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Jalèeb, - quando il tempo ritorna
di
Marcello Fabbri

Roberta Degl’Innocenti
Firenze, 4 aprile 2012

Mercoledì 4 aprile 2012, alle ore 16.30, presso l’Auditorium della Cassa di Risparmio di Firenze in Via Folco Portinari n. 5, si è svolto l’evento culturale del mese di aprile che prevedeva la presentazione del romanzo Jalèeb, - quando il tempo ritorna di Marcello Fabbri. Intervento critico di Anna Balsamo e Intervista all’Autore. Letture di Andrea Pericoli e Paolo Biagini.

da sx.: Andrea Pericoli, Paolo Biagini, lo scrittore Marcello Fabbri, Anna Balsamo, Lia Bronzi, Duccia Camiciotti e Carmelo Consoli.

Un breve cenno biografico sull’autore:

Marcello Fabbri (Firenze,1923) vive ed opera a Firenze. Proviene da studi classici al Liceo Galileo, si laurea poi in giurisprudenza. L’esperienza del soldato nel secondo conflitto lo segna e riecheggia in molta sua poesia e prosa: doni di scrittura che si ritrova improvvisi come epifanica luce dopo un incidente d’auto che lo priva della vista alla vigilia di Natale 1970. Moltissimi i riconoscimenti ottenuti nella sua più che ventennale attività, fra i quali, nel 1992 il fiorino d’oro per Al nemico sconosciuto. E’ stato per tanti anni Presidente della Camerata dei Poeti di Firenze. Questi i libri pubblicati per la poesia: Il pane di sasso, il sole sulla scala, Al nemico sconosciuto, Il millepiedi nella mente, cioè io sono uno che. J.B. Robertson si occupa di lui e fa uscire in inglese The linght of Memory, 1994, per cui il Poeta è invitato in quattro prestigiose università americane. Nel 1997 raccoglie le sue poesie nella semiantologica: Dal quadrante dell’ombra. Per la narrativa ha pubblicato: Tedesco, La doppia mente di Ublimov; Il sergente che non poteva morire, Un’alba inquieta del dopoguerra a Firenze.

La scrittore Marcello Fabbri e il critico Anna Balsamo.

I due poeti che hanno introdotto la serata con una propria poesia, come consuetudine della Camerata, sono stati Duccio Corsini che ha letto il testo Gli occhi della vita e Simonetta Lazzerini Di Florio con una poesia dedicata all’autore: A Marcello Fabbri.

Il poeta Duccio Corsini.

La poetessa Simonetta Lazzerini Di Florio.

Ad impreziosire la serata alcuni dipinti del pittore Alfredo Correani, chiamato ad esporre alcune sue opere proprio in questa bella occasione: San Miniato, I fiori del carciofo, Viti a Colognole.

Di seguito l’intervento di Lia Bronzi, Presidente della Camerata dei Poeti, che ha scritto l’introduzione al libro

: …(…)… Nella pur vasta letteratura esistente intorno all’archeologia e antropologia preistorica, dei tempi contemporanei, mancava il tentativo di veicolare, seppur in modo fantastico, la vita ed il comportamento del Primus erectus che abitò la nostra terra durante e prima il Paleolitico Inferiore, periodo assai remoto della preistoria del genere umano, quando rare sono state le testimonianze litiche e tantomeno inesistenti quelle scritte. In tal senso l’interpretazione del termine preistorico come terminus ad quem è affidata ai ritrovamenti di caverne, ripari sotto roccia, tumuli vari, frutto di indagini intellegibili delle quali Marcello Fabbri, uomo di cultura ed affermato poeta e scrittore e autore del romanzo Jáleb - Quando il tempo ritorna, è senza dubbio a conoscenza, tanto le nozioni e le terminologie del testo sono esatte.

Il Primus erectus o Pithecanthropus, vissuto nel periodo preglaciale e interglaciale, quando le industrie litiche sono state chiamate dagli scienziati “Pre-Crag” esattamente dai 9.000.000 ai 6.000.000 di anni A.C. e forse ancor prima, lasciò le sue prime flebili tracce, ed è questa creatura la protagonista del romanzo, alla quale lo scrittore dà il nome di Jàleb, come nome avranno Mugar (la cosa femmina), Aduc (la cosa maschio) ed ancora Ghior (la neonata cosa femmina). L’istintualità di base alla sopravvivenza ed il sesso sono, senza dubbio, le caratteristiche di un appena intravisto status di legame familiare, assieme ad un innato istinto basico proveniente da una forte aggressività, caratteristiche dei primati antropomorfi presi in esame dalla narrazione di Marcello Fabbri che sa creare un superbo paradosso finalizzato alla ricerca delle origini genetiche del Primus erectus, con il quale avvertiamo un legame ancor oggi esistente. E ci par di vederlo scendere dagli alberi della savana africana per procurarsi il cibo, durante la prolungata siccità del “paleolitico inferiore” che durò migliaia di anni, alzarsi sulle gambe e bere in crani di animali ed affilare ossa di animale e pietre per creare utensili ed armi, mentre, come dice lo scrittore, raccoglieva tuberi e fiori di kral per mangiare.

Lo scrittore Marcello Fabbri.

Il testo è diviso in tre capitoli intitolati rispettivamente: “Jàleb”, “Chior” ed “Il professor Gus” titolare della cattedra di antropologia dell’Università di Uppsala ed: “….archetipo dell’uomo razionale… che rimira un vecchio ritratto di famiglia…” e che sta: “…seguendo una rotta sconosciuta, assolutamente misteriosa…”. Ed è qui che la narrazione si fa affascinante, poiché misteriosofica, comunque fortemente scientifica, che non vogliamo assolutamente svelare in quanto “nodo gordiano” dell’intera vicenda narrata, che il lettore potrà da solo gustare. Tuttavia possiamo dire che essa fluttua tra una realtà immaginata ed una realtà obbiettiva, confortata ed evocata da segnali esogeni e reperti archeologici che il tempo ha conservato, capaci di emanare una forza energetica in grado di essere captata ancora oggi. In tal senso non è possibile negare come il passato sia ancora contenuto nel presente e come il Primus erectus sia ancora un nostro contemporaneo, in quanto primo anello della catena del nostro DNA e neurino minimo dell’ ”Essere Universale” al quale l’uomo aspira di ricongiungersi. Ma nel momento stesso in cui, curiosità scientifica e desiderio di conoscenza, spingono nei luoghi della memoria il narratore Marcello Fabbri, nel cuore e nella mente del suo essere poeta nasce e si forma una parola capace di descrivere, con creatività, per neologismi, i luoghi dei primi due capitoli ambientati nella preistoria, parola che diviene poesia moderna, allorché si incardina nell’ultimo capitolo, come segno di vitalità, per approdare ad un unico tempo, quello del lirismo puro, per mezzo di fonemi aggettivali potentemente evocativi delle immagini, che creano una viva suggestione nel lettore. Nella copertina, dove predomina il colore azzurro dell’infinito, tre esseri in primo piano con frecce in mano, si esibiscono in una frenetica danza. Sullo sfondo un astro, forse una pallida luna, inargenta il corpo degli uomini, mentre tre stele innalzate verso l’alto, sembrano ricordare il desiderio di spiritualità dell’uomo. Un insieme, quindi, questa opera narrativa che, se da una parte sembra elevarci nella sfera magica della fantasia, dall’altra ci fa riflettere sulla nostra condizione di esseri fragili e transeunti, alla ricerca dell’unicità del tempo remoto che corre sino a noi, poiché di esso, da sempre, facciamo parte e che per intuizione avvertiamo perenne, come immagine definitiva dell’essere nella totalità della sua presenza.

In tal senso è possibile comprendere il titolo Jàleb - Quando il tempo ritorna affermazione di primaria positività, contro la negatività del mondo circostante

Lia Bronzi e il pittore Alfredo Correani.

Quadro di Alfredo Correani Viti a Colognole.

Di seguito l’intervento di Anna Balsamo, Vice Presidente Emerita della Camerata dei Poeti:

…(…)… .Per introdurre questo nuovissimo romanzo di Marcello Fabbri, “Jaleb – Quando il tempo ritorna”, che già nel sottotitolo annunzia che fra le molte sfaccettature della tematica può esservi compresa anche quella Einsteniana dello “Spazio Tempo”, userò, quasi come moltiplicatore speculare del soggetto, per un momento un apologo di mia invenzione di cui faccio protagonista l’autore stesso. Immaginiamo Marcello Fabbri nella sua casa: giù in strada, invece, alla pulsantiera dei campanelli, il clone perfetto di Marcello ma più giovane, forse di un venti venticinque anni meno di lui. Marcello , su in casa , stacca il microfono del citofono e, come di prammatica, chiede “Chi è?” Il clone risponde “Sono Marcello, sono te! Sono qui. Mi dai lo scatto al portone, per favore? ” Marcello dando lo scatto, sollecito risponde “Vieni, vieni su! Ti aspettavo Marcello!”. Marcello più giovane si arrangia benissimo, essendo di casa, per la prima rampa di scale ed anche lui, pur non vedendoci, sa trovare subito l’ascensore da cui esce, regolarmente, giunto al penultimo piano. Con la porta di casa aperta, Marcello accoglie sulla soglia il se stesso più giovane con un “Vieni, vieni! Entra Marcello: lo sai che s’aveva scritta una cosa buona con la vigoria creativa di quei decenni e che dobbiamo assolutamente portare a termine questo nostro libro, “Jaleb”, con la maturazione del mio spirito speculativo di ora. Come io ho apprezzato la tua creatività di allora, tu ti fidi della mia compiutezza di vita adesso?” E Marcello più giovane, entrando in casa, risponde “ Eccome, no!? Forse inconsciamente, ho atteso questi anni perché è nel tempo che il melograno matura il suo succoso frutto!” Appena Marcello più giovane varca la soglia, le due figure si compendiano in una. Il mio apologo, o metafora, amici, che mi seguite per conoscere il nuovo romanzo di Fabbri e che, tra di voi, avete molti addetti ai lavori, è per illustrarvi l’importantissima e significativa esperienza di scrittura dal punto di vista critico che è, tecnicamente parlando, per un autore, ritrovarsi a fronteggiare in’idea, un’ispirazione, uno scritto suo di anni prima, di un sé stesso più giovane, da portare a termine: un’emozione inenarrabile di riconoscersi (lo dico per i giovani quando e se la proveranno, più avanti negli anni) : è ritrovarsi il giovane scrittore di ieri incontro al quasi amore paterno del maturo sè stesso di oggi. Uno straordinario confluire di linfe vitali come lo è, attraverso le abissali distanze delle ere – e perciò parlavo di apologo speculare del soggetto – l’originalissima vicenda del libro che non sai da quale limbo o da quale dio arrivi nella mente di Marcello.

Di che genere è il libro? All’inizio il lettore crede di trovarsi di fronte a sola paleo – fantascienza (sembrerebbe l’epoca si collochi alla fine del neolitico), a un tornare col fantasy ai primordi: vero, ma non del tutto. Poi si prova la sensazione quasi angosciante e severa, di essere di fronte a un metafisico noir di profilo gotico: anche questa volta abbastanza calzante, ma per niente esauriente la definizione. Di fronte all’epilogo tragico del secondo capitolo, Ghior, dal nome della protagonista (come tragico, nel contesto, è l’assunto del primo capitolo intitolato Jaleb, dal nome del protagonista assoluto che intitola l’opera), su chi si è fatto coinvolgere dall’andamento della vicenda, comincia ad aleggiare il senso del mistero. Che mistero sia, cercherà di elucubrarlo il lettore del terzo capitolo ed ultimo che è ormai ambientato ai giorni nostri ed è intitolato al personaggio Gus (cioè al professore Gustav Biorgman titolare della cattedra di antropologia di Upsala) : sì mistero da poter definire e risolvere oppure lasciare irrisolto in rispetto del fascino del narrato? A tale fascino enigmatico indulge anche l’autore, il quale, come giustamente osserva Lia Bronzi nella sua prefazione, s’interessa talmente di quel vastissimo territorio del tempo sconosciuto, che noi chiamamo preistoria, da saper trovare sempre il linguaggio idoneo ad esprimersi in modo non solo appropriatissimo ma anche sorprendentemente inventivo. Il segno dell’autore, intendendo anche l’autore di poesia che Fabbri è, resta inconfondibile nella scrittura per formulazione del pensiero e modo di porsi nella valutazione dello scenario degli eventi: anche qui, nella primordiale condizione umana che ne sacrifica la scintilla intellettiva costretta a lottare per sortire dallo stadio dell’animalità, ecco che il protagonista Jaleb reca in sé l’impronta del Fabbri poeta nella descrizione di quell’indefinibile sguardo d’estasi che prova di fronte all’occhio caldo del cielo, il sole che scalda, che ancora non ha un nome e nemmeno una definizione per dire che è bello è utile viene paragonato al fiore immaginario del Kral che nutre e ugualmente piace. Di più Marcello è riconoscibile per trarre poesia dalle condizioni estreme, cioè al limite della brutalità della vita vera: mi viene in mente una sua bella lirica sulla Natività dove la Madonna, in mezzo alla paglia delle capanna che sa di stallatico, lega e recide il cordone ombelicale del Bambino Gesù con un lungo capello biondo… è che Fabbri in quella lirica, come nelle pagine di questo romanzo, trabocca di sanguigna tenerezza che gli rende sacra l’umanità. Ed è qui riconoscibile anche il Fabbri del Millepiedi nella mente, non solo per potersi esprimere dovunque ubiquitariamente , ma giocando col mistero come nei versi di “ Il Segreto”, di quella raccolta , che lascia il lettore nel rovello di scoprirlo. La tessitura stilistica per potenziale d’indagine ci riporta a “Tedesco” e “Alla Doppia Vita di Ublimov”. Le componenti della prosa di Fabbri si formano, riconoscibilmente dai momenti storici attraversati nella sua longevità ed in quelli da lui vissuti biograficamente: nel risolvere le difficoltà dei suoi personaggi, come nell’impossibilità di salvarli, avverti l’esperienza del soldato che ha combattuto la sua guerra, lui stesso: derivante quindi dal “Sergente che non poteva morire” più che dalle avventure di Gulliver, Robinson, Verne o Salgari. E scopri nel capitolo di Gus, terzo e ultimo del libro, che Marcello deve aver fruito dell’ottimo cinema Hollywoodiano, degli anni ’30 ’40 e ’50, del secolo scorso: ce ne accorgiamo in quei primi piani, messi per iscritto, indaganti e dialoganti, nel colloquio in camper nel deserto quando la vicenda si ambienta ai giorni nostri, tra il prof. Gus e la figlia Ingrid e, a proposito di nomi, fin dal titolo, son la grande trovata del libro: i bebè dell’ultimo neolitico, articolando un balbettio li determinano, battezzandosi così da soli. Grande ironia e forse anche aderenza alla realtà. Un filo d’ironia lo abbiamo anche per il professore che pur nella sua evoluta e colta, moderna intelligenza, si fa chiamare Gus, per gli amici e la figlia, è Gus: nome monosillabico paradossalmente come i progenitori (?) persi nella notte dei tempi, limitati nei loro circuiti cerebrali. Ho cercato il più possibile di non svelare la trama del libro, per non guastare la suspence del lettore, ma eravamo rimasti al tragico epilogo del capitolo II intitolato a Yor, che prima è femmina neonata che poi nel tempo ritroviamo madre di prole avuta da Jaleb, che non sappiamo, con lei, in che grado di parentela identificare (padre? fratello maggiore? zio?), evidente la mancanza di anagrafe nel neolitico! In tutti e tre capitoli, coprotagonisti con questi personaggi, sono certi neri corvacci o avvoltoi cui, tra l’altro, come ultima ratio, Yor offrirà, inerme, la gola per farsi sgozzare da uno di loro; altra coprotagonista un’arma fatale, la cui impugnatura ricompare fino al termine della vicenda, anche nel terzo capitolo che ugualmente agli altri due, è tragico benché il libro si chiuda nella relativa calma di una gremitissima conferenza stampa tenuta dalla figlia del professor Gus, nel Salone dei Congressi della Città universitaria del Cairo, su i misteriosi avvenimenti accaduti. Misteriosi? Per un molto sottile lettore è disponibile la magia dell’ipotesi, o realtà, parapsicologica o del paranormale. Per un induista, quella della reincarnazione. Per me che sono un’appassionata di quello che fu cinema nouvelle vague, è un film d’éssai. E per gli appassionati dell’avventura, della fumettologia? Eh,come no, anche lì ci siamo! Il pensiero dei filosofi può trovarvi ampio spazio per la speculazione, ed anche se l’aggettivo è consumato dall’uso, diciamo che il libro è grandemente “onirico”: un onirico fiore spuntato dalla notte dei tempi. Certo che è un film! Sapete che per proiettare bene un film ci vuole una sala oscura: Marcello Fabbri muove non solo memorie ma anche immagini sconosciute di vite virtuali che gli fanno ressa d’attorno in una sala oscura, illuminandosi di luce propria nel cuore e nell’anima:Dio o il Fato gli ha dato il dono di vedere per veggenza.

Nel corso del bel pomeriggio si sono succeduti al microfono i due lettori: Andrea Pericoli e Paolo Biagini per leggere alcune pagine del romanzo. Marcello Fabbri, visibilmente contento, ha poi risposto ad alcune domande raccontando fatti ed anche come è avvenuto il suo approccio iniziale con la scrittura.

Prima degli interventi del pubblico Anna Balsamo ha voluto ricordare Massimiliana De Vecchi, recentemente scomparsa. Dal pubblico sono poi intervenuti a festeggiare Marcello Fabbri per questo suo nuovo lavoro e per il pomeriggio trascorso: Duccia Camiciotti, Maragrazia Maramotti, Carmelina Rotundo, Roberta Degl’Innocenti, Annamaria Guidi.

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