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Gian Piero Stefanoni
il libro di poesie dedicato a Roma

La presentazione ufficiale del nuovo libro di Gian Piero Stefanoni Roma delle distanze, avvenuta mercoledì 28 settembre 2011 presso la sede capitolina del MelBook Store in Via Nazionale, ha avuto una certa rispondenza di pubblico e la presenza di diversi autori e critici del panorama poetico romano, tra i quali Francesco De Girolamo, Maurizio Soldini, Francesco Dalessandro, le rappresentanti di “Progetto cultura” Cinzia Marulli Ramadori e Marzia Spinelli ed ancora Monica Martinelli, il critico d’arte Tommaso Casini, Massimo Pacetti, Vincenzo Luciani di “Periferie” e “Poeti del parco”.

Terzo libro escludendo l’ebook “La stortura della ragione” anch’esso del 2011 ed uscito per Clepsydra- che continua per certi versi il volo e l’abbraccio caro dell’autore alla propria città del precedente “Geografia del mattino e altre poesie”. Con questa notazione l’autore teatrale Alessandro Trigona, segretario del Sindacato Nazionale scrittori, ha aperto come primo relatore l’incontro ricordando tra l’altro la lunga frequentazione non solo professionale con l’autore. Del quale ha rimarcato su tutto l’assoluta coincidenza di vita e scrittura, con una versificazione e un modo di intendere la poesia “scolpita come marchio sulla pelle”, in un percorso privato caratterizzato da gravità e da eventi non facili, da cui la poesia stessa s’è mossa, assieme alle interrogazioni storiche e pubbliche, come evento rifondante, affacciata sui gradini dove l’umano spiegandosi rilancia. Rilancio che per quanto riguarda Stefanoni cerca sempre di partire da passi di comunione e che in Roma delle distanze assume i toni e la dimensione del religioso tanto caro all’autore romano. Qui il Trigona ha insistito, sulla forza di questo dettato nell’istanza che dal basso affratella nel riconoscimento di un medesimo soffrire, di una medesima ricerca di forza e di senso, anche là dove, proprio nel caso del Trigona stesso, il confronto avviene tra chi non crede (ma che non rifiuta nessun spirito religioso) ed una scrittura che si iscrive tutta nella fede cristiana. “Fede che in questo libro è circolare e avvolgente all’interno delle strade e delle piazze, tra gli incontri di ogni giorno. Strade e piazze, che però non sono mai le stesse, che proprio ogni giorno mutano richiamandosi a quei moti che in quanto umani possono variare”. A quest’ultima notazione è seguita la prima lettura di alcuni testi da parte della moglie di Stefanoni (alla quale è dedicata una delle poesie più intense della raccolta); tre liriche dedicate a Monteverde, il quartiere da cui (abitandovi) questa poesia nasce per incontrare il resto della città, dal centro storico ai quartieri fuori le mura.

Plinio Perilli con l'autore (a destra) Gian Piero Stefanoni in un'altra occasione di partecipazione a un evento letterario.

Il secondo intervento, la seconda relazione, è del poeta e critico letterario Plinio Perilli il quale dà avvio al suo discorso richiamando dapprima l’attenzione su una poesia fortemente legata alle altri arti, soprattutto quella pittorica, densamente impregnata ed attenta, ad esempio, ai colori di una Roma mai sopita, fulgidamente interrogante, al fuoco di misure dominanti e accecanti. La scuola romana su tutte, Mafai ma soprattutto Scipione, per tornare poi al canto e all’invocazione religiosa di cui s’è parlato in precedenza. Impronta e preghiera laica a cui il poeta affida le distanze, spirituali appunto prima che spaziali, in un’epoca, cui la poesia stessa rischia di scontare sempre più gravemente l’assenza della propria vocazione trascendente, da un basso in cui la terra non riconosce più se stessa. Stefanoni, sostiene Perilli, non si tira indietro, piuttosto coinvolge se stesso e gli altri ad un confronto chiaro con la propria coscienza, nelle relazioni che proprio con gli altri ci definiscono e definiscono i propri orizzonti comuni. Due analisi, al proposito, risultano illuminanti. Sono quelle della poesia a pagina 49, “Via Ozanam”, che con evidenza può essere intesa come pronuncia dell’intenzione autentica delle responsabilità cui tutto il libro chiama:” Scrivi di ciò che parli, scrivi | di ciò che senti: io sento questo Dio | che troppo ci manca perché troppo | lo nasconde il tempo della nostra distanza.”; e quella di pagina 95, “Via Ozanam - sinedrio”, ad indicare da quali abbandoni, da quali resistenze diparte l’incontro con Dio, con la realtà del Cristo incarnato:”Ci hai derubato, | ci hai spogliato, vuoi da noi la croce; | hai tolto i fermi dalle porte, | ci hai scosso | vecchi e figli. || Ma noi non saremo | statuine, con noi | non lo fai il presepe.” E’ a partire dal prossimo, infatti, insiste Perilli, che l’umano nella poesia di Stefanoni incontra (o si sforza di incontrare) il divino. Prossimo a cui è dedicata una poesia breve ma fondamentale che Stefanoni stesso spiegherà poi e che è “Via Cardinal Tripepi”, pagina 63: “.. il prossimo è anche la persona non richiesta, non inclusa nei nostri progetti ma che irrompendo ci rimette in gioco e chiede il conto della nostra umanità più autentica, nella vicinanza o nel respingimento”. Concetto a cui Trigona intervenendo chiarisce la lontananza di meditazione di Stefanoni a partire dal suo libro d’esordio, “In suo corpo vivo” (del 1991), specificatamente nel poemetto d’apertura “Coloro che vanno ai morti”, dove la vita piena si realizza su questo discrimine.

La conclusione è dell’autore che, come detto, scioglie la natura del libro incardinandolo alla natura più vera della poesia che è appunto quella religiosa e liturgica nel tentativo di riportare la poesia a Dio perché dal suo seno nasce, mancando Dio nella poesia attuale. E, dunque, questo è un libro che partendo da Roma- dalle distanze descritte, che sono sì più interiori che spaziali- si rivolge a Dio, rimette a lui la propria stasi, le proprie oscurità ma anche le proprie aspirazioni di umanità e d’accoglienza. “Come si dice non potendo parlare di Dio, rivolgersi a Dio”. Così la ricerca nell’ascolto e nella rimessa al Padre ha nel timbro d’evocazione e lode, di ringraziamento e pentimento nella ricerca dell’altro la sua professione di fede. Qui si apre il colloquio, la consegna interiore di se stessi ma anche della propria città. “Perché rendersi cura di Dio è anche rendersi cura dell’altro , riconoscere nell’altro la sua dimensione di creaturalità in divenire, in comune partecipazione d’amore nella gratuità che è specchio dell’ amore stesso di Dio”. La mancanza dell’altro nel progetto stesso in cui inseriamo la nostra vita concretamente e quotidianamente sono le distanze di cui Stefanoni prova a parlare in queste poesie, avvertendo però che da soli lo scambio non è possibile: è necessario allora affidarlo a Dio stesso facendoci mediatori, nell’accoglimento, del suo progetto di salvezza. Occorre la sua frequentazione- ha tenuto a sottolineare in conclusione- in queste pagine provandosi a educare a tale ricerca nella vigilanza salda d’ogni senso, d’ogni pensiero, da Lui nascendo e a Lui rinascendo in osmosi continua in umiltà e decisione: “Facendosi l’ascolto del limite voce fondante e critica di questi versi”.

Plinio Perilli in un'altra occasione di partecipazione a un evento letterario.

L’incontro, quindi, poi è terminato con la lettura, partecipata, viva, dell’autore della poesia che, a suo dire, più lo rappresenta in questo momento del suo scrivere, e dedicata ad un amico scomparso il giorno prima, “Via Ozanam” a pagina 88: “Non dimenticare i Salmi, | la transumanza, i luoghi | dove hai formato e vai formando | lo spirito; non dimenticare | l’angoscia, non dimenticare | il coraggio: porta indietro l’amore, | non dimenticare il tuo Dio”.

Stefano Helbig


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