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L'ultimo libro di Marcello Fabbri
la presentazione di Anna Maria Guidi

Nonostante le ferie estive ancora…interattive, alle 9,30 di venerdi 1° settembre 2006 si è svolta con la consueta partecipazione di pubblico la terza presentazione (dopo quelle alla Camerata dei Poeti e al Centro d’Arte Modigliani) dell’ultimo libro di poesia di Marcello Fabbri, dall’insolito titolo Il millepiedi nella mente, cioè io sono uno che, edito per i tipi di Bastogi nel 2005, con prefazione di Lia Bronzi e postfazione di Anna Maria Guidi. La serata è stata condotta da Lia Bronzi, che ha svolto un sintetico commento di ogni poesia, ‘detta’dalla sensibile voce di P.Biagini, affiancato da Anna Maria Guidi, cui era affidato anche il commento critico della silloge, che viene qui riportato integralmente. Tanti i poeti e gli operatori culturali presenti, fra i quali Anna Balsamo, Duccia Camiciotti, Roberto Cellini, Roberta Degl’Innocenti, che ha offerto all’emerito poeta, ed al pubblico, la coinvolgente lettura di un testo tratto dal libro. Nonostante l’ora assai tarda, tutti hanno atteso la conclusione dell’incontro, rinnovando nell’ascolto il piacevole stupore che, nell’ammirazione, la dirompente forza della poesia di Fabbri non manca mai di suscitare.


L'intervento di Anna Maria Guidi

E’ con il pudore della consapevolezza dei miei scarni mezzi ed ampi limiti che mi dispongo ora qui a questo commento che definisco (come già la mia postfazione al libro) esiguo in confronto alla statura e struttura di quest’ultima opera di poesia di Marcello Fabbri: un’opera le cui pregnanti salienze, visceralmente speculative nella polifonica autarchia che ne è il consueto, assoluto “distinguo”, sono già salite alla ribalta della Vs. attenzione in questa ouverture di lettura “a più voci”.

In questo Il millepiedi nella mente, cioè Io sono uno che, che continueremo dopo questa mia “interruzione di percorso” a leggere insieme, seguendone di lirica in lirica il filo interiore sinteticamente dipanato dalla sensibile perizia critica di Lia Bronzi, Marcello Fabbri si conferma Uomo-Poeta di eccezionale sostanza e coerenza, altero e indomito nella sua pretta, ribelle, appartata fierezza: una fierezza amara, spesso acuminata e tagliente di corrosivo sarcasmo, a tratti sapida e pungida di istrionica goliardia, talora quietamente accorata di affettiva dolcezza nelle malinconiche struggenze dei ricordi e dei rimpianti, ma comunque e sempre incontenibile nel magmatico dirompere in sulfuree parole dilaganti in ogni verso dalla fossile forza di un immeditato sentire immediatamente visualizzato sulla pagina come in un quadro, tratteggiato e definito in ardita, sorgiva mixtio di luministiche ascendenze e surrealistiche desinenze, adese, assorte ed attorte in intima responsorialità con gli stilemi di Salvador Dalì, il pittore da Fabbri prediletto.

Poeta-Uomo scomodo e …indigesto, per sua diretta definizione “razza di sangue schietto e di sicuri ormoni” d’”umore nero”in “novanta kili di carne ed ossa “, “di coltello e d’anima”, “libero schiavo senza cielo” e “malfido penitente/che non rinnega i suoi bordelli”, Fabbri è al contempo vate sguaiato e raffinato aedo che nella ormai globale indifferenza canta a squarciagola il folle entusiasmo di cui nutre la fastosa lucidità della sua disperazione. Bizzarro architetto delle barocche fabbriche della sua vertiginosa fantasia e monarca assoluto di tutti gli ossimorici capricci d’una plebea signorilità, egli affida, regge e governa, scolpite nella policroma dissacrazione dei suoi versi (mordaci e avvelenati di allucinato sdegno) le voraginose ricorrenze di una umana sorte inesorabile e ineludibile nel suo progressivo sciamare verso l’ultima notte: quella imperscrutabile dove l’“Enigma di sempre ” (come Fabbri scrive) sarà risolto per sempre nel sazio abbandono d’ogni attesa insaziata, “al primo crocicchio” d’una sempiterna patria di stelle.

E’ da quella notte che preme e promana, e in quest’ultimo libro poetico di Fabbrica radiante deflagra, tutta la sotterranea, sensitiva, impressiva, oniroide scrittura di un artista dei colori (Fabbri era un valido e appassionato pittore) improvvisamente ablato per un tragico incidente del senso visivo e quindi del segno di quei colori in un proditorio, definitivo amen di buio, cui un oggettivo –forse karmico- caso ha poi concesso il misterico risarcimento della “ricca povertà” della poesia.

Come tela dipinta ogni volta dal gioco d’azzardo delle connessione che “a moscacieca” il segno di quel senso mancato hanno trasferito ed esaltato nella ricorrente novità delle combinazioni ed evoluzioni in anarchico equilibrio sul sapiente trapezio della mente, la poesia si è rivelata e data a Fabbri altrettanto inattesa ed improvvisa nell’abbaglio impositivo del suo segreto, verticale e mutevole orizzonte, come un sogno che arrovella e risveglia, una fantasia che illividisce e graffia, un’ evasione che attraversa e smorza, un premio che splende e rende libera e pura la sua ardente follia che avvolgendo dipana e nutrendo abbraccia e protegge: e senza cercare trova e consegna al nostro poeta, nella “sapiente certezza” di ogni dubbio, l’impervia, oligarchica rotta per sbarcare dal suo “misero lunario” infestato di tenebre, senza piangere, senza gridare, senza concedersi alla sterile consolazione della pavida rassegnazione davanti all’invisibile cospetto di un inconoscibile Iddio, indefinibile e indefinito (e infinito) come l’universo.

Astronomo smarrito nei tellurici dubbi di quelle vulcaniche certezze, mercenario vagabondo del suo rovente inferno e strano menestrello, evaso nel sudario scheletrito delle sue nere malinconie, come un novello Farinata, profetico gigante Marcello Fabbri si erge dritto (e cito direttamente i suoi versi) sopra il “piagnisteo del novecento” in cui “l’ape regina è morta sotto il fuco” in tutta la smisurata possanza della sua acre, fosforica, prepotente poesia, che irride con “occhi di cucchiaio” e “denti di forchetta” tutte le sventurate, umane congiure e congetture, nel vindice disordine di un folle esorcismo di parole; parole – e continuo la diretta delle citazioni – accese per “tenere salda la fiamma” dei sogni nel “corto tempo dei fuochi” della vita, come “ami roventi uncinati al respiro” raccolto intorno “al disperato battito del cuore” nell’unica pietà ancora inossidabile superstite: quella dei pochi, sicuri, sereni affetti familiari e amicali. E se davvero il cuore pulsante di quest’ultimo libro poetico del Fabbri (di cui riconfermo anche qui stasera il carattere di cantica, una cantica dipinta di fiele e miele, furore e dolore, solitudine e silenzio, scherno e malinconia, disincanto e fantasia) è il tempo, “sicario sempre in agguato” a smorzare e ridurre in “impalpabili ceneri” i passi d’ogni traversata degli scoscesi gironi esistenziali, del cuore di quel tempo, ammalato di domande ed orfano di risposte, Fabbri è carnefice e vittima: come l’artropode della favola baconiana, egli infatti trama e nutre la tela dei suoi versi con la materia dei suoi stessi fili in “briciole di parole” che non proclamano, ma scandalosamente, in sprezzante autocompiacimento, scarnificano e divorano nella dissonante armonia d’un etico eroismo autenticamente estetico.

Nella risonante complicità di una metapsichica immediatezza, in cui percezioni e immagini si fondono in unicità di evento, Marcello Fabbri quelle parole sottrae ad ogni cronologica datazione sospendendole nella smarginata dismisura di una febbrile, febbrile invenzione di un tempo assorto e immobile come l’eternità, nel quale egli è univoco, devoto maestro e discepolo di visionaria visività che spesso diventa dionisiaca veggenza.

Seguendo l’incerto brancolare delle dita per afferrare i fantasmi delle “speranze disperate” nella sua beffarda moscacieca, in questa cantica dipinta Fabbri riscatta le innumeri, antinomiche, drammatiche, ed enigmatiche, salienze dell’infernale purgatorio della vita – e della sua vita, così avara di paradiso – nel polifonico, ossimorico assolo di un do di petto fuori dal coro, ordinando e additando dal caos provocato da uno “svelto millepiedi | che scorrazza di traverso nella mente”per inoculargli “nel cervello” “le sagge parole” della sua macabra, potente, affabulante follia, un fecondo, impervio e superbo cammino di verità all’avvenire della poesia, oggi così spesso adagiato nella supina indifferenza della c.d. letteratura del consenso, di fatto complice del fetido orrore che neghittosamente lorda l’attualità del mondo.

Dalla sua impavida, abbagliante trincea di parole dicenti, Marcello Fabbri risveglia infatti le nostre sonnolenti coscienze per sbarcarle con lui nel muto fragore del mistero dell’eternità, in cui danza, assordante d’infinito, la luce che risolve e assolve l’imperscrutabile metadisegno nascosto nell’alchemico esperimento dell’esistere: e dove la poesia, la poesia che come questa, E’, maiuscola e senza bisogno di aggettivazioni, scopre adamantino il suo volto, insostenibile in bagliori di parole acuminate e screziate – scrive Fabbri – come“schegge donate dalle stelle” nel disperato anelito del sentire che vorrebbe sapere per cambiare e ri-ordinare ancora tutto, e invece deve ri-condursi e rispecchiarsi – assoluto e insoluto – nella certezza – altrettanto assoluta e insolubile – di tutti i suoi erratici, probatici, acrobatici dubbi, in sapiente equilibrio sul misterico trapezio della poesia.

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