra sul bosco delle emozioni, si lascia investire da un’aria monella che scompiglia tutto lo spazio dei pensieri, lo riempie di voli e di vele, di elfi, di fate dalle vesti mosse da un vento mutevole, lo stesso della ricca immaginazione dell’autrice che diviene viaggiatrice di sogni indossando un vestito di niente. Sto citando dalla sua raccolta del 2005 “Un vestito di niente” raccolta definita dal prefatore Paolo Ruffilli: libro esemplare (…) luogo di coagulo delle ragioni e dei modi (…) capace di tenere il filo delle opposte condizioni e di praticare la mescolanza (…) intrecciando “argento e nero”, “spine e oro”.

Anche nell’ultima pubblicazione, sempre accompagnata da una bella prefazione di Ruffilli, dolore e amore, pianto e sorriso si rincorrono come le lucciole, fuggite dai bicchieri , si mescolano come i colori dell’aria, colori che, per Roberta, non sono mai assoluti come recita l’introduzione all’ultima sezione del libro, intitolata “Rosaviola, dove le poesie mescolano malinconia a meraviglia, desideri a memorie e sogni, proprio come i colori che si specchiano l’uno dentro l’altro (…) si abbracciano o si separano, a volte / piangono. Proprio come dentro al chiuso del cuore le emozioni così simili a nubi spinte, confuse e radunate dall’aria che le raccoglie, le eleva e le inabissa, o all’acqua, le cui gocce si fondono l’una nell’altra.

Proprio come le parole d’aria e d’acqua così mobili e lucenti che Roberta accarezza e fa ballare al vento divenuto fiore (fiordaliso ) della sua poesia.

Una poesia, anche, del ricordo e degli affetti, questa del suo ultimo libro che si apre con una dedica e una poesia alla madre e si chiude ricordando poeticamente la casa delle Tate, quella casa dell’infanzia dove sono vissuti e vivono gli Amori, che vivono al presente perché non possono morire mai gli amori dentro il Firmamento di luci accese dal cuore, quelle luci che, schiarendo la nebbia del tempo, fanno brillare la tenerezza della memoria. E l’orizzonte si allarga, diventa un veliero dentro cui dolce il pensiero (…) scivola leggero.

Come nel sogno, come nella poesia. La poesia di Roberta Degl’Innocenti.

Dopo la bella introduzione di Mariagrazia Carraroli è stata chiamata la Presidente della Camerata dei Poeti, Lia Bronzi, a leggere la poesia Graffiacielo, tradotta in francese dal Prof. Giuseppe Brunelli.

Roberta che l’ha letta anche in italiano ha ricordato i suoi grilli graffiacielo e lo spazio espositivo di San Giovanni Valdarno: le due cose che hanno provocato il titolo e il testo. Sono poi continuate le letture da parte da Roberta con la poesia dedicata alla madre Pierina Montagni: Crupuscolo di ciglia e Arabesco canto che ricorda un capodanno a Vallombrosa. La poetessa ha quindi chiesto al Prof. Giuseppe Panella se aveva qualche preferenza di lettura e sono state lette La panchina rossa, Favola bruna, dedicata proprio a Lia Bronzi. Mariagrazia Carraroli ha chiesto a Roberta di leggere Marinai, la poesia che contiene un riferimento a Sandro Penna, poeta molto amato dall’autrice.

L'intervento del prof. Giuseppe Panella.

Eugenio Giani, Presidente del Consiglio Comunale di Firenze, e la poetessa Roberta Degl'Innocenti.

Subito dopo alcuni momenti dell’intervento di Giuseppe Panella.

Facciamo un piccolo passo indietro: questo non è certamente il primo libro di Roberta Degl’Innocenti che di libri ne ha scritti parecchi: (otto, risponde Roberta). Nella vita dell’autrice, nella nota biobibliografica ce ne sono alcuni che però, purtroppo, non ho potuto leggere, anche perché credo siano difficili da trovare. (andando indietro fino a Colore di donna,2009, del quale ho pochissime copie, poi, quello successivo, invece, è di narrativa e si può trovare -Donne in fuga- risponde Roberta). Prima di D’aria e d’acqua le parole c’è un’altra raccolta di testi poetici che s’intitola Un vestito di niente, anch’esso edito da Edizioni Del Leone, credo che fra questi due ci sia poi il libro di fiabe (La luna e gli spazzacamini) del quale però, in questa occasione, non parlerò. Vorrei tornare indietro a Un vestito di niente perché Un vestito di niente mi sembra, come dire, il prologo, la prima parte di un ideale dittico da cui questi due libri sono composti. Anche Un vestito di niente ha l’introduzione di Paolo Ruffilli e un pezzo di essa è stata letta prima, volevo però, appunto, ricongiungermi proprio alla sensazione di Mariagrazia Carraroli e leggervi un passo all’introduzione a Un vestito di niente, libro del 2005: - La poesia di Roberta Degl’Innocenti è commisurata a regole precise, a canoni addirittura classici. Limpida, trasparente, lucidissima, sul piano della forma; ma densa e avviluppata in improvvisi nodi drammatici, quanto a sostanza (“Respiro aria in odore di tempesta … In pensiero limpido pianto erba maligna”). Anche se alla fine la ricomposizione delle forze, sia pure attraverso spasmi e singulti, fa dichiarare. (“Respiro aria in sinfonia di tramonto”). Dove, a vincere, è la pace. In un bilanciamento, improvviso, di paura e desiderio, (binomio o aporia cari all’autrice di questi versi). La fuga del tempo, il defilarsi delle occasioni, la corsa in avanti e, in fondo, il dissolversi graduale della vita non hanno partita vinta in questa poesia, che appare consegnata alla consapevolezza dell’incontro paradossale tra l’eterno e il tempo, tra l’infinito e il finito, su una linea di confine che la morte non sembra in grado di violare (Paolo Ruffilli).

Abbiamo quindi una poesia della rappacificazione, una poesia che vuole porsi su un crinale fra sogno e realtà, come credo quasi tutti gli autori di recensioni abbiano posto in rilievo, ma dove il sogno non è mai una funzione fine a se stessa, non è mai spostata in avanti in una dimensione assoluta, ma è sempre inserita in rapporto con una realtà ben precisa, la poesia della panchina rossa, che avete sentito prima nelle letture, è in questo modo esemplare: c’è un oggetto, un qualcosa, un’occasione, avrebbe detto Montale, che fa scattare la limpidità e la prospettiva della scrittura che però, poi dopo, dopo avere esaminato l’oggetto che l’ha fatta partire verso la propria dimensione, si tramuta in dimensione onirica: quindi c’è una realtà oggettiva, un’occasione, un momento significativo nel quale la poesia può essere collocata, appunto: la panchina rossa di Lugano, la casa delle Tate, o le altre di cui si parlerà poi, e invece questa realtà, questa dimensione del reale trasfigura, direi anzi trasmigra da sogno e soprattutto levità: non è un caso che la raccolta si chiama, appunto, D’aria e d’acqua le parole, scegliendo l’aria e l’acqua: gli elementi più aerei, gli elementi più lievi, gli elementi più leggeri, rispetto al fuoco e alla terra. D’aria perché, appunto, nel sogno, d’acqua perché tutto scorre: la realtà si profila come una possibilità di movimento e di dinamica di situazioni …(…)… Giuseppe Panella ha proseguito poi, parlando delle due raccolte, leggendo la poesia Sete d’ansia dal libro Un vestito di niente …(…)… Allora questa è una dichiarazione di poetica: la poesia è questa dimensione di rapporto un po’ ansioso, un po’ frenetico, ma nello stesso tempo andante a una dimensione di pacificazione che è appunto l’ansia. L’ansia produce una trasformazione della persona che la prova ma, nello stesso tempo, la spinge a rappacificarsi con se stessa. La sete d’ansia è qualcosa che serve a trasformare una realtà che altrimenti potrebbe piombare in una dimensione negativa, in una dimensione di noia, non solo ma l’ansia qui perde il carattere negativo che di solito assume nel linguaggio comune, nel parlare di una persona ansiosa, dell’ansia si ha sempre un carattere negativo che va a significare un’immaturità o un’incapacità di cogliere la vita per così com’é. Qui l’ansia dà un vivere: è sete di vivere e desiderio di vita. La vita, appunto, si conquista, secondo Roberta, Roberta Degl’Innocenti, offrendosi in sacrificio ad essa, ovvero trasformando la propria vita in un movimento continuo, in qualcosa che spinge verso un conseguimento di equilibri sempre nuovi, sempre diversi, nei quali però il passaggio fondamentale non è attraverso la vita come esperienza nevrotica o frenetica, ma attraverso il conseguimento di un equilibrio che nasce dalla conquista del suo elemento naturale: non a caso qui si insiste molto sugli odori, sui fiori, sulla dimensione della natura, la poesia è costruzione naturale, qui come la natura appunto è fatta dei propri elementi, che si susseguono inevitabilmente, ma anche mirabilmente, l’uno all’altro; così la poesia è dimensione della natura, che tiene conto di tutte le sue parti, e si costruisce come un meccanismo che, alla fine, giunge alla propria conclusione, giunge alla propria conquista. La sete d’ansia è in realtà non tanto, non soltanto, la manifestazione di una nevrosi, quanto una volontà di vivere la vita, di berla, di mangiarla, di possederla attraverso il possesso delle sue sinestesie. C’è una tensione molto forte nella poesia, sia in questo libro, sia nel libro successivo, proprio alle sinestesie, alle manifestazioni, alle emozioni prodotte da enti naturali e, ovviamente, dalle proprie manifestazioni, dai proprie sentimenti, dalle proprie emozioni …(…)…proseguendo ed entrando nel merito del libro in presentazione …(…)… ci sono le sinestesie, c’è il rapporto con la natura, c’è la volontà di trasfigurazione in una realtà naturale, però qui il linguaggio è più ricco, è meno lineare per certi aspetti, e si va verso la costruzione di un linguaggio proprio. Ci sono parole create da assonanze o parole create mettendo insieme due cose che non c’entrano niente a dare proprio l’impressione di quella che sarà poi la sensazione che si vuole comunicare, forse se avete ascoltato con attenzione La panchina rossa ci sono queste parole miste: i viali malia, parole costruite, e non sono parole che si trovano nel vocabolario, ma che sono create dalla congiunzione, dall’incontro, dalla resa in enigma di sensazioni apparentemente banali, apparentemente scontate, che però proprio nel loro incontro, nel loro trovarsi insieme reinventano questa realtà …(…)… Questo non vuol dire che nell’altro libro non ci sia interiorità, non si mostri intimità. In questo secondo libro, in realtà, c’è uno scavo più forte all’interno di sé, della propria realtà, dei propri ricordi, non è un caso che il libro è proprio dedicato alla madre. Indica una volontà di ritorno anche ad una dimensione d’infanzia, o comunque del passato, e c’è anche l’omaggio alla città, l’omaggio ai luoghi, la poesia che avete sentito, quella ultima che chiude la raccolta, e che avete sentito leggere dalla poetessa stessa, Firmamento di luci, Via del Larione. C’è proprio il ricordo della giovinezza, il ricordo di una dimensione nella quale, probabilmente, determinate sensazioni, non si tratta qui nemmeno di giovinezza né di vecchiaia, non c’entra qui il fisico. C’è una sorta di elegia che, contemporaneamente, è un omaggio e il rimpianto di un’epoca in qui le sensazioni erano pure, non erano filtrate, non erano “culturalizzate”, quindi erano legate alla pura e semplice dimensione dell’ascolto e della visione. C’è in questa idea, a mio avviso molto lucida, molto bella della poesia, per recitare un passo da questa poesia, della poesia come luogo nel quale dimora il passato.

Quattro fiori dimorano il tempo”, dice, non lo spazio, il tempo, si aggirano / gemendo stanze vuote, semi d’amore divenuto / spiga e poi frumento, forte, impavido alla falce”. Sono eventi del passato, sicuramente di una dimensione personale dell’autrice, che però qui si fanno prospettiva, quasi profezia di quello che è avvenuto, di questo luogo, luogo reso mitico dalla parola poetica dove sono state seminate delle possibilità. Sono stati sparsi come, appunto, sentito, semi d’amore, divenuto poi spiga. C’è da un lato il rimpianto, il passato, la ricostruzione, il rimembrare, direbbe il poeta di Recanati.

Ma in questo, però, non c’è soltanto l’elegia per quello che non c’è più, c’è la consapevolezza del movimento, c’è la consapevolezza dello spostamento: quello che è stato un tempo, oggi è divenuto altro, se ne può parlare non solo piangendo, ricordarsi di quanto erano belli i tempi di una volta, avendo la consapevolezza che quello che è avvenuto ha avuto un senso, ha avuto una finalità, ha avuto uno scopo. In questa poesia non c’è mai la decantazione dei ricordi, o del passato, come luogo non più avvicinabile, come luogo che non può essere più ritrovato. C’è, invece, il ritrovamento del luogo, come La panchina rossa di Lugano, come il Firmamento di luci, come tutti i luoghi che qui vengono descritti. In questo, a mio avviso, c’è un salto di qualità rispetto ad Un vestito di niente che pure, ripeto, costituisce la sponda con la quale giocare, con la quale intersecarsi per riuscire a capire qual’é la prospettiva di D’aria e d’acqua le parole …(…)…

E’ come se le parole delle quali è composta questa poesia avessero il compito, essendo fatte d’acqua e d’aria, di lucidare e di lavare la realtà. Parole che hanno il compito di trovare l’originaria lucentezza: lavare qualcosa significa riportarlo alla propria naturale originalità, così come, appunto, è il vento che spazza le nubi e riporta il cielo alla sua dimensione originale. Non è un caso che la poesia di Roberta Degl’Innocenti sia, nella propria vocazione originaria, a mio avviso, e questo poi l’autrice dirà se è vero o meno, sia fondamentalmente narrativa, cioè voglia raccontare, più che esprimere solo stati d’animo ed anziché rimanere legata ad un io, che spesso nei poeti tende all’immobilità un po’ stagnante se si parla solo di sé. Poi il rischio è anche quello di raccontare sempre le stesse cose, quindi di autoriprodursi sulla pagina. Questa poesia, invece, vuole essere narrativa…(…)… Qui c’è questa panchina che racconta la storia di una vita e, nello stesso tempo, lo fa nella sicurezza che non si tratta solo di luogo trascorso, non si tratta solo di qualcosa che è passato, ma è anche un futuro; c’è anche un futuro: sono appunto questi versi che la rappresentano che, dice la poetessa, inciampano, sorprendono le reti. Inciampano, così come recita il verso, forse più bello, a mio avviso naturalmente, ognuno di voi poi potrà dire quello che ne pensa, cioè: Un verso balbetta il silenzio. Dove la condizione naturale, normale della vicenda è arrovesciata: non è la parola che balbetta la silenzio, il silenzio dovrebbe interrompere o rendere balbettante la parola. Tradizionalmente, nella grande poesia del novecento ma anche fine ottocento, il silenzio è luogo di approdo della parola. La parola è circondata dal silenzio o comunque ritrova nel silenzio la propria verità. Se non ci fosse il silenzio non ci potrebbero essere le parole, qui sembra però tutto il contrario, rovesciando questa tradizione novecentesca: non è il silenzio che invera la parola ma sono le parole che inverano il silenzio, rendono il silenzio parte integrante di esse e quindi una manifestazione di fiducia della poesia, mentre, il contrario, nel silenzio che invera la poesia c’è una manifestazione di crisi della parola, crisi della poesia, di incapacità della poesia a dire le cose, qui invece, inglobando il silenzio nel discorso, trasformando il silenzio in parola, non si rende soltanto l’idea di un flusso di realtà, ma si dà un seconda chances, una possibilità di dire di se stessa e nello stesso tempo di dire anche il silenzio: cioè quello che dovrebbe distruggerla e quindi di inglobarlo all’interno di sé. Il silenzio annulla la parola, qui, invece, ad annullare il silenzio, ma non attraverso la pura e semplice vociferazione, la pura e semplice produzione di suoni, è la capacità del racconto che è all’interno della parola poetica: per questo parlavo di questa vocazione narrativa, poi vocazione narrativa ovviamente testimoniata anche da altre opere dell’autrice, dalle fiabe, una vocazione in prosa; ma anche qui nella sua poesia c’è una vocazione in prosa, diciamo, una vocazione a raccontare delle storie e delle vicende che possono essere quelle del passato: le luci. Nella poesia che s’intitola Firmamento di luci, possono essere le luci, possono essere le stelle, ma possono essere questi luoghi o la dimensione pura e semplice della mito poeticità, testimoniata dalla poesia che è stata letta prima è che è la Favola bruna e che anche Ruffilli individua come uno dei punti di riferimento, come esperienza significativa. Ruffilli dice, appunto, di una reinvenzione di una realtà globale dentro la “favola bruna” che si affida alla visione e al sogno e ai nomi di meraviglia con cui visione e sogno sanno dare pronuncia alle cose della nostra vita. Allora, avviamoci verso la possibile conclusione per tentare di dare una definizione ad un libro molto ricco, che presenta, quindi, sfaccettature anche ampie. Potrebbe anche, non so, potrebbe dare la possibilità di capovolgere quello che è stato detto prima, in alcuni momenti, potrebbe anche contraddirsi intimamente, ma in realtà non lo fa mai proprio perché ha questa vocazione narrativa, vocazione narrativa dove c’è qualcosa e il contrario di esso, il tutto e il niente, il flusso e la stasi, l’acqua e il fuoco. Allora, in questa poesia di Roberta Degl’Innocenti, abbiamo una vocazione al racconto, ma più che altro alla esperenzialità, partendo da un’occasione che può essere la panchina rossa o altre situazioni che troverete, appunto, nel libro, dove si arriva, poi, dall’altra parte. Si va dall’altra parte, quest’altra parte che è il sogno, il quale però, ripeto, a mio avviso, non è mai fine a se stesso ma serve come gioco di sponda, come rimbalzo rispetto alla realtà. C’è una realtà che permette di far scattare il sogno, ma dal sogno poi si torna alla realtà. La panchina è significativa, ma anche Via del Larione o l’idea, qualcosa da esaurire per poter tornare indietro e, contemporaneamente, poter tornare in avanti. Abbiamo quindi, ripeto, una poesia fatta di ricordi, di episodi, di esperienze che si raggrumano in volontà di costruzione del dettato della parola che è un dettato classico. In d’aria e d’acqua le parole c’è anche una vocazione creativa a livello di parola, attraverso questi testi, questi termini che vengono messi in corto circuito perché, in effetti, la volontà è quella: la totalizzazione, la reinvenzione globale come dice Ruffilli nel suo testo prima. Ad esempio, leggo sempre dal testo Firmamento di luci: Dolce il pensiero che scivola leggero, / scavalca mura alte, se ne appropria. / Deja-vu Casa Incantata. Il deja-vu che è, appunto, la sensazione di essere già vissuti, eccetera, si trasforma nella Casa Incantata che, però, ben si conosce, che ben si è rappresentata, che ben si è vista. Il deja-vu viene fatto cortocircuitare con la Casa Incantata, con questo regno di sogni. In questo passaggio, in questa andata e ritorno tra realtà e sogno: ritorno al sogno e ritorno alla realtà, attraverso l’uso accorto della parola, che permette alle frasi liriche di esserci come una sorta di tela costituita dal rammemorare dell’autrice, di questa capacità di mettere insieme l’atmosfera onirica della notte o della fiaba con la realtà o l’esperienze vissute, credo, consista l’interesse e il fascino di questa poesia. Una poesia nella quale si riesce a passare attraverso esperienze soggettive e però, proprio grazie a quest’uso della parola, della parola sinestetica, della parola come produttrice di mito o di sogno, questa parola è parola che non è puro gioco volontaristico dell’autore ma cerca di configurare dell’esperienze che si vogliono universali. Grazie. leggi il testo integrale

Roberta Degl'Innocenti e Lia Bronzi, Presidente della Camerata dei Poeti di Firenze.

Dopo l’intervento di Panella, di grande interesse e coinvolgimento, Roberta ha ringraziato i suoi relatori e si è espressa sulla presentazione importante e profonda che ha fatto Giuseppe Panella.

…(…)… tra l’altro lui ha parlato della poesia La panchina rossa e mentre parlava di questa panchina e anche dell’opportunità con la quale, attraverso un oggetto, scrivo una storia, mi è venuta in mente una cosa: nel mio primo libro Il venditore di palloncini e altre storie (narrativa, 1995) c’era proprio un racconto che aveva per titolo Il vento e la panchina e la Giuliana Matthieu, che all’epoca frequentavo, mi scrisse: “Regala l’anima alle cose”. Una presentazione, quella di Giuseppe Panella molto molto bella, nel mio libro c’è sempre una volontà di vita, mai un ripiegamento e poi queste opportunità che io trovo in qualsiasi cosa per poterne narrare la storia. Chi mi conosce lo sa. Può essere anche un sasso, ma non è mai qualcosa di statico: tramite la fantasia diventa personaggio, storia. Ringrazio tantissimo … (…)…

Roberta ha letto poi, su richiesta, Margherite scarlatte, Seduzione conchiglia, Musica bolera, La gonna dei papaveri, (della quale ha parlato anche del ricordo, della fotografia e dell’episodio che ha provocato la scrittura, la poesia, infatti, parla di lei stessa e del marito). Al termine delle letture sono state chiamate da Mariagrazia Carraroli la poetessa Simonetta Lazzerini Di Florio a leggere una propria poesia, dedicata a Roberta Degl’Innocenti, dal titolo Nel ridere diventano bambine e Ilaria Bucchioni, attrice e regista che opera in realtà importanti le quali il “Teatro della Pergola”. Ilaria, dopo avere espresso un gradito pensiero sul libro, ha letto con Roberta, a due voci, i testi Ballata dei poeti e Firmamento di luci.

Una parte del pubblico presente nella Sala della Biblioteca delle Oblate.

Sempre Mariagrazia Carraroli, nelle veste molteplice anche di una perfetta padrona di casa, ha parlato di un brindisi augurale chiedendo a Roberta di leggere la poesia Rossomiele, che ha recentemente vinto il primo premio Rabelais, e dedicata al vino. La poetessa, prima di leggere il testo, ha anche parlato brevemente della poesia che nasce da una storia personale. (…)… il ricordo del fado e parla anche di una storia, una storia d’amore, questi due ragazzi in fuga come stelle siamo io e mio marito, c’è quindi un ricordo personale …(…)…

Dopo la lettura della poesia Rossomiele è stata data la parola al pubblico ed è intervenuto subito con entusiasmo Roberto Cellini, Presidente del Centro d’Arte Modigliani. Dopo l’intervento di Roberto Cellini è arrivato il Presidente del Consiglio Comunale di Firenze Eugenio Giani, che aveva in contemporanea altre presentazioni in Palazzo Vecchio, ma è riuscito lo stesso a venire anche per un saluto.

Eugenio Giani ha fatto un lusinghiero intervento sul libro D’aria e d’acqua le parole, che aveva già presentato al Palagio di Parte Guelfa ed alla Camerata dei Poeti, e sull’autrice, impegnata per la cultura in molteplici attività. Eugenio Giani, che segue l’opera di Roberta da molti anni, presentandone sempre i libri, si è espresso anche in maniera molto favorevole sul Centro d’Arte Modigliani presso il quale Roberta riveste la carica di Vice Presidente

Sono ripresi poi gli interventi del pubblico con Anna Balsamo, Vice Presidente Emerita della Camerata dei Poeti, Carmelo Consoli, Segretario della Camerata dei Poeti, Flora Gelli, poetessa e scrittrice.

Prima di chiudere la serata è stato chiesto a Roberta di leggere la poesia Penna fattucchiera e Roberta ha spiegato che l’aveva letta per la prima volta in occasione di una mostra del maestro Giancarlo Ferruggia.

L’ultimo saluto della serata è stato di Anna Maria Guidi: poetessa e scrittrice, che è intervenuta esprimendo un bel pensiero sul Roberta.

Una serata di grande successo e partecipazione.

Notizie dell’evento sono apparse sui quotidiani: La Repubblica, La Nazione e City.


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