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Voci tra le pieghe dei passi
di Laura Pierdicchi

Presentazione a cura di Antonella Barina

Mestre,
Teatrino della Murata
11 maggio 2013

“Nella casa rifugio si dilata l’orizzonte”, scrive Laura Perdicchi: è la chiave di questa sua raccolta, Voci tra le pieghe dei passi, pubblicata dalle Edizioni del Leone, una raccolta improntata a un percorso di crescita. La poeta accoglie le differenti voci che le sorgono dentro offrendo a ciascuna voce lo spazio e l’ascolto. Non vi è primato tra dentro e fuori, solo differenza: nell’ascoltarle le nomina, dando loro cittadinanza. Sono la voce concettuale, la voce paterna, la voce descrittiva, la voce materna, la voce femminile. La voce sociale, infine.

Antonella Barina.

Il prefatore Paolo Ruffilli parla di “sceneggiatura teatrale in versi”, altri di contrasto, altri di musica. Io credo che teatro e musica siano già compresi nella poesia, quindi uso i termini partitura e contrasto a lei riferiti. Si tratta quindi, riassumerei, di una partitura poetica per voci a contrasto.

Protagonista dell’opera, scrive Ruffilli, è una “coscienza femminile enigmatica”. Posso aggiungere che il moto di questa coscienza è la crescita, il farsi al mondo che dall’io si allarga alla città.

Forse nessun luogo come il Teatrino della Murata, già Tpm (Teatro per Mestre), è degno di ospitarla: qui, dove è passata e permane una parte della storia del teatro internazionale.

Tornando alla poesia, da tempo volevo distinguere tra la pratica poetica che si accontenta di porgere un bell’effetto, cogliendo il momento e qualche metafora vagante per metterla in pagina, e l’agire poetico doc, nel quale chi scrive si fa atanor, forno alchemico, luogo di trasmutazione dei dati che immette dentro di sé, prima che nella pagina. Ciò che interessa è il percorso, ancor più del traguardo finale, e vedo che Laura ha fatto tesoro di ogni tappa. Certo non siamo nella testa di chi scrive, né vogliamo esserlo: non parlo di autobiografismo, che c’è sempre e non c’è mai del tutto. Sto parlando del fluire del pensiero, che ha proprie leggi e che, se ben metabolizzato, ha continuità stilistica e coerenza interna. Difficile simularlo, perché avrebbe il fiato corto. Qui invece siamo dentro ad un’opera di grande respiro, anche se con “frenate lacrime”, come scrive l’autrice, lo sguardo conquista spazio attorno, potenzialmente infinito.

Certamente c’è anche una cifra numerica, non so se cabalistica. I tempi di questa partitura poetica sono tre, con quattro voci nel primo tempo, tre nel secondo, quattro nel terzo.

Nel primo tempo (dove emergono elementi d’infanzia e prima giovinezza) si intersecano la voce concettuale, la paterna, la descrittiva e la materna. Sette è il numero del divino femminile, altri ne possiamo rintracciare nelle diverse combinazioni, ma lascio alla vostra esplorazione questo aspetto.

Quello di Laura è un percorso di luce, dove la luna segna “Ombra e luce / a ridestare il sonno / della quieta laguna”, smuovendo cioè la coscienza immota C’è un passaggio che amo soprattutto, la situazione di partenza:

Laura Pierdicchi.

        Voce descrittiva
Mi copro di luce – sole nascente
per una possibile solo mia
arroventata strada

        Voce concettuale
L’identità in cerca di risposte smuove tanta energia.
(…)
Nel mutevole andamento ogni azione alimenta una certa consapevolezza.

Lungo tutto il lavoro, frequente è il ricorso delle metafore del corpo, sapientemente indagato, in prospettive assolutamente originali.

        Voce Materna
Il mio abito dalla chiusa cerniera
copre una carne non ben definita

Ed è questo corpo che si aprirà alla luce.

Nel secondo tempo – dedicato all’età più adulta e alla passione – parlano la voce descrittiva, quella femminile (che si compie dopo il passaggio del paterno e del materno, di entrambi, non uno solo) e quella concettuale.

Nel terzo, focalizzato sulla maturità, sullo spirito, ma anche sulla dimensione politica cittadina, ecco la voce concettuale, la femminile, la descrittiva, e infine – elemento di crescita – la voce Sociale. Così la casa – quella interiore, soprattutto – si apre sul mondo. Il plurimo io si allarga quasi naturalmente alla città, come se non si fosse sempre parlato altro che di lei: Venezia.

        Venezia tramonta austera
(…) Signora
che si lascia addobbare
per fingere di non sapere

Tra gli ultimi versi, avendo attraversato dolorosi gironi, c’è l’approdo alla dimensione dove, scrive ancora Laura,

da sx: Luciana Castagnaro, Eva Rossella Biolo, Marco Artusi, Laura Pierdicchi e Marina Biolo.

Ora solo la parola illumina. Il silenzio insegna l’invenzione.

“Voci tra le pieghe dei passi” di Laura Pierdicchi possiamo leggerlo tutto di fila e ascoltare come l’una voce si oppone all’altra, la completa o vi si riverbera. Oppure possiamo leggerle una alla volta, queste voci, e seguire specificamente l’evoluzione di ciascuna. In questa complessità, che ha certamente implicato uno sforzo compositivo plurimo, i significati e le letture si moltiplicano esponenzialmente.

Nella Poetica, Aristotele afferma che “la favola deve essere compiuta e perfetta”, l’umanesimo cinquecentesco vi stabilisce a perfezione l’ unità di tempo, luogo, azione. Anche qui: per il tempo, questa evoluzione incessante, continua; il luogo è interiore ed è insieme Venezia; l’azione è questa crescita progressiva. Dice Laura, e citandola finisco per lasciar spazio ad attrici e attori:

Il tragitto è pregno di semi sparsi. Alcuni hanno germogliato – altri hanno rinunciato.

Innumerevoli approcci hanno aggiunto o sottratto valore all’esperienza.

Ma tutto ciò che si è rivelato o nascosto è il nostro irripetibile atto unico.

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