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Presentazione del romanzo
di Claudio Alvigini
“Il Capitano di Bastur”

Martedì 15 gennaio 2019 alle ore 18,30, presso la libreria La forma del Libro di via XX settembre, a Padova, Lucia Gaddo Zanovello ha presentato il romanzo di Claudio Alvigini Il Capitano di Bastur, Macabor 2018.

Con l’Autore era presente anche Bonifacio Vincenzi, appositamente giunto da Francavilla Marittima, ove dirige la sua Casa Editrice Macabor.

Dopo i saluti agli ospiti venuti così da lontano, ed essersi detta molto felice di conoscere personalmente l’Autore, di cui ha molto apprezzato il romanzo, e per la presenza straordinaria dell’Editore del libro, Lucia Gaddo Zanovello ha brevemente presentato una sintetica biografia dei due graditissimi Autori ospiti a Padova.

Tra i numerosi libri di poesia di Bonifacio Vincenzi ha ricordato La tempesta perfetta (Aljon, 2009). Con LietoColle le raccolte di poesia Le bambine di Carrol nel 2015 e Bataclan nel 2016. Fra le numerose opere di narrativa, il romanzo per ragazzi Kremena e la sfida del fuoco magico (Giovane Holden Editrice).

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da sx: Claudio Alvigini, Lucia Gaddo Zanovello e Bonifacio Vincenzi.
Bonifacio Vincenzi nel corso del suo intervento.

Bonifacio Vincenzi ha diretto la rivista “La colpa di scrivere” e il quadrimestrale di letteratura “Il Fiacre N. 9”. Nel 1985 ha fondato “Il Musagete” – Istituto culturale della Calabria, nell’ambito del quale ha ideato diverse rassegne letterarie.

Claudio Alvigini, nato in Svizzera, vive a Lisbona. Ha vissuto a Palermo, dove ha trascorso l’adolescenza, a Pozzuoli, dove, giovanissimo, ha iniziato la sua carriera aeronautica, e a Roma. Per più di quarant’anni, ha lavorato in Alitalia. A lungo è stato comandante di Boeing 747.

Ha pubblicato nel 1997 L’inconcepibile esercizio, in “Il sogno della farfalla” (rivista di psicoterapia e psichiatria), un saggio in cui sono contenute le riflessioni fatte in più di 30 anni di attività sul rapporto dell’uomo con il volo. E le raccolte di poesia: Visita in città, Nuove Edizioni Romane, nel 1998; La casa col terrazzo, Edizioni La camera verde, nel 2002; Ulàn Batòr, Edizioni Helicon, 2005; Trafficante di colori, LietoColle, 2007; Il principio di non contraddizione, Manni editore, nel 2012.

Ha vinto numerosi premi letterari, fra i quali il David di Michelangelo 2005, il premio Alpi Apuane per la poesia inedita nel 2007, il “Fiorino d’oro” al Premio Firenze 2008 con il racconto “Cinque missioni” e il premio letterario internazionale Merano Europa 2013, X edizione per la poesia edita.

Lucia Gaddo Zanovello durante il suo intervento.

Lucia Gaddo Zanovello ritiene che la vicenda de Il Capitano di Bastur acceleri in sé, concentri e calamiti, come per una naturale reazione alchemica, diventandone una logica prosecuzione, i temi e i modi delle opere precedenti, sia di poesia che di narrativa, quasi che questa opera ne fosse il risultato, l’esito prodotto, la risposta conseguente a tutto il lavoro di ricerca e di sintesi pregresso. Come se le opere precedenti ne fossero state la preparazione.

Si tratta di una invenzione letteraria felicissima, fantastica e avvincente. Protagonista non tanto e non solo il leggendario Capitano di Bastur, quanto il giovane Basin, che si trasforma da ragazzino in giovane uomo; assistiamo infatti, attraverso l’articolarsi della vicenda, al farsi difficile e doloroso della sua propria identità. Con buona ragione si può dunque parlare di romanzo di formazione.

Lucia Gaddo Zanovello è poi passata ad indicare i motivi per i quali ha trovato questa lettura non solo emozionante, ma anche interessante. Ha fatto la sua prima osservazione sulla stesura del romanzo: si tratta di una scrittura che subito colpisce e cattura. I capitoli, molto brevi, si susseguono veloci, i loro numerosi titoli, brillanti e centrati, bene sintetizzano tutta la vicenda.

Curatissimo lo stile, innumerevoli le descrizioni e i passaggi squisitamente poetici; simpatiche, curiose e divertenti molte definizioni attribuite a persone, attività o entità varie, come: il “Lavoro d’Eleganza”, il “Maestro delle Lettere d’Eleganza”; si incontrano i voluminosi tomi del “Tempo Statico” e delle “Azioni Immobili”, i “Medici del Corpo Sanato”, il “Primo Acconciatore”, il “Governo Assai Stabile”.

Ma scandagliando in profondità simbologie e significati, sparsi doviziosamente nel libro, numerosi appaiono gli approcci possibili, anche di tipo filosofico, a svariati temi di cui parlare: già alla pag. 7 del romanzo, la prima, si entra nella questione dello specchio, come oggetto e come metafora; uno strumento che sa ingannare o un abisso in cui perdere se stessi; dato che, sostiene la Gaddo, la nostra identità “diviene” solo specchiandoci nella diversità dell’altro. Specchiarsi è niente affatto scoprirsi o ritrovarsi, perché è come l’altro ci vede che conta per davvero ed è possibile identificare se stessi solo nella diversità dell’altro. Lo specchio, nell’immaginario, ha a che vedere con la bellezza e la vita può essere spesa a perseguirla e con questo obiettivo essere impegnata e impiegata. E si può perseguire la perfezione della riproduzione dell’‘eleganza formale’ identica a se stessa, come vuole il maestro Cardelio, ma la vera bellezza, afferma l’Autore Claudio Alvigini nel suo romanzo, deve essere quasi “insopportabile” e, per certi versi, inquietante, come quando Bastur, uscendo dall’angusto passaggio, nascosto alla base delle alte montagne invalicabili, indicatogli dalla capretta nera (l’aiutante delle favole), si trova davanti a una inconcepibile estensione liquida illimitata, o come per la visione dei ‘cinque legni e della valle che respira’, quando il vecchio avventuriero Grebenio, in gran segreto, ne ricorda ai compagni la descrizione, a suo tempo a lui riferita dal Capitano di Bastur in persona.

Ma nessuno specchio, ha affermato la Gaddo, potrebbe rimandare a immagini come quella del viso di Attride, che si rivela da sotto il cappuccio, scesole sulle spalle, quando la ragazza compie l’atto di portare alla bocca un bicchier d’acqua, e ancora Attride, più avanti nel racconto, quando, nell’immaginario quadro dipinto della sua figuretta stagliata alla finestra mentre cuce, finisce per identificarsi, in una sorta di ideale quadrimensionalità, con il senso stesso della vita.

Poi l’accento è stato posto invece sullo specchio che ha a che vedere con la ‘generazione dell’identico’: il Maestro d’Eleganza Cardelio raramente rinviene nei giovani le qualità assenti necessarie per ‘l’arte sottilissima di insegnare il nulla’, si legge nel romanzo, al fine di ottenere l’ambitissima ‘generazione dell’identico’.

Il pubblico ha ascoltato, dalle parole stesse dell’Autore, in che modo, durante l’antica gloria del palazzo di Sterlizio, suo figlio Bastamboldo, sotto l’alto magistero di Cardelio, ne apprende l’arte.

E come di uno specchio, perché per certi versi ad esso affine, ha ripreso la Gaddo, ricorre, ciclica, essenziale nel romanzo, la manifestazione del plenilunio, che sempre accompagna le riunioni dei misteriosi e longevi vegliardi e le scelte irrinunciabili dei protagonisti.

Il fenomeno, transitorio ma ricorrente, che dura al massimo un paio di notti, in queste pagine è molto presente e sembra essere la costante di un tramite generativo che ha molto dell’elemento femminile. È l’invito a una scelta, un’occasione che fugge e tramonta e anche percorso di conoscenza spirituale, come per l’antico druidismo, quando il Plenilunio era considerato un momento magico, in cui si aprivano porte su altre dimensioni e avvenivano eventi particolari, era un segno celeste di portata mistica, che non si limitava solamente al momento della sua manifestazione, ma comprendeva i due giorni che lo precedevano e i due che lo seguivano, per un totale di cinque giorni,“giorni sacri”che simboleggiavano un percorso interiore evolutivo.

Ma anche la Pasqua cristiana, il mondo agricolo, l’innalzamento delle maree sono legati al plenilunio.

Panoramica della sala con il pubblico.

E sotto il plenilunio, ha proseguito la Gaddo, si staglia l’orizzonte; quella linea in movimento che divide terra e cielo è sconosciuta, perché è impossibile vederla e osservarla nella Valle delle Montagne Chiuse e nel paesino di K., ove mancano persino specchi d’acqua e fiumi consistenti, e, non dimentichiamo, si dorme, anche in senso figurato, davvero molto.

Per chi vola, ha ricordato, l’orizzonte è punto di orientamento spaziale sostanziale, ed è proprio l'orizzonte, limite in cui si separano, ma anche si collegano, terra e cielo, a calmare l'anima quando si sta in riva al mare, quel limite interminabile ripete che si può restare o andare dove si vuole. Nell’astratto resta il simbolo dello spazio (i nuovi orizzonti, gli orizzonti delle idee, delle aspirazioni) ed è uno spazio in movimento, pur sempre in equilibrio tra l’indeterminato e il determinato, il finito e l’infinito. Il termine attiene al dinamismo e all’apertura; proprio come il nostro ‘ora’, fatto contemporaneamente del nostro passato e del nostro futuro, è, a ben guardare, un varco costante, appunto, verso un qualche ideale orizzonte.

Leopardi parla della siepe facendo dell’esperienza dello sguardo verso l’orizzonte la metafora dell’irresistibile tensione del finito verso l’infinito. Rimane, preziosa, la sua sostanziale ambiguità: l’orizzonte si pone come limite e tramite rispetto all’infinito e alla nostra conoscenza.

L’Autore ha letto a questo proposito il passo “Gli uomini si dividono in due gruppi”.

E verso l’orizzonte, ha ripreso la Gaddo, si staglia il volo.

La presenza del volo è ricorrente in queste pagine, è reale negli uccelli bianchi che ‘strillano come bambini feriti’ sopra’ la valle che respira’ e metaforica del pensiero, del sogno, della corsa dei ragazzi nella natura ritrovata, del materializzarsi di entità in luoghi proibiti. Fino alla vivida cronaca dell’impressionante caduta, per certi versi simile al tragico volo di Icaro, di Sterlizio a cavallo. Sterlizio è il nobile padre di Bastamboldo, avviato alla carriera di Maestro delle Lettere d’Eleganza alla scuola di Cardelio, prima di Basin.

Sterlizio tornando a cavallo, dopo una fortunata battuta di caccia, e certe libagioni di troppo, a palazzo, per la via più breve, che prevede un salto per attraversare un corso d’acqua nel punto in cui il letto del fiume si restringe ad imbuto, generando rapide e cascate, dopo un grande balzo, simile a un volo, precipita malamente; Sterlizio, diversamente da Icaro, per improvvisa, malinconica sfiducia in se stesso; splendido il narrato parallelo del liquefarsi del coraggio del cavaliere e della conseguente repentina solitudine del cavallo, letto dall’Autore stesso del brano.

E ci sono giorni, ha proseguito la presentatrice, in cui “si diventa”, e questo, avverte l’Autore, avviene sempre attraverso un lungo processo preparatorio. A tal proposito ella ha posto l’accento sull’importanza della pratica del racconto, centrale nel romanzo, e della memoria, in opposizione alla dimenticanza, alla passività, all’accettazione di ciò che non può essere eliminato, fino alla sparizione (proibizione) dell’oggetto (ricordiamo che per il padre di Basin, come per gli abitanti del chiuso paesino di K., vedere troppo è pericoloso), che in questo processo è fondamentale.

La pratica del racconto, assidua e periodica da parte dei vegliardi dell’osteria, fatta sua da Basin, con l’aiuto dell’amico Lasapo e, anche se inconsapevomente, di suo padre Tagivaro, personaggi chiave, caratterizzati da un’emblematica chioma rossa, diventa una forza prodigiosa.

Il fascino, l’utilità necessaria del ricordare e del tornare a ricordare costituisce una sorta di mirabile “carica”. E dunque da una parte troviamo il ‘segno’ riprodotto e passivo e dall’altra il ‘sogno’ che attende come un cane fedele, il segno (segnale) di avvicinarsi, fino alla scelta di Basin; sono i termini in assonante analogia e opposizione, che attraverso l’acuta perifrasi dell’Autore, formano “Il vortice della scelta”, altro importante nucleo tematico, capitale nel racconto, e la scelta, che implica l’essere coscienti di sé, e che presume che l’individuo non sia condizionato, diventerà finalmente possibile. L’uomo ‘diventa’ in conseguenza delle sue scelte, ha affermato la Gaddo, dove anche non scegliere in realtà è una scelta.

Ma viene un momento, se non si tiene conto della velocità del tempo che trascorre, in cui non è più possibile la scelta, non perché si sia scelto, ma perché si è mancato di scegliere, ed è così che si perde se stessi. Se si rimanda la scelta, quella è una scelta incosciente del tempo che non ritorna.

Lucia Gaddo Zanovello ha concluso questa panoramica di alcuni fra i tanti nuclei tematici del romanzo che si possono prendere in esame (si sarebbe potuto parlare a lungo del tema dell’amicizia, fondamentale e risolutorio nel romanzo o di quello dell’amore, delle numerose figure femminili, essenziali alla vicenda), con l’importanza che l’Autore dà alla declinazione del nome.

Egli ne avverte la musicalità, ha creato nomi, per i suoi personaggi, seguendo un dettato interiore quasi fosse per una composizione armonica; le vibrazioni del suono del nome e il prodigio che opera la particolare voce che lo pronuncia, danno vita a una melodia irripetibile.

Come per il nome di Basin, che viene svelato per la prima volta ad Attride dalla ricamatrice Aghelcide. O come quando, nel primo incontro in cucina, di notte, fra Attride e l’insonne Basin, il suono del nome si identifica finalmente con l’apparenza fisica dell’amata, libera dal pesante mantello che la nascondeva.

La presentazione, opportunamente intervallata da letture di brani del romanzo, ora da parte di Lucia Gaddo Zanovello, ora dello stesso Autore, che hanno sostenuto e confermato le asserzioni della presentatrice circa i vari nuclei tematici tratti dal libro, dopo un illuminante intervento di Bonifacio Vincenzi, è stata arricchita dalle esplicative e rivelatrici risposte, da parte dello stesso Claudio Alvigini, ad alcune interessanti domande del pubblico.

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