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Il sole nel silenzio
di
Duccio Corsini

Roberta Degl’Innocenti
Firenze, 9 maggio 2012

Mercoledì 9 maggio 2012, alle ore 16.30, presso l’Auditorium della Cassa di Risparmio di Firenze in Via Folco Portinari n. 5, si è svolto l’evento culturale del mese di maggio che prevedeva la presentazione del libro di poesie Il sole nel silenzio (edito Polistampa) di Duccio Corsini. Interventi critici di Lia Bronzi e Duccia Camiciotti, conclusioni di Carmelo Consoli. Letture di Andrea Pericoli e musiche del Maestro Lorenzo Maria Scultetus.

da sx: Andrea Pericoli, Lia Bronzi, Duccia Camiciotti e Carmelo Consoli.

Un breve cenno biografico sull’autore (tratto dal retro copertina del libro: editoriale di Franco Manescalchi)

Duccio Corsini:
…(…)… Duccio Corsini è un giovane poeta che sta ascoltando il silenzio e, da “alunno del sole”, sta trovandole parole giuste per esprimerlo.

Le ha trovate “strada facendo”, come accade ai poeti veri, cercando in sé, oltre di sé, il “punto focale” dove l’immagine è più nitida, l’emozione più incalzante …(…)…

Lia Bronzi e Duccio Corsini.

Di seguito gli interventi critici di Lia Bronzi e Duccia Camiciotti.

Lia Bronzi:

Mare come cordiale legame edenico che accoglie, sole che scalda vivo o spento che sia, nuvole e piogge, stelle e spolverio di stelle particolarmente cariche di pathos, ma anche dolcezze di miele che goccia lentamente, e grappoli d’uva grondanti mosto ed ancora metamorfiche farfalle simbolo di eternità, con gabbiani dal volo alto, son tutti elementi costitutivi della figurazione e metafore appropriate della poesia del giovane Duccio Corsini, portatrici di una identità maieutica in movimento, indotta da un bisogno di libertà vera e primigenia dello spirito che trascenda persino la coscienza cosmica in quanto, oltreché al sogno di luce pura e di effulgenza, sappia sviluppare un’ammaliante e sottesa ricerca di un’idea dominante e segreta, come ben si evince dalla lirica “Non voglio rinunciare ad un’idea”. Un’idea, questa di Duccio, di un ipotizzato, sperato o creduto “oltre” proveniente da un tempo di ripiegamento silenzioso e raccolto di malinconia, pur nella solarità e sonorità della parola che gli fa da ossimorico contraltare, che è omnicomprensiva e totalizzante, simbolo dell’esistenza, che il giovane poeta ricerca per arricchire di sapore il proprio vivere, attraverso la poesia, proveniente da ritmi interiori che vanno circolarmente a prendere forma nella parola. Ecco allora avere senso “L’isola col cappello” galleggiante in un magico spazio remoto, spazio avvertito come umano, ricco di tenerezze ed impeti, dolori e gioie, dialogo con gli altri e monologo interiore con se stessi, parola giovannea autentica, isola che non c’è, ma esistenzialmente c’è, dove è possibile abitare soli o in compagnia, quasi un’arcadia utopia realizzante un luogo di resistenza estetica ed ideologica, sintomatico di una identità che cerca la catarsi vera attraverso l’arte, insomma una wanderung nella natura come spazio illimitato del sacro.

Duccia Camiciotti:

Nel momento poetico attuale si può ben dire che l’ermetismo, il quale ha caratterizzato in buona parte il secolo scorso, sia superato, unitamente al post-ermetismo, da una forma naif estremamente chiara, e apparentemente (e, notare bene, dico solo “apparentemente”) semplice. Non è facile, né comune a tutti, giungere ad una voluta, ineccepibile semplicità. Una volta, infatti, la prosa poetica era apparentemente semplice, non in versi, strategicamente decantata e studiata in modo da suscitare effetti immediati. Bene, a questo proposito Franco Manescalchi, prefatore di questo volume, parla di “anafora”(notate bene: anafora sì, ma non certo anacoluto, poiché qui la sintassi è puntualmente rispettata in barba all’opzione stilistica naif; e le costanti ripetizioni sono scelte, ma veramente, a ragion veduta e con rara maestria e oculatezza estetica-artistica di cui raramente si trova riscontro altrove, entro i medesimi parametri naturalmente).

Questo lirismo assoluto, le cui tematiche sono e restano d’ogni tempo e d’ogni momento, che non conoscono in particolare un passato, anche remotissimo, né un futuro (essendo elementi fondanti della poesia di tutte le ere e di tutte le etnie), si tuffa nello spessore liquido e suggestivo della paesistica per uscirne ingioiellato d’un silenzio intessuto di pensieri, sospiri, ricordi e musica, così ben miscelati da proporre al fruitore un insieme che profuma di natura, assoluta nei più svariati effetti e nelle più virtuosistiche variazioni. E’ ovvio che tali tematiche, come abbiamo già sottolineato, non siano davvero “nuove”, ma niente di nuovo esiste nel profondo della coscienza, nel suo sentire, nel suo riflettere sulle principali tematiche esistenziali. In compenso qui abbiamo le alterne vicende della vita “vestite”, per così dire, dei fenomeni naturali, anzi, individuabili attraverso di essi (formando con loro una cosa sola) e del tutto scorrevoli nel fiume-mare della vita, in un fluire che non è, forse, né gioia né dolore (pur trovandosi in tale contesto momenti musicali di felicità ed altrettanti, anche più numerosi, di acuta sofferenza), quanto un’immensità pianeggiante di malinconia, nostalgia, linearmente riflettente le principali vicissitudini dell’uomo, atte a creare stati d’animo irreversibili: in linea di massima connotazioni del creato animate a tal punto da rappresentare tutti gli stati d’animo umani. Il teatro d’azione è una campagna assolata o comunque una scena agreste o boschiva nelle varie ore del giorno e nel gravitare dei fenomeni meteo fin nei minimi particolari. Ma la scena, pur svolgendosi nella maggior parte dei casi all’aperto, in alcune liriche fa eccezione: “L’isola del cortile”, ad esempio, è situata tra “orde di palazzi” (notate l’efficacia dell’emistichio) e “un salice distende il suo oscuro tappeto” (eh sì, perché la scarsa natura è gelosa in quest’ambiente falso e deleterio, sia del canto degli uccelli che dei raggi del sole, e cerca di far prevalere il ristretto spazio disponibile). In altri casi predomina l’intimismo, come nella lirica “Solo se oggi...”, dove possiamo trovare un’ambientazione relativa solo a sé stessa. In “Passato di pietra”, invece, la sola morte è protagonista “nel cimitero dei presenti dissolti” (notare il plurale: un presente per ogni vita); oppure in una ”Amara felicità”, stato d’animo di gioia-dolore, comune a chi è solito ascoltare la voce delle “cose”, credo per il messaggio bene-male che tutti gli elementi del cosmo trasmettono. E ancora “Il mio castello”, lirica dedicata alla difficile ascesa verso la sicurezza, contro perplessità, dubbi, paure. Il finale, nel ricadere sulle proprie vittorie come un Pirro trionfatore di una difficile salita tutta scivoloni, non risulta propriamente ottimista.

Abituata come sono, dalla lunga collaborazione con “Città di vita”, ad evitare per principio le citazioni, solo in questo caso faccio un’eccezione per avvalorare quanto detto, dopo aver gustato questa moderna e classica poesia, che nei contenuti si ispira magari a Luzi, Saba ecc., probabilmente a Rosai per la solarità di alcuni scorci paesistici (come rivela giustamente Manescalchi). Il tutto, ovviamente, senza alcuna intenzionalità, ma anche senza cambiare quella che rimane la percezione umana, nonché il relativo modo di sentire e la sua storia eterna.

Carmelo Consoli.

L'attore Andrea Pericoli.

Come sempre precise e puntuali le conclusioni di Carmelo Consoli che è intervenuto su quanto espresso fino a quel momento per Duccio Corsini ed aggiungendo il proprio pensiero sul libro.

Nel corso del pomeriggio l’attore Andrea Pericoli ha letto diverse poesie, intervallato dalla musica di Lorenzo Maria Scultetus, di fronte ad un pubblico numeroso e attento.

Prima degli interventi del pubblico stesso è stata chiamata ad esprimersi la scrittrice Roberta Degl’Innocenti che ha fatto i complimenti al giovane autore, parlato di come si sono conosciuti tramite Franco Manescalchi, e di come lui, adesso, faccia felicemente parte della Camerata Giovani. Ha poi concluso il suo affettuoso intervento scegliendo e leggendo una poesia dal libro.

Roberta Degl'Innocenti nel corso del suo intervento.

Papaveri

Tra verdi fili d’erba respiro d’un prato
si apre un varco il profumo della terra
intriso con quello dell’erba
in orgoglioso allungo alla volta del cielo.
Il manto di prati contorno d’un sentiero di terra
indossa la rossa veste di un tappeto di papaveri
fosforescenti.
sotto il tuffo del sole sulla loro vita.
Nelle carezze della pace ai loro petali
i papaveri raccontano storie
di terre ancora libere di essere sé stesse.

Uno scorcio della sala.

Una bella festa per Duccio Corsini nella prestigiosa sede della Camerata dei Poeti per la prima presentazione del suo libro “Il sole nel silenzio”. Auguri e complimenti a Duccio.

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