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L'Ape e il Calabrone

di

Carmelo Consoli

Roberta Degl’Innocenti
Firenze, 21 marzo 2012

Mercoledì 21 marzo 2012, alle ore 16.30, presso l’Auditorium della Cassa di Risparmio di Firenze in Via Folco Portinari n. 5, si è svolto l’evento culturale del mese di marzo che prevedeva la presentazione del libro di poesie L’ape e il calabrone di Carmelo Consoli. Introduzione di Lia Bronzi. Interventi di Anna Balsamo e Duccia Camiciottii. Letture dell’attore Andrea Pericoli. Musica a cura del Maestro Lorenzo Maria Scultetus.

da sx: Andrea Pericoli, Anna Balsamo, Lia Bronzi, Duccia Camiciotti e Carmelo Consoli.

Un breve cenno biografico sull’autore:

Carmelo Consoli
E’ nato a Catania ma vive e lavora a Firenze. E’ poeta, scrittore, saggista, critico, operatore umanitario. Ha pubblicato sette raccolte di poesie: Il Canto dell’Eremita, Percorsi quotidiani, Eppure mi sfiorano le stelle, Un amore chiamato Firenze, Strade con vista Paradiso, Cortometraggi, Meraviglia Dolceamara. E’ Vice Presidente e socio fondatore del Cenacolo Letterario Internazionale AltreVoci assieme a Rodolfo Vettorello, Marina Pratici ed Antonio Colandrea. E’ Segretario generale della Camerata dei Poeti. Membro del Consiglio Direttivo del Centro d’Arte Modigliani. Socio di Pianeta Poesia e di Sguardo e sogno. Membro di giuria in tanti concorsi letterari. Ha vinto tantissimi premi sia per l’edito che per l’inedito. Ha presentato molti autori e scritto saggi sulla poesia e sulla scrittura contemporanea. E’ presente in numerose antologie, riviste letterarie, siti internet con opere e recensioni.

L'autore Carmelo Consoli.

Ad aprire la serata di presentazione sono stati chiamati alcuni autori, come consuetudine della Camerata, a leggere una loro poesia. Neri Silvestro ha letto il testo Canto di Avignone, Marzia Serpi Canterò io per te (dedicata a Lucio Dalla).

Silvestro Neri.

Marzia Serpi.

Lia Bronzi, Presidente della Camerata dei Poeti, ha poi iniziato a parlare del libro del quale ha scritto la post fazione: …(…)… La raccolta L’ape e il calabrone di Carmelo Consoli è autobiografica e si presenta in forma poematica e narrativa, al culmine della maturità umana ed espressiva dell’autore, oltre che dopo l’evento drammatico che ne ha segnato la vita, per la prematura morte dell’adorata moglie Franca, realizzando un canto profondissimo che fluisce con lirica compostezza. L’opera ha un’architettura precisa legata ai tempi e alla dimensione straziante degli accadimenti che racconta, ed è divisa in due parti ciascuna delle quali a sua volta è divisa in significative sezioni, tutte tappe di un viaggio d’amore, di dolore e di morte, ed è arricchita al contempo da una fiaba, nell’intermezzo, dal titolo “La storia di Zoe e Nerosole”, due insetti che si sono amati teneramente dando vita ad una tenera creatura dal nome Stellina. Modo per esorcizzare il doloroso svolgersi di una trama concreta e reale che nell’arco di un mese trova il proprio epilogo nella figura straniante della morte … (…)…

Andrea Pericoli.

Dopo l’introduzione di Lia Bronzi si è espressa Anna Balsamo, Vice Presidente Emerita della Camerata dei Poeti ed autrice della prefazione e Duccia Camiciotti, Vice Presidente in carica presso la Camerata dei Poeti.

Anna Balsamo:
…(…)…
“L'ape e il calabrone” di Carmelo Consoli: sappia il lettore che si trovasse soltanto di fronte a quest'ultima opera senza per caso conoscere la precedente, “Cortometraggi” che ambedue i libri fanno parte di quella che oserei definire l'aspra saga della metabolizzazione di un dolore: nella fattispecie, l'affannosa saga della metabolizzazione del lutto per la perdita dell'amata sposa di Consoli, Franca. Saga e metabolizzazione che iniziano con una lunga fuga in itinere per tutta l'Italia (se infatti Carmelo riediterà un giorno quelli che attualmente sono i suoi due più recenti libri di poesia -”Cortometraggi” e “L'ape e il calabrone”, questi sarebbero da unire in un unico volume o da farne un cofanetto. La fuga lunga tutta l'Italia, di “Cortometraggi” è alla ricerca di una soluzione, un perché, un appiglio che risolva l'allucinante senso di rigetto del dolore, la possessione intollerabile, l'assurdità della realtà della morte insopportabile ai viventi se non coltivando un credo religioso o inoltrandosi in una metafisica filosofica. Quello che l'autore ritornato poi desolato di fronte alla tomba di Franca si avvia a scoprire finita la febbrile scorribanda delle cromie caratteriali dei luoghi, nelle peregrinazioni della sua fuga di “Cortometraggi”, è traguardo posto anche alla fine a suggello di questo libro ed è anche la soluzione del teorema del rapporto tra vita e morte, tra vivi e morti, la chiave del ritrovato equilibrio per continuare a vivere, come una forza superiore comanda, come la vita comune ci obbliga a fare, come la nostra stessa igiene mentale vuole che sia. Sarà l'invisibile presenza di Franca quindi, che saprà configurargli un'ascosa verità, a liberare Carmelo dall'insostenibile peso del “non essere” di lei e libererà lei stessa dall'insostenibile peso del vivo dolore di lui, nel soffio evanescente d'un sogno in una sorta di lettera parlata, nella sacralità del tutto, sta la verità del vero. Prima di tale epilogo, durante il progredire del male di Franca con le “stazioni del dolore”, tracciate che presentiamo stasera, si riceve la sensazione di un'intercapedine trasparente sul sipario costantemente aperto sulla scena della memoria della felicità giovanile poi perpetrata in quella coniugale: la favola bella, propria “dell'ape e il calabrone”, velo dipinto che arazza il drammatico esiziale squallore del ricovero ospedaliero, mentre attraverso si proiettano, come in un esterno, le ombre di Carmelo e Franca tra ronzii complici fra l'erba ed i fiori: la favola che è stata un leitmotiv di coccole tra i due, continua là fuori ad avvenire, credibile ma ora impossibile parentesi rosa che nello scorrere dei giorni annienta la cognizione del tempo che passa ( un classico delle unioni coniugali ben assortite) per cui l'improvviso severo e tragico appello del male è duro e feroce come un colpo di mannaia, poiché la “continuità” d'un felice rapporto coniugale porta in dono di non smarrire la fanciullezza in un “continuo” di serenità fino all'età adulta. Solo quando la malattia e la morte strapperanno uno dei due, è un brusco risveglio di fanciulli nella maturità se non addirittura in un'arresa senilità. L'autore rappresenta nei suoi versi, il dolore attonito, disarmato al capezzale di Franca che come moglie era simbolo integrato con lui, della vita stessa e rovescia sulle pagine la cornucopia doviziosa di tutte le memorie degli aromi, delle vibrazioni, delle comunicazioni corpo ed anima del calore dei giorni lieti, di un ininterrotto innamoramento ricco di immagini quasi bibliche, edeniche con un eloquio da Cantico dei Cantici: è come se i ricordi battessero le nocche alle vetrate dell'ospedale per farsi aprire e poter irrompere a cambiare l'aria greve e ammorbata nella corsia. Già nell'anima del poeta il dolore, incide la storia ch'egli poi scriverà ma durante questo divenire ne è inconsapevole, ha un cuore che sanguina ed il lettore ne resta profondamente commosso data la capacità della scrittura di Consoli e data l'umana insita condivisione del lutto allarme costante nella memoria neuronica collettiva. “Il pianto antico“, come ci ha saputo dire Carducci. E' lo sfarzo dei bei ricordi elargito massivamente, con l'immanenza della morte di Franca, a dipingerci interamente la disperazione dell'autore; è come se uno “nell'appartamento” della sua vita tirasse fuori il contenuto di tutti i cassetti dei mobili e lo rovesciasse alla rinfusa per ogni dove in cerca di che? In cerca di che? D'uno scongiuro. D'un amuleto rimasto per troppo tempo nascosto ma che ci deve essere?. Un tale “enplein” di sensazioni, come produce il poeta attraverso le sue pagine non poteva che realizzarlo applicandosi ad una stesura poematica - narrativa regolando i tempi, le parti dell'accadimento che quindi lo rendono nella mente del lettore, spettacolo rappresentabile poiché Consoli sa scartare la tentazione dell'intimismo sostituendo ad essa la suggestiva obiettività dei fatti . Sembra invece, forse incoscientemente, istintivamente riecheggiare nella nostalgia descrittiva della sua terra e della sua vita l'ampiezza del canto di Quasimodo, ma nella stretta misura d'un omaggiare Franca, ininterrottamente. Non si inganni il lettore che ci si trovi di fronte a un malinconico materialismo edonistico: si accorgerà di come il poeta nel risolvere il nodo del suo angoscioso teorema sappia attingere a vertici di luminoso esoterismo. Quindi, come alla fine di “Cortometraggi” lo ritroveremo anche al termine di questo libro, ritornato dal suo pellegrinaggio, proprio di fronte al quadrato dove riposa la salma di Franca in cerca di un dialogo interrotto sul punto di un testamento spirituale non ancora enunciato; prossimo a un commiato serafico, sedata l'atroce bufera del distacco. Non è nuovo Consoli di mettersi in contatto con l'altra dimensione, l'aveva già fatto col padre, da tempo scomparso; in una bella ricordevole lirica: gli raccontava che ora non poteva vedere la sua nipote ( la figlia di Carmelo e Franca) divenuta giovane donna. Ha l'autore questa forza rappresentativa d'evocazione come molti di noi che possediamo nel sangue pensieri e voci dei nostri cari continuamente alimentate e captabili. Qui nel' ”L'ape e il calabrone” al contrario è Franca che oniricamente, ineffabilmente si esprime: c'è tutto, ed è il meglio, del giardino della vita là dov'è lei, in cielo “ d' infiniti sorrisi”; v'è come la trasfigurazione d'ogni cosa. Questa conoscenza metafisica di Franca che comunica all'autore che nulla è perduto, ansi è acquisto è come un imperativo a dismettere il pianto che di fronte alla felicità eterica da lei raggiunta, sarebbe una profanazione. Ed è così che Consoli, in quest'opera con l'aiuto angelicato di Franca ha saputo finalmente di una porta chiusa sulla vita, trovare la chiave per aprirla sull'infinito che è vita parallela sovrastante e specchiante la nostra però in purissimi cristalli. Nella dovizia emotiva, ed anche tecnica di questa bella e importante opera, Consoli si rivela nella sua attitudine a robuste costruzioni poetiche di cui certamente “L'ape e il calabrone” non sarà l'unico edificio anzi ne è la sicura premessa e promessa. Aggiungo che nessun commento critico può illustrare meglio sia il vissuto sia la metafisica di questa storia quanto la copertina di Andrea Gelici tutta”fauve”(riferendomi anche al colore fulvo) nel miele dell'amore e nel solare assurgere ai paradisi.

Duccia Camiciotti e Carmelo Consoli.

Duccia Camiciotti:
Se mi è possibile vorrei parlare di getto, ex-abrupto, delle sensazioni che mi ha suscitato la lettura di questo libro: emozioni alterne: desolazione, puro dolore, pietà e – perché no?- raccapriccio e paura per la terribile “condizione umana” nella quale io stessa sono inserita. E infine, più trascinante d’ogni altro stato d’animo, la commozione, intensa, profonda, che più d’una volta mi ha strappato le lacrime. Ho letto, questo che potrei definire “un racconto in versi”, per giunta anche datato, tutto di seguito, quasi senza prendere respiro, per essere trascinata dalla fiaba all’orrore piatto e privo di senso dell’apparato ospedaliero, all’assurdità della numerazione tombale, funzionali entrambi, non c’è dubbio, quanto assurdi e decostruenti nel senso umanistico del termine. Un amore, intessuto di sogni, del fascino naturale espresso nella propria interezza, da metafore poetiche, da metafisici paragoni anche quando si tratta di allegoria della morte, ci fa comprendere quanto sia VITALE tutto questo, mentre la vera fine è quella che sopraggiunge improvvisa per motivi abnormi, quali l’azione d’un “mostro” non meglio definito ma letale nella sua mancanza di costrutto, e così fatto, forse, da poter essere paragonato al demonio per eccellenza, un orrendo Non-Si- Sa- Che, il quale s’annida nelle viscere dell’amata fino a distruggerne, non solo il corpo ma anche l’anima. Nella futilità di un apparato insignificante quanto meschino, s’infrange il senso della vita, si stravolge e muore ogni bellezza. Il Tutto viene espresso in uno stile apparentemente semplice, addirittura discorsivo, ma tale da incidersi crudelmente nell’anima, in modo realistico quanto simbolico. Ma sempre candido e ignaro. Si ha l’impressione che il nostro Calabrone sia all’atto pratico un fanciullo ingenuo posto di fronte alla distruzione e alle sue terribili armi che colpiscono in modo graduale ma sempre più orifico. Si è coinvolti nella sensazione d’una tremenda favola che in ogni occasione, per quanto negativa, stimoli la meraviglia, stordisca e confonda l’innocenza di fondo. E così è e deve essere per un vero poeta, così impreparati ci colgono i fenomeni ostentati dalla morte in tutta la loro crudezza. E quando riusciamo a paragonarli, squallidi come sono, ai “momenti” – potrei ben dire “musicali” della fiabesca ineffabilità del vero amore, quando si riesce in modo stilisticamente sornione, ad esprimere l’essenza della lirica e di per contro l’epico-macabro di certa realtà (che pure esiste anche se tutti tendono a nasconderla), allora si è chiaramente dei veri poeti. Vorrei, prima di continuare, spendere due parole sull’aggettivo SORNIONE, che qui non ha alcun senso furbesco (in punto sarebbe fuorviante e antitetico in tale cocente dramma), ma significa piuttosto un PIANISSIMO o un SUSSURRATO, per rimanere nell’ambito musicale e non solo, che, insinuandosi nell’ordito dei versi, li rende più persuasivi. Non dimentichiamo in ogni caso che questa lamentazione, seguendo la via classica di genere, tocca in modo diretto e umanissimo le corde più suscettibili della nostra sensibilità, coinvolgendoci fino all’immedesimazione. Ovviamente, gran parte di questo risultato si deve alla struttura del testo: infatti nella prima metà, circa, essa si presenta favolistica, e la nube della tragedia, anche se ben presente e minacciosa, rimane nel sottofondo in modo che potremmo definire statico, anche se con varianti. Veniamo trasferiti, pertanto, da un’atmosfera solare, aerea, che sollecita ed accarezza visioni sognate della metafora umana, questa volta sotto forma di due insetti ronzanti, uno color del sole e del miele, l’altro color della notte, ad una staticità interrogativa improvvisa, che tuttavia non cambia immediatamente la paesistica d’insieme, la quale rimane per un po’, anche se in modo sospeso e quindi marginale, in ambito pastorale –arcadico, con qualche fermento di sovversione . Ma a questo punto la caduta nel FAUVE è inevitabile, se così possiamo chiamare l’impietoso precipizio nello pseudo ingenuo – magico da tragedia. Prego considerare questi termini in chiave squisitamente letteraria, senza implicanze umane se non quella dell’effetto catartico sul fruitore. Nel quotidiano vasto e omogeneo nulla più abbiamo infine, se non il solo protagonista: il MOSTRO ormai padrone che sta divorando dall’interno il corpo dell’ape, una volta culla di delizie. Seguono tanti omini ormai inutili che si affannano come formiche intorno alla preda di recente catturata, ma questi ultimi vorrebbero salvare o almeno capire, scoprire,far progredire una scienza che, nell’agone contro il male, si rivela impotente e umanamente grottesca. Il tutto però, e non mi stancherò mai di ripeterlo, avviene in un tono sommesso, testimoniale e datato, conscio del non-senso, conscio dell’inspiegabile dolore. Persuasa che altri presentatori prima di me abbiano esposto il contenuto dell’opera, vedi fra l’altro Anna Balsamo e Lia Bronzi che l’hanno corredata, rispettivamente, di prefazione e di postfazione, ho preferito sottolineare l’aspetto – almeno a mio avviso – più singolare e affascinante, quello che la rende unica nel suo genere. La si potrebbe anche definire una shockante descrizione della morte, e un canto d’addio.

Il pubblico in sala.

Insieme alle letture delle poesie, da parte dell’attore Andrea Pericoli, le musiche scelte per l’occasione dal Maestro Lorenzo Maria Scultetos hanno impreziosito la serata.

Diversi e interessanti gli interventi del pubblico unito a festeggiare l’autore che ha scelto la prestigiosa sede della Camerata dei Poeti per la prima presentazione del suo libro.

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