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Dante incontra Beatrice:
“Donna m’apparve…”

La statua di Dante in piazza Santa Croce.

Roberto Mosi davanti al Palazzo Portinari.

Finalmente domenica 6 dicembre 2020 ci siamo ritrovati dal vero o, come si dice per la scuola “in presenza”, sul nostro percorso dedicato alla poesia della Divina Commedia, dopo il periodo delle riunioni in videoconferenza per le norme legate alla pandemia. L’appuntamento è stato alla Fontana del Biancone presso Palazzo Vecchio. Anna e Claudio ci hanno fatto una bella sorpresa per festeggiare l’incontro: sono arrivati vestiti all’antica, alla moda dei tempi di Dante, approfittando dei costumi del teatro dove stanno preparando uno spettacolo per ragazzi. Anna, i capelli biondissimi, era pettinata, ispirandosi alle immagini che abbiamo di Beatrice, con lunghi giri di trecce fissate sulla testa, una sottana bianca (o socca, una gonna che parte dalla vita e scende fino ai piedi), una gonnella rossa (o gamurra, tutta di un pezzo, anch’essa fino a toccare terra), un mantello verde foderato di pelliccia, calzari alti viola, che la facevano traballare ad ogni passo. Claudio, i capelli rossi, appariva in forma nel costume ispirato al personaggio di Dante, con nelle mani il grosso volume della Divina Commedia illustrata da Gustavo Dorè, edizione Sonzogno, la gonnella che scendeva alle ginocchia, stretta in vita dalla cintura, la guarnacca, un mantello con davanti dei risvolti e le maniche larghe, il lucco, il tipico mantello fiorentino con il cappuccio a punta; calze rosse e stivali di cuoio.

Il nostro nocchiero, Raffaello ci ha descritto la passeggiata di appena due chilometri con sosta davanti a sette lapidi con i versi danteschi, incentrata sul personaggio di Beatrice.

L'insegna della famiglia Portinari e la lapide su Beatrice.

Targa del Borgo dei Greci.

Siamo partiti formando un piccolo corteo, fra lo stupore dei rari turisti, per piazza della Signoria, in direzione di via de’ Cerchi: in testa Anna e Claudio, che interpretavano Beatrice e Dante, il portamento solenne, la mano di lei appoggiata su quella del poeta. Proprio in via de’ Cerchi, davanti alle testimonianze ancora vive di quelle che furono le case torri dell’antica famiglia, Renato ha tenuto a ricordarci a che punto siamo della nostra intrapresa e ad orientare i nostri passi: “E’ il caso di riprendere l’inizio della Commedia: Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura / ché la diritta via era smarrita . Così noi ci troviamo qui, in via de’ Cerchi a metà dei nostri viaggi domenicali intorno alla poesia di Dante, in una situazione, quella della pandemia, che rappresenta la nostra selva oscura. Siamo nel centro del Sestiere di San Pier Maggiore – il Sestiere dello “scandalo” – davanti alle case di questa antica famiglia, confinanti come abbiamo visto, con le case dei Donati: questa strada insieme a via del Corso, via Dante Alighieri, via del Proconsolo delimita una porzione di città, un quadrilatero “magico” dove negli anni a cavallo del Trecento, fu più feroce l’odio fra le fazioni, vi furono tante occasioni di scontri finiti nel sangue, si materializzò l’Inferno sulla terra.

Ad un lato di questo quadrilatero (via del Corso) vi sono il palazzo della famiglia Portinari e la memoria della vita di Beatrice e dell’incontro con lei nel Purgatorio; dall’altro lato (via Alighieri) troviamo l’antica Badia, le case degli Alighieri, la memoria dell’avo Cacciaguida e dell’incontro nel Paradiso.”

Campanile della Badia e Torre del Bargello.

Ugo di Toscana e i versi di Dante.

In via del Corso – la strada così nominata dal palio dei “barberi” che si correva ogni anno per San Giovanni – leggiamo i versi scolpiti nel marmo, dedicati appunto alla famiglia dei Cerchi:

… la porta, ch’al presente è carca
di nuova fellonia di tanto peso
che tosto fia iattura della barca,

Par. XVI, 94-96

È proprio Cacciaguida che dice a Dante in questi versi che la presenza della famiglia dei Cerchi (gente nuova) nel Sestiere di Porta San Piero, sarà presto causa di rovina e di dolore per tutta la città (barca).

Poco oltre, nella stessa via sulla facciata del Palazzo Portinari, la lapide di marmo con la scritta:

Sopra candido vel cinta d’uliva
donna m’apparve, sotto verde manto,
vestita di color di fiamma viva.

Purg. XXX, 31-33

Provvidenziale la spiegazione di Airam Aizitel per comprendere questa terzina: “Dante è arrivato, nel Purgatorio, sulla sommità del monte e davanti a lui si ferma la sacra processione. Avvolta da una nuvola di fiori e coperta da un velo candido, appare Beatrice, coronata di ramoscelli di ulivo, simbolo della pace e della sapienza. Beatrice indossa i colori delle virtù teologali: il suo vestito è rosso come la fiamma, il manto è verde e un velo candido le copre il viso. “Abbiamo rivolto a questo punto tutti i nostri sguardi verso Anna, orgogliosa per il suo costume. “Dante, pur non distinguendola fra i personaggi della processione, avverte lo stesso sentimento che provava in terra e, emozionato, si volge verso Virgilio: ma non c’è più, dopo essere stato la sua paterna guida nell’Inferno e nel Purgatorio, ha terminato il suo compito. Sarà proprio Beatrice a guidare i passi successivi di Dante.”

Il portone della Badia e la lapide.

Via del Corso.

Questa parte di Firenze è molto suggestiva e ognuno di noi ha avanzato un’osservazione, un commento. “Beatrice era figlia di Folco di Ricovero Portinari, nacque nel 1366 – ha ricordato Hannah da persona appassionata della storia della città – e fu allevata dalla madre Cecilia e dalla fantesca Tessa, ispiratrice della fondazione dell’ospedale di Santa Maria Nuova e fondatrice dell’ordine delle Oblate; nel 1280 sposò il ricco banchiere Simone de’ Bardi. Morì giovanissima, nel 1290; una delle voci della tradizione vuole che sia sepolta nella vicina chiesa di Santa Margherita de’ Cerchi, dove i Portinari avevano una cappella, qui a venti passi da noi, in via Santa Margherita, meta incessante di turisti. Secondo la tradizione, ancora, la chiesa sarebbe stata il luogo del secondo incontro con Dante.”

“In merito al rapporto con il poeta, bisogna rifarsi alla festa del Calendimaggio – è intervenuta Elisa, sempre ben informata per i libri che consulta nella biblioteca – una festa di antica origine, legata all’arrivo della primavera. Famoso il Calendimaggio del 1300 per lo scontro che avvenne proprio in questo Sestiere, dove noi ora siamo, tra i giovani della famiglia dei Cerchi e quelli della famiglia dei Donati a seguito del quale a Ricoverino de’ Cerchi venne tagliato il naso da un Donati. Celebre ancora il Calendimaggio del 1304, quando il peso della gente accalcata sul ponte alla Carraia per assistere ad uno spettacolo in Arno di figuranti sulle barche vestiti da diavoli, fece crollare la struttura. Nella festa di Calendimaggio del 1274 Dante vide per la prima volta Beatrice, all’età di nove anni (gli stessi che aveva la bambina) secondo quanto afferma Boccaccio: Folco Portinari, il padre di Beatrice, aveva invitato i vicini per festeggiare, come era usanza, e fra questi vi era Dante Alighieri. Nella Vita Nova il poeta ci dice che rimase subito colpito da Beatrice “vestita di nobilissimo colore, umile e onesto, sanguigno, cinta e ornata a la guisa che a la sua giovanissima etade si convenia” (Cap. II).”

Siamo rimasti un bel po’ di tempo davanti alla targa posta sul Palazzo Portinari, colpiti da queste storie, e alcuni passanti incuriositi, si sono fermati ad ascoltare. Anche se si indossava tutti, rigorosamente, la mascherina, si andava formando un assembramento sullo stretto marciapiede di via del Corso. Meglio proseguire lungo i lati del quadrilatero “magico”, illustrato prima da Renato, ed entra in scena Cacciaguida, l’illustre avo di Dante. Poco prima di via del Corso, in via degli Speziali, la targa:

Gli antichi miei e io nacqui nel loco
dove si truova pria l’ultimo sesto
da quel che corre il vostro annual gioco.

Par. XVI, 40-42

“Gli antenati di Dante abitavano nel luogo – interviene Paul – dove passava il palio di San Giovanni e i cavalli incontravano l’ultimo Sestiere, quello del quale abbiamo parlato a lungo, nella loro corsa fino all’arrivo, posto in piazza San Pier Maggiore. Doveva essere una manifestazione quanto mai suggestiva e popolarissima, uno spettacolo unico dei cavalli lanciati al galoppo nelle strade strette, affossate fra le case torri con il rumore degli zoccoli, degli incitamenti, delle grida che arrivavano fino al cielo. Chissà se oggi sarebbe possibile farne una riedizione.”

Piazza de' Donati.

Chiesa di Santa Margherita.

La tappa successiva è il Canto dei Pazzi, fra via del Corso e via del Proconsolo. La lapide particolarmente annerita dal tempo:

Bellincion Berti vid’io andar cinto
di cuoio e d’osso, e venir dallo specchio
la donna sua sanza il volto dipinto;

Par. XVI, 112-114

Bellincion Berti, nobile cavaliere, era capo della famiglia dei Ravignani, cittadino nobile e integerrimo della Firenze del XII secolo e Cacciaguida ricorda di averlo visto incedere con una cintura di semplice cuoio con fibbia d’osso, non di seta o d’argento, dorato o smaltato, com’era d’uso ai tempi di Dante.

Abbiamo proseguito per via del Proconsolo, in direzione dell’Arno, fino alla Badia, posta di fronte al Bargello. “La Badia fiorentina è il primo glorioso insediamento monastico – le parole di Elisa – fondata dalla marchesa Willa, madre di Ugo di Toscana, nel 978 che divenne un centro di mistica religiosa. Per secoli la Badia fu centro religioso di Firenze e il suo campanile scandiva, l’ora di inizio e di fine del lavo per i fiorentini.” Memorabile la lapide in via Dante Alighieri, prossima all’ingresso della chiesa.

Fiorenza, dentro dalla cerchia antica
ond’ella toglie ancora e terza e nona,
si stava in pace, sobria e pudica.

Par. XV, 97-99

Renato ha commentato le parole di Cacciaguida, uno dei suoi personaggi preferiti: “Il progenitore di Dante, morto crociato in Terrasanta, ricorda il tempo nel quale Firenze, nei confini di quella antica cinta muraria da cui tuttora sente suonare le ore, viveva pacifica, morigerata, di buoni costumi. Non si portavano monili, diademi, gonne ricamate, cinture che rendessero l’apparenza superiore alla persona stessa. È l’immagine di una città del tempo antico, tanto in contrasto con quella faziosa e corrotta dei tempi di Dante. Cacciaguida si riferisce alla cinta muraria della Firenze in cui egli visse nel XII secolo, costruita, sembra, tra il IX e il X secolo. Ai tempi di Dante la cerchia delle mura era quella del 1173 e già era iniziato un nuovo ampliamento nel 1284 sotto la direzione di Arnolfo, completato al termine del 1300 e del quale Dante era quindi stato testimone diretto.”

Presso l’altro accesso alla Badia, vicino allo splendido portale dell’abside progettata da Arnolfo, sono incisi nel marmo i versi:

Ciascun che della bella insegna porta
del gran barone il cui nome e il cui pregio
la festa di Tommaso riconforta,
Da esso ebbe milizia e privilegio,

Par. XVI, 127-130

Hannah ci ha aiutato a interpretare il valore storico di questi versi: “Ugo il Grande di Brandeburgo fu marchese di Toscana nella seconda metà del secolo X e conferì titoli nobiliari e privilegi alle famiglie fiorentine. Morì nel 1001, il 21 dicembre, giorno di San Tommaso, e fu sepolto nella Badia Fiorentina, dove ancora, in questo giorno, si celebra una messa in sua memoria. Lo stemma di Ugo il Grande era costituito da sette strisce vermiglie in campo bianco”.

Procedendo per la via verso piazza San Firenze, all’angolo con Borgo dei Greci, la celebrazione di una delle antiche famiglie fiorentine.

Nel picciol cerchio s’entrava per porta
che si nomava da quei della pera.

Par. XVI, 125-126

È il momento di Raffaello, esperto di topografia: “Nell’antica cinta muraria di Firenze, quando la città era ancora piccola e virtuosa, una delle porte minori, porta Peruzza, prendeva il nome dalla famiglia Peruzzi (“da quei della pera”). Questa nobile famiglia aveva le case dove esisteva l’anfiteatro. Il loro stemma era uno scudo in campo azzurro con sei pere dorate. Combatterono a Montaperti nelle file guelfe”.

La statua di Dante in piazza Santa Croce.

A questo punto del percorso ci siamo accorti che si stava facendo tardi, era l’ora di raggiungere le nostre case per il pranzo e toglierci finalmente le mascherine dal viso. Renato però, esaltato dalla bella mattinata passata insieme, all’aperto, dopo tanti giorni di reclusione, è salito in cima alla scalinata che circonda il palazzo dell’ex-tribunale e ha declamato a piena voce, in onore di Beatrice Portinari, accompagnato da Anna e Claudio:

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua devèn, tremando, muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ‘ntender no la può chi no la prova;

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: Sospira.

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