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Alfredo Lucifero e
“Il senso della vita”

Roberta Degl’Innocenti
Firenze, 21 dicembre 2011

Mercoledì 21 dicembre 2011, alle ore 16.30, presso l’Auditorium della Cassa di Risparmio di Firenze in Via Folco Portinari n. 5, si è svolto l’evento culturale del mese di dicembre che prevedeva la presentazione del libro di poesie Il senso della vita di Alfredo Lucifero.

Introduzione di Lia Bronzi, Presidente della “Camerata dei Poeti”. Interventi critici di Anna Balsamo e Duccia Camiciotti. Letture di Andrea Pericoli. Brani musicali a cura del M° Lorenzo Maria Scultetus.

da sx: Andrea Pericoli, Duccia Camiciotti, Anna Balsamo, l'autore Alfredo Lucifero, Lia Bronzi e Carmelo Consoli.

Un breve cenno biografico sull’autore:

Alfredo Lucifero, calabrese di origine, è nato a Pisa. Avvocato di professione è magistrato onorario a Pisa. La sua passione per l’arte l’ha portato da sempre a dividersi continuamente tra i doveri professionali da un lato e letteratura e scultura dall’altro. Alfredo Lucifero è ospite, ogni anno, a La Versiliana nel programma curato da Romano Battaglia.

Michelangelo Marsili.

Marzia Serpi.

Per le poesie di introduzione, normalmente affidate ad altri autori, sono stati chiamati Michelangelo Marsili con Solstizio e Marzia Serpi con il testo Il cinghiale racconta. Prima degli interventi critici, e fra l’uno e l’altro, l’attore Andrea Pericoli ha letto alcune poesia dal libro e il Maestro Lorenzo Maria Scultetus ha suonato alla tastiera un ricco programma di brani musicali da lui stesso scelti.

L'autore Alfredo Lucifero e Lia Bronzi.

Lia Bronzi, ha introdotto iniziando a parlare di Alfredo Lucifero, protagonista della serata, della cui opera si è sempre occupata con prefazioni e presentazioni. In merito al libro Il senso della vita riportiamo la nota di Lia Bronzi presente nella quarta di copertina del libro …(…)… La forza della raccolta di Alfredo Lucifero fa emergere un tratto abscons del poeta, proprio per quel suo continuo alludere e deludersi, accennare e ritirarsi in alternanze atte a mascherare un pudore che, talvolta, si fa angoscia, poiché sta sotto alla mutevole fenomenologia del reale, quale segno di ogni frontiera elusa, di una storia infranta e simbolo di un epilogo che pur sa dare un’anima a tutte le cose. Mentre la struttura poetica ben rappresenta la natura intrinseca del linguaggio e si snoda secondo un pudico e splendido minimalismo, capace di realizzare un registro stilistico dove son presenti: brevità del verso, essenzialità sintattica, con lampeggiamenti lirico-introspettivi rari, capaci, comunque, di risonanze nel fluire limpido della poesia in una emozionalità quasi ancestrale nella quale modo, accento e tono, si costituiscono per forza di ispirazione. Ne risuona una versificazione piacevole, di facile comprensione, con un impatto lirico proveniente dal miglior Lucifero, come è ancor oggi il nostro poeta …(…)…

Anna Balsamo e l'autore Alfredo Lucifero.

Anna Balsamo: Interrogarsi sul senso della vita in vetta all’ascesa delle esperienze – se mai tale ascesa è compiuta e se mai se ne arriverà in vetta – se invece non ci sarà sempre pronta un’altra ascesa e un’altra vetta da raggiungere e ancora e ancora… Sarà questo il senso, sconcludendo discorso e indagine e raggiungimento d’un punto fermo? Quindi, eccoci in vetta a una ascesa probabile ma dubitosa: come uno scalatore che nella solitudine alpestre s’affidi alla eco degli interrogativi esistenziali: così è l’uomo, nella fattispecie l’autore che si auto interroga in modo propedeutico all’introspezione e vanificato insieme proprio dal fatto stesso d’essere introspettivo in un chiama e rispondi che lo serra in una solitudine, pare unicamente abitata dal suo io, però anche affollata di concettuali presenze e refluire di apporti del veduto che gli sgorgano in uno stringersi e allagarsi in monologo di quello che invece viene lanciato dalla mente come segnale di richiamo al dialogo. Certo, nelle solitudini delle insonnie notturne, nessun altro che il nostro stesso io ci risponde (se ci risponde) e sarebbe anche da vedere, se veramente sorgesse una voce dall’ombra disposta a farlo, quanto sarebbe gradito, allo scandire del nostro pensiero, sentire interrotto il suo battito continuo intercettato da un’altra mente. L’introspezione coinvolge e avvolge l’intellettuale, isolandolo, altrettanto come le spire di fumo il fumatore: è una sorta di inalienabile alienazione, che è gioia e dolore, inscindibile, dell’indole stessa, diletta tortura in una trappola masochista. La mente, come una nave stracarica di mercanzie acquisite nel lungo peregrinare degli anni esperiti, le scarica notte tempo, come in un porto affastellato, nella silenziosa oscurità delle nostre camere. Ora, in quest’ultimo libro di Lucifero, non a caso intitolato “Il senso della vita”, più che mai mi si presenta chiaro motivo portante della sua poetica, presente, maturata nel decennio, l’inquieta ricerca di “un’altra vita”, come una via parallela non percorsa, ch’egli ritiene di discernere, senza poterla afferrare, come un’occasione non colta al volo, cui si rivolge la ricerca del suo pensiero. Già il poeta può ritenersi un privilegiato perché la virtuale nave notturna delle meditazioni, e memorie dissolte e tornanti, gli lascia, in fin dei conti, materia fertile per scrivere, per discettare, per mettersi in discussione, per riflettere, anzi riflettersi nello specchio della riflessione stessa: un narcisismo più autentico, e più pericoloso, di quello della contemplazione ammirata delle fattezze del corpo, cercare specchiata nell’acqua del tempo che scorre, i lineamenti inafferrabili dell’anima e gli insiti perché della vita in un analitico labirinto in cui si vorrebbe spezzare in non so che punto la recensione, eppure si resta: perché l’insistito rovello nel frattempo s’è fatto stilema prezioso ed anche indissolubilmente capzioso.

A questo bellissimo libro, forse il più bello di quanti io abbia letto di Alfredo Lucifero, non si sfugge: non se ne possono scorrere le pagine con superficialità: come lettore sei coinvolto nel gioco delle solitudini pensanti, in quanto, di fronte ai temi posti dall’autore, gli rispondi e ti trovi anche tu inascoltato nella solitudine della pagina che diviene il vano del tuo pensiero come per l’autore lo è la sua camera, la sua notte.

Tuttavia l’atto del comunicare si compie, da parte dell’autore, infine nello scritto, di cui è destinatario il lettore che lo ricetta. Mai mi era capitato come per questo libro l’urgenza di apporre per scritto una notarella immediata in calce alle poesie. Esempio: per la poesia “Immobilità”, vivendo in transfert le sensazioni del poeta, non potevo esimermi dal definire “cupio dissolvi” l’inquietante piacevolezza del lasciarsi andare distesi su un prato “ad assaporare i profumi del bosco e di vita” mentre “in terra sdraiato/coperto di sensi e di sogni/immobile e stanco/appare il tuo esistere/una morte indecisa”. E per la lirica “Figure”, che descrive il rifluire dal buio di figure diurne che si ricompongono e scompongono metabolizzate –chissà, nel fondo della retina e , dalla stessa, sono in continuo scaturire- viene da esclamare “E’ così veramente!”. Ed ai versi di “Eternità”, che cito, “Forse Dio/siamo noi stessi,/ma se Dio è eterno/la morte/ci contraddice”, di rimando, ho scritto “Dio è temporaneo in noi – e noi in Lui- se non ci vorrà accogliere poi”. Ed ecco che in “Essere” si fa avanti la valutazione insita nella problematica del libro: appunto la speculazione, lo specchiarsi del “viso profumato” di Narciso, dove quel “profumato” indica tutta la pericolosità della criptica seduzione degli approfondimenti introspettivi, ed ancora annoto, alla lirica “Esistenza”, quando dichiara “Stiamo andando/dove siamo arrivati:/è il gioco/senza senso/dell’esistenza”, io immediatamente formulo che è il gioco simmetrico che ha senso solo, e lo impone, nella chiusura d’un perfetto cerchio di compasso che è coincidenza con l’eternità. Seguono i quattro versi di “Dimenticare”. “Si dimentica quasi tutto/della vita passata:/un’altra persona/ha preso il nostro posto”. A cui rispondo, seguitando come in uno scambio di biglietti: “quell’altra persona deriva da noi ed è figlio reale nostro più che il figlio vero, ed è quindi un essere un noi stessi che cammina, tutto nuovo ma verso il nostro annientamento e, intanto ci accompagna. Ma nella lirica “Il futuro” il poeta abborda proprio l’argomento del “cerchio”, da me già preavvertito ed, invece di “Spezzare il cerchio”, si propone se ricominciare cercando il futuro nel volto dei discendenti a seguire… ma dopo conclude “spezzare il cerchio/e precipitare/in uno spazio sconosciuto, infinito e insensibile/di angoscia e di paura”. Ci lascia un interrogativo sibillino: con “insensibile” vuol significare che, una volta spezzato il cerchio, si tornerà in uno spazio che più non sente l’angoscia e la paura (e sarebbe qualità positiva dello spazio “sconosciuto, infinito”), oppure va inteso che, oltre che essere uno spazio “sconosciuto e infinito”, è anche spazio d’angoscia e di paura? Sia in vena d’ottimismo sia di pessimismo, il lettore può riscontrare come, finalmente a forza d’essersi acuito, il pensiero abbia reciso le reti del labirinto e s’inoltri appunto quantomeno nell’incommensurabile: differente, certo nuovo: come a dire non universo ma multiverso, cioè rivolto a tutti quegli altri mondi e a quelle altre vite che ci è consentito, senza dimostrazione contraria, supporre che ci siano. Però la “cultura in vitro”, direi quasi scientifica del pensiero, resta: in questa dimensione della stanza, della notte, di sé stessi, dell’insonnia che s’ingegna a incastonarlo come un orafo un diamante. Perché desistere? Perciò il poeta valuta e, si autosuggerisce, in “Problemi”: “Riposa sereno alla ombra/di nuvole di cigni/dimentica/il tuo essere/senza problema.”: improvviso nichilismo gradevolmente accetto! Lucifero chiude la raccolta con l’epifanica rivelazione - per altro a cui siamo arrivati attraverso anni della sua scrittura - contenuta nella lirica “Due velocità”: la vita cosmica anche materialmente costituita di giorni, di effemeridi, di stagioni che, distrattamente a noi paiono tutti uguali poiché, ambiziosamente, scegliamo di credere assai più singolare ed emergente collocarci nel contingente della vita storica, come tutti i giorni ce la elargisce il mezzo televisivo, la quale per i corsi ed i ricorsi è ripetibile ed inguaribilmente rimestata dalla solita umanità, per contro, la vita cosmica invece, è quella incorniciata nel vano della finestra ed è il frutto della incommensurabile combinazione di ere intermediate forse da eoni tra Dio e il mondo; sotto l’apparenza d’una immobilità nirvanica, s’è mossa invece ed è “una vita irripetibile/libera di tempo”: questa è la scoperta, questa è quell’altra vita di cui era, è, in cerca il poeta.

Il senso della vita afferrato nell’attimo fuggente.

Andrea Pericoli.

Lorenzo Maria Scultetus.

Duccia Camiciotti: Il volume, facente parte della collezione "Le Piume" (Nuove Voci), del Gruppo Albatros (Roma) e distribuito da Mursia, presenta aspetti veramente notevoli per un genere lirico puro e, oserei dire, sillabato come una pioggia di note musicali, discreta e insinuante, prudente e timida forse in alcune sue parti, ma comunque sempre e ovunque struggente per un cuore che sappia sentire oltre l’apparente scarsità di termini: brevità di versi, una costruzione poetica, insomma, che restringe il campo visivo quanto allarga la percezione, l’impatto emotivo e la riflessione. Assolutamente conscio delle nostalgiche deduzioni e conclusioni afferenti, anche proprio malgrado, da un esame spassionato dell’ esistenza, talvolta si lascia vulnerare da rapidi lampi di speranza, da fuggevoli incursioni nel progetto e nel sogno, ma subito – si direbbe quasi vergognandosene – rientra nella desolata pianura, oh quanto bella tuttavia! Della propria quotidiana consapevolezza, ormai divenuta un habitus mentale. Prima parlavo di “pudore”. Certamente questo elemento è ben camuffato, entro la storia di un precoce arrivederci, oppure d’una fatalità che non fu possibile ovviare, ma l’angoscia che ne deriva quella no, non si può sopprimere! Si può imprigionare in brevi sintagmi, che tuttavia la evidenziano, in alcuni casi quasi lapidariamente. Tenuto conto pertanto, del senso umanistico da cui si parte per far scorrere con grande naturalezza i bei versi, in un minimalismo di sorgiva ispirazione,.il registro stilistico fluido ed appassionato anche nella sintesi, rende agevole la fruizione di queste liriche e la compartecipazione assolutamente spontanea e immediata. “Panta rei”, naturalmente, senza scampo, per intrinseca legge inovviabile, e ciò include un largo e diffuso senso melanconico. Il quale si traduce in elegia.

Duccia Camiciotti e Anna Balsamo.

Per sintetizzare quanto già detto, l’aspetto lirico prevale in questa poesia, intessuta di sensazioni, ricordi, trasalimenti, pensieri metafisici, là dove con questo termine s’intenda non necessariamente il trascendente ma sicuramente la speculazione filosofica d’ordine superiore in . Del resto, il nostro Autore si occupa con grande profitto anche di scultura, e tale vocazione creativa si ritrova fra le righe immaginifiche dei suoi componimenti poetici. Del resto, è qui presente un personale modo di credere in una misteriosa dimensione animica che potrà forse rappresentare la vera libertà dell’anima, il cui anelito d’infinito era presente fin dalla fanciullezza del Nostro. Tuttavia è diffuso sotto le righe anche un senso di disincanto nei confronti della continua ricerca sul Senso Della Vita appunto, che dovrebbe culminare almeno nella felicità. La quale – come sappiamo tutti – dura un tempo determinato che ci appare sempre troppo breve, per tendersi definitiva in presumibili dimensioni e spazi assoluti quanto inconoscibili. Diremmo allora, con il poeta, che tutto trasmuta quando non perisce o sparisce, tranne il mare ,il quale si snoda su se stesso,metamorfizzando il senso dell’eternità, non certo fissità, ma costante ripetizione.. La precarietà dell’esistenza singola, tuttavia, le trasformazioni che assumono “senso” in specie estetico, solo per chi ve lo sa e ve lo può cogliere, il desiderio d’infinito, si scontrano certamente con la coscienza di morte, di questa trasformazione decisiva che non si sa dove conduca, se pure da qualche parte conduca…E’ chiaro, siamo in una rapsodia del problema eternità, finitudine,: vita-morte, pensiero – non pensiero, in uno straziante essere e non-essere , cui certo il poeta non può sfuggire, pur captando e collezionando attimi eterni, e già la parola “attimo”, in qualche modo relazionata alla parola “eterno”, è una contraddizione nei termini, inesplicabile. Sia chiaro, il mio vuol essere un resoconto dei contenuti di una scrittura (e di una vita) certamente molto sofferta se incentrata sul massimo problema e risolta in un lirismo dolcissimo dove le antinomie, i controsensi, si placano ma non svaniscono, non si compongono. Restano, nel transeunte, nel presumibile spegnersi perfino del pensiero, nelle loro modalità cicliche, cui tuttavia, come abbiamo visto, manca il sostegno d’un terreno stabile, e di stabile non resta che la pena e la nobile necessità d’interrogare se stessi e l’universo.

Dopo le parole dell’autore si sono espressi dal pubblico in maniera favorevole: Carmelo Consoli, Anita Norcini Tosi, Roberto Cellini, Fiorenza Alderighi e Simonetta Lazzerini Di Florio.

Presente alla manifestazione il giornalista Fabrizio Borghini di Toscana Tv che ha intervistato Anna Balsamo, Lia Bronzi, Alfredo Lucifero, Roberta Degl’Innocenti e Duccia Camiciotti.

Molte le persone presenti alla serata di questo bravo poeta.


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