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Filippo Giordano
e un futuro per la poesia in vernacolo

Giuseppe Ciccia e Sebastiano Lo Iacono, assieme all'autore, sabato 9 dicembre 2006 presso i locali della Sezione Avis di Mistretta (Messina), hanno presentato Ntra lùstriu e scuru (Fra luce e Buio), libro in dialetto siciliano recentemente pubblicato da Filippo Giordano per le edizioni de “Il centro storico” di Mistretta.

Giuseppe Ciccia ha sottolineato come, con tale seconda pubblicazione di poesie in vernacolo, Filippo Giordano, in questa corsa dentro il tempo che ha sancito la fine dei dialetti a favore della uniformità nazionale, abbia raccolto “il testimone” passatogli dallo scrittore Enzo Romano, nativo di Mistretta ma residente a Calolziocorte, grande cultore di tradizioni popolari e custode del dialetto siciliano, che ha sigillato il vernacolo del Novecento nei suoi libri di racconti. Allo stesso modo, ha continuato Ciccia, Giordano, che essendo più giovane si sostanzia di un linguaggio meno arcaico, con una personale originalità di ispirazione, ci fa dono della lingua dei padri, tramite il suggestivo linguaggio della poesia.

Sebastiano Lo Iacono ha offerto una immagine astronomica della poesia di Giordano paragonandola, per densità di significati, ai famosi “buchi neri”, corpi di densità elevatissima, avente una massa relativamente piccola.

Filippo Giordano nel corso del suo intervento ha puntualizzato che «Una silloge di poesie in lingua italiana, a prescindere da chi la scrive, ha il pregio di essere compresa in ogni luogo dove essa è conosciuta. Una raccolta di poesie scritta in vernacolo ha, invece, il limite di essere pienamente compresa soltanto da coloro che tale lingua sono avvezzi a sentirla, perché la traduzione letterale, seppure serve a tradurre il senso, non si presta a rendere il gioco di assonanze e allitterazioni che pure sono parti integranti della poesia. Ci si potrebbe legittimamente chiedere, quindi, per quale motivo ancora molti autori indirizzano la loro creatività verso il dialetto che ha una espansione più ristretta rispetto alla lingua nazionale.».

L'autore ha proseguito «Penso che i motivi fondamentali siano essenzialmente due: Il primo è la presa di coscienza che la nostra generazione di persone nate nel ventesimo secolo, sia la depositaria di una cultura linguistica, per l’appunto quella dialettale, in piena fase evanescente. Noi siamo figli di persone la cui loro unica lingua parlata era il dialetto e nel contempo siamo genitori di un’altra generazione che conosce, quasi esclusivamente, quella nazionale. Siamo pertanto la generazione che rispetto all’idioma dialettale vive Ntra lùstriu e scuru, coscienti che, con il nostro trapasso, di parecchie espressioni tipiche si perderà la memoria. Scrivere in dialetto, dunque, è un atto di testimonianza idiomatica. Il secondo motivo lo coglie con molto acume Ciccio Di Bernardo nella stesura della prefazione al libro quando asserisce che alcune cose possono essere avvertite ed espresse meglio soltanto in forma arcaica, ancestrale… e non ci tradiscono le parole perché sono originali, antichissime, perciò sacre e profonde e non abbisognano di alcuna versione, né conversione di senso».

 

da sx: Sebastiano Lo Iacono, Filippo Giordano e Giuseppe Ciccia.

Sebastiano Lo Iacono ha poi recitato tutte le nove liriche che compongono la raccolta, riuscendo a creare una suggestiva atmosfera fra il pubblico presente.

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