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Amare serve

presentato a Padova

Venerdì 12 ottobre 2012, alle ore 18, a Padova nella Casetta del Parco Piacentino, in zona Arcella, si è tenuto il secondo incontro dei sei appuntamenti programmati per la seconda edizione di ‘Incontriamo l’autore’. Eventi organizzati dal Consiglio di Quartiere2 Nord, in collaborazione con il Comitato Biblioteca e Mediateca e con l’Associazione Gruppo Dada.

Dopo il saluto di Luisella Rettore, Presidente del Consiglio di Quartiere 2 Nord, ha magistralmente illustrato la poesia di Lucia Gaddo Zanovello, e nello specifico, la silloge del dicembre 2010, Amare serve, lo scrittore Luciano Nanni, animatore del Gruppo letterario “Formica Nera”, fondato a Bologna nel 1946 e operante a Padova dal 1971, critico letterario, valente musicologo, esperto di metrica, lessicologo e acuto interprete dei suoi versi.

Luciano Nanni e Lucia Gaddo Zanovello. (foto Mario Dal Molin)

Il critico letterario ha introdotto il discorso, manifestando il particolare piacere di poter parlare della poesia di Lucia Gaddo, che conosce dalla fine degli anni ‘70 ed è perciò che sente di poterne parlare con cognizione di causa. Ha iniziato, pertanto, richiamando le lontane origini della produzione dell’autrice, che scrive fin dalla giovanissima età (ha ricordato essere del 1968 una sua ricerca storica su Faedo di Cinto Euganeo, stampata nell’allora ‘Città di Padova’), leggendo poi la poesia Notte, apparsa in Porto antico nel 1978, e rilevandone la continuità di stile.

Palesando la complessità di trattare di un argomento come l’amore, le cui sfumature sono innumerevoli, Nanni ha ripreso le diverse tipologie di amore fatte declinare da Umberto Eco ne Il nome della rosa dal protagonista, Guglielmo da Baskerville al giovane novizio benedettino Adso, ricordando come l’amore fra uomo e donna venga inteso come quello di livello inferiore, gli succeda quello per l’umanità, mentre infine quello spirituale, sia il più alto e difficile da raggiungere. Ed è a quel grado di sentimento, secondo lo scrittore, al quale tende e aspira il discorso poetico dell’autrice, anche tenendo conto di quanto ella stessa ha esposto nella sua nota introduttiva alla silloge Amare serve, e che si presenta a tutti gli effetti come un breve ma compiuto testo letterario.

La Gaddo, ha aggiunto Nanni, scrive utilizzando un lessico che nel tempo appare sempre più raffinato e cristallino, a volte coniando nuovi termini in onomatosi rare o arcaicizzanti, che caratterizzano il suo iter personale.

Ma come nasce la capacità poetica? In che modo la parola che si origina dal vissuto reale, viene tradotta sul piano più elevato della poesia? Si è chiesto lo scrittore, rispondendo subito che questo rimane un mistero difficile da svelare, dato che la “parole” è l’insieme di cognizioni che ciascuno di noi ha della lingua e, ha osservato Nanni, le parole che quotidianamente adoperiamo non sono quasi mai usate come dice il vocabolario. Inoltre il significato partecipa della condizione emotiva e del mondo interiore del poeta, che sono elementi piuttosto difficili da comunicare. Le parole conservano in se stesse delle vibrazioni, percepite e interpretate, talvolta, dal fruitore, anche a livelli subconsci. Ma che il lettore possa far proprio il messaggio del poeta rimane l’esito più importante.

Luciano Nanni. (foto Mario Dal Molin)

Lucia Gaddo Zanovello.  (foto Mario Dal Molin)

Il critico Luciano Nanni ha poi rilevato come l’autrice abbia scelto, per l’accentazione delle parole, la cosiddetta seconda scala, quella che tiene conto dell’esatta natura degli accenti acuti che cadono sulle vocali ‘i’ ed ‘u’.

E a proposito di tecniche dell’accentazione, ha chiesto all’autrice il motivo per cui, in alcuni casi, ella scelga di accentare anche certe parole piane, così come in ‘sutùre di sale’ (Muro, p. 21). La Gaddo ha risposto che questo accorgimento le è utile per dare alla parola stessa più peso di significato e un timbro più chiaro e inequivocabile.

Nanni coglie con Arthur Rimbaud (1854-1891, autore chiave di volta della poesia moderna, secondo cui il poeta è profeta-veggente, ha ricordato) chiare affinità, non solo lessicali ma anche psicologiche, con la poetessa, dato che anche la Gaddo piega la parola alla propria volontà, plasmandola di volta in volta secondo la sua necessità di dire. Nella convinzione, propria anche di Rimbaud, che il poeta è colui che fa vedere della realtà ciò che gli altri semplicemente ‘credono’ di vedere, egli ha preso ad esempio alcuni termini, come Soventissime, avverbio che titola i due testi programmatici di questa raccolta o Silentissime, titolo oltre che della poesia a p. 13 di Amare serve, anche di una emblematica plaquette del 2006, uscita per Imprimenda, con Cd allegato, o l’uso di determinate locuzioni come in Nuance, in Amare serve, p.11, ‘narcise di vittoria’, ove il nome è diventato aggettivo. Traslati e paronomasie, tuttavia, esortano a interpretare comunque le parole alla lettera, lasciandosi calare con fiducia nella realtà diversa, ricostruita dal poeta sulla base veritiera del vissuto, sia pure su altro piano, trasfigurato, come in Rampe, p. 17: ‘Prendono alloggio soperchierie / nelle nicchie vuote di un falso alhambra’ (dove la costruzione moresca di architettura straordinariamente raffinata diventa paradossale accostata a un comune edificio tanto illusoriamente sopravalutato quanto proditoriamente depredato), ma anche il termine ‘delete’, proprio del linguaggio dell’informatica, nel verso ‘e delete si clicca’ in Delete, a p. 18, avverte il lettore che il piano del significato è identico, anche se qui si parla di territorio dell’anima e degli errori del cuore.

Emblematico esempio di assonanze, anagrammi e paronomasie si trova in Dote, p. 19: ‘E tendo a voi, avi, con ave e gloria, / rifratta eva…’, dove, come in un gioco di specchi, si riflette l’io, più avanti definito come ‘narciso’. In Bellezza, infatti, p.24, il trascorrere inesorabile del tempo, anche sulla pelle, fa sì che torni alla memoria lo stato di grazia della giovinezza, quando “…riconoscersi” era un guardare sereno “nello specchio scostante dell’io narciso”. Ma, ha osservato ancora Nanni, l’io narciso si rifugia in se stesso, in un amore chiuso agli altri, mentre qui, invece, c’è un amore che tende all’umanità e alla spiritualità.

Particolare valore timbrico riconosce lo scrittore in Meditatio, p. 28, nei versi conclusivi della poesia in cui l’autrice afferma che nella ‘cella del rimúgino’ non avrà ‘sete che di sonno’. Qui è il valore fonosimbolico, ha spiegato, a creare il passaggio da uno stato a un altro. In Ripensando, p.33, ‘vivere sul filo della lama’, il termine ‘diuturno’ riferito alla durezza continua delle prove a cui ci sottopone la vita, è parola squisitamente letteraria e letterariamente, ha dichiarato Nanni, la Gaddo si avvale di un livello molto elevato, mai banale, spostando a un gradino più alto il piano oggettivo, trasfigurandone il dato puramente concreto. La piatta realtà viene trasfigurata, ha aggiunto, come disse un grande poeta recentemente scomparso.

L’onomaturgia si riscontra in Uno stare dolce, p. 35, dove il verbo ‘infrecciarsi’, e Nanni ha ricordato che verbi come ‘indiarsi’ e ‘insusarsi’ sono cari a Dante, attribuito al cielo serale estivo intrecciato dall’incessante, irruente e chiassoso incrocio di voli delle rondini, assomma nel testo valori poetici e simbolici che rendono la sua poesia, qui e altrove, estremamente personalizzata; termini desueti e rari si leggono frequentemente, come in Occaso, dove è ‘una rinunzia’ ad ‘accendersi’ di ‘buiore’, un arcaismo, come anche ‘lucore’, che si legge in altro testo.

Questi, si è avviato a concludere lo scrittore, sono alcuni degli elementi costitutivi della poesia in Amare serve, per quanto riguarda il lessico, lo stile, il mondo poetico della poetessa, mentre per quanto riguarda alcuni elementi costitutivi dei contenuti, ha dichiarato Luciano Nanni, essi possono rappresentare, come del resto per molti altri autori, un vero e proprio campo minato, perciò è preferibile per il critico non rischiare passi falsi e non inoltrarsi in questo settore. Quel che è certo, ha affermato comunque, è che la poetessa ha un grande amore per la natura e per tutti gli animali, compresi gli insetti, e che la sua tematica offre una grande varietà, sempre indice di buona capacità di sviluppare le idee e di trasportarle nel proprio mondo interiore. Ogni poeta, ha aggiunto, rimane un personaggio particolare ed è sempre vero che viene richiesto uno sforzo di comprensione anche a chi ascolta e ai lettori, dei quali il poeta spesso sembra non curarsi tanto. Ma Lucia, ha concluso Luciano Nanni, si è avvicinata alla Poesia, quella con la P maiuscola, in senso personificato, con umiltà e in questo modo i risultati si sono visti davvero.

Lucia Gaddo Zanovello, dopo i sentiti ringraziamenti al Critico, al pubblico e a chi l’ha gentilmente invitata, si è soffermata sul significato, per lei quasi coincidente, fra i verbi ‘amare’ e ‘servire’. Amare in sanscrito, ha ricordato, è ‘Ka kam’, vale a dire desiderare con trasporto istintivo e passionale, da cui il latino amo (Kam-ami) e amas (kam-asis), ma il latino si avvale in realtà di due verbi distinti e con radici diverse, amare (aver caro) e il più razionale diligere (separare, scegliere). Ha parlato la poetessa con passione, di come dalle parole, dalla loro radice e dalla loro storia possano derivare scoperte straordinarie, anche in relazione alla filosofia e di come, per lei, la scrittura poetica sia fonte inesauribile di conoscenza.

‘Amare’, ha ricordato, in latino è anche avverbio e significa ‘amaramente’, come poi finisce tanta parte del nostro amore terreno e come racconta la parte centrale della silloge, che parla di profondo dolore, di un amore che adempie al suo servizio amaramente, se l’interlocutore è indifferente o peggio, disama, tradisce, rinnega o calpesta il sentimento dell’altro.

Luciano Nanni e Lucia Gaddo Zanovello. (foto Franco Gaddo)

Sul concetto e sul significato di ‘servire’, compresa la scivolata, per così dire, di ‘servo’ nell’accezione spregevole di ‘servile’, la Gaddo ha dichiarato di non aver ancora finito di riflettere. Si è ricollegata a ‘servo’ (in rumeno serb), a servitù, intesa anche come diritto (un esempio è quello di passaggio); forse, ha indicato, il termine è connesso alla radice di sero (annodo) o dal greco seirà (corda, fune) alludendo a colui che è legato (ma non lega forte anche l’amore? Si è domandata); più probabilmente, ha concordato con alcuni dizionari etimologici, il termine deriva dall’etimologia del latino ‘servare’ (conservare, custodire). Annodare, dunque, e corda e fune, ma anche conservare, custodire, ed ecco lo slancio diretto, ha affermato con entusiasmo l’autrice, verso il verbo ‘osservare’, con uno sguardo attento, o aver riguardo, di qualcuno o di qualcosa. Il campo semantico dell’osservazione ci viene anche dal germanico ‘warte’ (vedetta), guardia e var, osservare, aver cura di… Ecco perché, ha spiegato l’autrice, amare e servire possono essere intesi come verbi dal significato quasi identico. E questo, ha affermato, vale per tutte le creature, piante comprese, anche se avviene che da tante talee accudite con passione e amore solo poche germoglino; e questo aver cura vale anche per gli oggetti o i ricordi a noi cari.

Pure il termine ‘studio’ viene interpretato da Lucia Gaddo Zanovello al modo dello ‘studium’ latino, come cura, amore e diligenza che dà i suoi frutti solo se portato a termine con passione di verità e come tale non annoia mai. L’attenzione, poi, deve vertere al ‘bene ficio’ / ‘bene-facere’, da cui scaturisce la dolce obbligazione che rende caro l’altro. Servire è un po’ anche coccolare, è amorevolezza, sorriso e tenerezza. A far coincidere ‘maestà con sudditanza’ pensa la ‘servile eppur sovrana cantica’ di p. 30. Essere serviti a qualcuno, a qualcosa nella vita, ha concluso Lucia Gaddo, è la più grande ambizione di ciascuno di noi, ma amare può essere fatica che spezza la schiena, servizio che impegna allo spasimo, se si intende davvero ‘servitute’ come ‘virtute’.

La lettura di alcuni testi della silloge è stata incorniciata da due brani musicali scelti per l’occasione, presentati con dotta perizia e commentati con ricchezza di particolari dallo stesso Luciano Nanni.

Non a caso il primo brano ha preso le mosse dal personaggio di Narciso, facendo ascoltare ai presenti un breve pezzo del compositore polacco Karol Szymanowski (1882-1937), dal titolo Narciso, appunto, per violino e pianoforte; esso riproduce con la raffinatezza del suono, i riflessi dell’acqua. Potrebbe essere questo, ha azzardato lo scrittore, il musicista della poetessa, per la sofisticata eleganza e la ricercatezza del dettato musicale. Dopo la lettura di alcuni testi da parte dell’autrice, Luciano Nanni, prima di dare la parola al pubblico, ha concluso l’incontro affermando che così come avviene per i compositori, l’artista in genere non deve comunque mai cercare il successo, deve solo creare, sarà poi la storia a decidere del suo valore. Alla notte e all’amore era ispirato il brano musicale di Arnold Schönberg, ideatore del metodo dodecafonico (Vienna, 1874 - Los Angeles, 1951), che è stato scelto da Luciano Nanni per l’epilogo della presentazione. Era tratto dal poema sinfonico, Verklarte Nacht del 1899, che prende il titolo da un testo del poeta simbolista tedesco Richard Dehmel (1863-1920).

La melodia avvolgente, di stampo tardo romantico, un pezzo quasi wagneriano ha piacevolmente concluso l’evento.

Il successivo dibattito è iniziato con una domanda di Giovanni Sato, che ha chiesto un chiarimento sul concetto di ‘assenza sperduta’ (Nello stesso manto). L’autrice ha risposto che questa condizione descrive uno stato doloroso di doppia lontananza, dalla quale la poetessa con morbida speranza desidera richiamare a sé i suoi simili, da un altrove di fatto tuttavia raggiungibile, affinché essi vengano a raggiungerla per ‘ritessere’ con gli sguardi intrecciati fra le anime e ‘tesori di sorrisi’, il ‘mantello’ metaforico, utile per difendersi dal vento forte delle avversità della vita. A volte si tratta di richiami verso persone con cui poter riaccendere un dialogo, anche da altra dimensione, da lei definita ‘parallela’.

Una breve riflessione fra ‘transiente’ e ‘transeunte’ ha concluso l’interessante intervento di Giovanni Sato. Qui ‘transeunte’ indica, ha affermato la Gaddo, la labilità del tempo, che trascorre come la luce del giorno e le stagioni e se non fosse permeato dalla luce dell’amore, passerebbe inutilmente. Tale transeunte consapevole luce sembra quasi voler saldare le stagioni, come potrebbe avvenire per l’autunno alla primavera, senza i traumi dei grandi sbalzi dei climi opposti.

Un’altra domanda di chiarimento è stata posta sul ‘tempo d’usura’, locuzione che si legge in Labrys, p. 10. Il termine, ha spiegato la Gaddo, è declinato nel senso di ‘labirinto’ di scelte difficili. Ella ha coinvolto nella sua risposta le ‘forze vigili e viridi / che innamorano narcise di vittoria’, di cui si legge nella pagina successiva (Nuance), le quali ‘alternano / cadute a risalite, / digiuni a fortune di raccolto / legittimando, talora, all’imo, / la spina d’essere’. Queste traversie alle quali continuamente siamo sottoposti, alla fine, pongono l’accento sul logorio e la severità del sacrificio di sé, attraverso l’usurante doversi dare quotidiano senza riserve; tuttavia, ha affermato con sicurezza l’autrice, esiste la consolazione della ‘facilità di felicità’ (tornando a Labrys ancora) per chi la sa vedere e cogliere nelle piccole grandi cose di ogni giorno.

Luciano Nanni è intervenuto brevemente creando un parallelo con il poeta spagnolo Miguel Hernandez (1910-1942), che usava asserire: ‘Sento nostalgia di quel che ho’.

Patrizia Invernizzi Di Giorgio ha preso la parola elogiando questa poesia come efficace ristoro dell’anima ma anche di stimolo a riflettere, soprattutto dopo la folla di parole scontate, anonime, inutili da cui siamo sommersi ogni giorno da ogni dove. Anche la Di Giorgio, come la Gaddo, ritiene la poesia una forma di conoscenza ‘alta’. Ella ha dichiarato di apprezzare le parole pregnanti della Gaddo che vanno lette tuttavia nell’intimità, per gustarne la preziosità. Lucia ha ringraziato vivamente, deprecando lo svuotamento incontrollato di tante parole usate diffusamente ed in modo improprio o, addirittura, dissacrate.

Ha concluso gli interventi del pubblico Francesco Dessì, che ha messo in luce gli accenti di rabbia e di indignazione che traspaiono da alcuni versi letti dall’autrice a proposito di assurdi dinieghi che talora si ricevono, o dell’indifferenza di alcuni a riguardo del senso vero dell’esistere e di tanto disamore, anche per il passato e il sacrificio di chi ci ha preceduti, da parte di molti dissennati. È proprio questo che talora accade, a creare tanta solitudine che gela, conclude Lucia Gaddo.

Veduta d'assieme della sala. (foto Franco Gaddo)

Particolarmente gradita è stata la partecipazione all’incontro del Presidente del Fotoclub di Padova Mario Dal Molin, al quale si devono alcuni splendidi scatti dell’evento, del dr. Dario Gelmini, Presidente dell’Associazione Teatrale Dada, che ha personalmente collaborato alla buona riuscita dell’incontro con la cura degli intermezzi musicali e del suono e della signora Daniela, appartenente alla stessa Associazione, che ha predisposto l’originale scenografia ed ha gentilmente organizzato il gustoso buffet conclusivo, ideato sui toni prevalentemente del bianco, interpretando con sensibilità ed acume alcuni testi della poetessa.

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