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Cent'anni di Scrittura Visuale in Italia dal 1912 al 2012
al Museo della Carale di Ivrea

www.museodellacarale.it

Servizio a cura di Davide Argnani:
poeta e critico
homer_g@tin.it

Novità verbovisuali

Davide Argnani: 1912-2012

Che cos’è la scrittura verbo visuale? O solo visiva? Al di là delle convenzioni della saggistica ufficiale e spesso giusta e significativa, mi piace azzardare che si tratti soprattutto della esigenza dell’uomo di comunicare, fin dalle sue origini, con il prossimo nella maniera più naturale fin dai tempi primitivi, quando l’uomo di Neanderthal o quello delle caverne segnava, con la punta di schegge di pietra sui muri della propria spelonca, segni e figure di animali e umanoidi o altri significati, per comunicare, agli altri suoi simili, i propri sentimenti o i pensieri e il senso delle proprie azioni.

Uomo primitivo.

Graffito dell’uomo delle caverne.

“A chi offrirò il libretto nuovo e fino/che la pomice asciutta ha levigato?/Cornelio, a te. Dicevi (d’abitudine),/di queste leggerezze, «mica male»,/mentre già osavi, unico in Italia,/tratteggiare su poche pergamene/…l’intero tempo dell’umanità!...”. Già si potrebbe dire, da questi scarni versi catulliani scritti nell’ultimo secolo prima di Cristo, che l’esigenza dell’uomo, fin dalle sue origini, di potere e volere esprimersi in ogni forma e maniera rappresenti la principale e universale volontà dell’uomo di Essere. E l’essere nel mondo significa accoglimento, ma anche confronto, turbamento e contrasto tratteggiando appunto “l’intero tempo dell’umanità”. La scrittura, attraverso i suoi segni, dovrebbe stabilire un contratto di convivenza fra tribù e comunità. Non è mai stato così e mai lo sarà, ma l’uomo, testardamente, continua e continuerà, attraverso l’uso della parola e del segno grafico, graffitaro o anomalo, a cercare complicità, per connivenza o protesta, finché nell’età tecnologica diventa o rischia di essere Modo per la Moda. Se i Calligrammi di Apollinaire possono richiamare la simbologia serpentina del percorso dell’esistenza umana (inizio-fine), o il trascorrere del tempo nei versi in clessidra di certi tracciati poetici di Dylan Thomas come quello del trascorrere inesorabile del tempo, l’uso espressivo della poesia visiva possiamo considerarlo: protesta, ribellione, contestazione, o semplice divertissement o anche Arte povera per la ricerca di una propria indipendenza da ogni rituale forma espressiva.

Da Calligrammi (1913-1916) di Apollinaire (da Nuova Accademia - 1965).

“Io volto l’angolo” da Poesie di Dylan Thomas (Oscar Mondadori 1970).

Tutto ciò dimostra come la scrittura possa essere usata sia quale mezzo di comunicazione ma anche mezzo di informazione, provocazione, protesta e non solo semplice rituale del poeta visivo. Infatti lo spiega bene Lamberto Pignotti nel suo libro “Figure Scritture” (pag. 368, Campanotto Editore 1987). A proposito della “Scrittura nella pittura” (v. a pg. 13) Pignotti ci illumina dichiarando: “Che le immagini fatte dagli artisti (nei secoli ndr) dessero luogo a dei messaggi era una cosa accettata nella pratica quotidiana da tempo immemorabile: per vari secoli tuttavia si è in prevalenza creduto che le arti visive costituissero un linguaggio atto a comunicare qualcosa attraverso i contenuti da esse rappresentati. Soggetti relativamente semplici riferivano di una dea, di un imperatore, di un crocifisso, di una santa, di un condottiero, di un martire… Scene allegoriche trasmettevano più o meno enigmaticamente parabole, motti, sentenze, aneddoti, ammaestramenti…”.

E già nel 1972 in “Poesia e/o Poesia” (Edizioni Sarmic/Brescia-Firenze) Eugenio Miccini, l’altro sodale e promotore, da Firenze con Lamberto Pignotti e Luciano Caruso, della nuova poesia visiva proprio quando questa è largamente diffusa grazie al loro impegno dopo la costituzione del ben noto «Gruppo 70», scrive: “La poesia visiva nasce, nonostante tutte le diverse e molteplici relazioni con analoghi fenomeni precedenti (Futurismi? Avanguardie?...ndr) in Italia negli anni 1962/63. Alcuni personaggi si trovarono – tra Firenze, Roma e Napoli – ad operare a distanza sopra le stesse esperienze che poi con diverse motivazioni ideologiche, metodologiche ed estetiche furono raccolte e diffuse dal Gruppo ’70 di Firenze. Vero è che nel suo ormai lungo corso le varie puntualizzazioni poetiche hanno preso caratteri e sfumature diversi e perfino antagonisti. Era ed è il segno di quella partecipazione ad un ‘movimento’ che, ad opera delle singole personalità, doveva ulteriormente precisarsi in ordine a determinate opzioni tecniche, stilistiche, ideologiche…”. Insomma, come dichiara subito dopo Gillo Dorfles, “…la poesia visiva si scontra con il nemico “indirettamente”: la poesia visiva non si nasconde nei monasteri durante l’infuriare della guerra e neppure passa nelle file del nemico: la poesia visiva è un cavallo di Troia.

Ma quali eserciti stanno fuori delle mura pronti a irrompere nella città nemica? Semplicissimo, fin troppo: i significati che essa aveva abilmente contraffatto.

La poesia visiva, dunque, è guerriglia: e, in quanto tale, si serve non solo della parola o dell’immagine, ma anche della luce, del gesto, insomma di tutti gli strumenti “visibili” del comunicare, e deve necessariamente e progressivamente tendere a trasformare i propri mezzi (…) in quelli delle comunicazioni di massa fino ad impadronirsene (come voleva Bourroughs) per trasformare “con” essi la società stessa…”.

Allora la Poesia Visiva è proprio Libertà dell’Arte? Sì! No! Sì! Ma! Ma come sostiene Adriano Accattino: “Libertà è una parola da riempire: una parola che apparentemente è rimasta la medesima ma in realtà si è svuotata. Abbiamo la libertà di voto, di espressione, ma la libertà che ci è data non ha valore. Infatti il voto è una scelta apparente e la nostra parola è vana perché nessuno l’accoglie ma ovunque impera la confusione. Dappertutto è sciupìo di parole e di energie, dappertutto è dispersione e vanità. Cosa ce ne facciamo di una libertà impotente? Non esiste libertà se non si fa continuamente: perciò è indispensabile liberarla di continuo; e la libertà che non smette di liberarsi si chiama liberazione. Se anche la libertà continua a dissanguarsi e a perdere sensi, ecco che la liberazione colma i vuoti. La libertà o è liberazione continua o non è niente.”. A questo punto vien da chiedersi cosa sia ciò che definiamo Poesia: Arte? Non Arte? Poesia? Poesia come? Lineare, visiva, virtuale, sonora, concreta, visionaria, graffiata, graffitara, collage, ideogrammi?... Poesia Visiva oggi: una provocazione? Anche! Una ricerca? Pure! Poesia visiva oggi? È possibile: ieri oggi e domani!

Il 1912 è l’anno del Manifesto delle Parole Libere di Marinetti e dei suoi illustri compari. Movimento di rottura e rinnovamento, libertà di lotta visivo-letteraria per tutti i primi dieci anni, per poi ri-voltarsi a un beneplacito unanime in lode delle marce di consenso e di autostima a senso unico per circa un ventennio. Luciano Ori sostiene che “Lo stretto rapporto che la poesia visiva instaura fin dall’inizio con i mezzi di comunicazione di massa (mass-media) è determinante perché si capisca quanto e come essa sia estranea alla linearità di una storia dell’arte che sembra contemplare al suo interno ogni possibile trasgressione ma non la necessità di approntare nuovi strumenti atti a recepire nuove realtà artistiche altrimenti non comprensibili…. È una fase di scontro aperto, nel quale la Poesia Visiva attua una vera e propria guerriglia semiologica: spiazza messaggi e significati, li ribalta, li cambia di segno. In pratica ne scompone i material iconico verbali per ricomporli in messaggi e significati opposti e diversi…” (Luciano Ori, Firenze, giugno 1979, in “La Poesia Visiva (1963-1979)”, Edizioni Vallecchi 1979).

Copertina. Copertina. Eugenio Miccini all’opera.
Copertine.

Oggi la poesia visiva è sempre viva, in tutto il mondo. Il 2012 è stato il suo compleanno dei cento anni e in Italia si sono susseguite varie manifestazioni e mostre. Solo per citare alcuni eventi essenziali ricordiamo quelli fin dal Museo di Matino (di-segni a cura di Salvatore Luperto e Anna Panareo, Lecce, 2011); «Poesia Visiva tra figura e scrittura» di Lamberto Pignotti: mostra antologica e catalogo Skira a cura CSAC dell’Università di Parma e Patrocinio del Comune, presentazione di Lucia Miodini, presso Salone delle Scuderie in Pilotta, dal 20 giugno al 20 luglio 2012; poi alle Gallerie «Del Carbone» di Ferrara con Visual Poetry (settembre 2012) e a Porto Viro e Ca’ Cornera (novembre 2012) a cura di Giò Ferri, e ancora l’uscita del Catalogo della mostra del 2010 a Forlì “Proibito pensare, ma liberi di andare”, a cura del Centro Culturale L’Ortica.

E per quasi tutto l’anno 2012 al Museo della Carale di Ivrea (Via Miniere 34, www.museodellacarale.it) si sono svolte mostre, convegni e incontri dedicati al centenario della poesia visiva in Italia (1912-2012), curati e organizzati dall’infaticabile ricercatore, studioso, poeta e artista Adriano Accattino con la partecipazione di numerosi e noti artisti e critici che hanno dato vita a veri confronti e dibattiti su specifici temi dedicati alla Scrittura Visuale in Italia dopo il 1973 per i Cent’anni di scrittura visuale in Italia 1912-2012, da maggio a novembre 2012. A maggio la prima parte è stata dedicata ai cosiddetti “classici”, cioè agli artisti oggi viventi che parteciparono nel 1973 alla mostra organizzata da Luigi Ballerini alla GAM di Torino, che si può considerare come una prima ricognizione sulle ricerche verbovisuali in Italia, ovvero: Nanni Balestrini, Mirella Bentivoglio, Ugo Carrega, Arrigo Lora-Totino, Stelio Maria Martini, Giulia Niccolai, Anna Oberto, Lamberto Pignotti, Sarenco, Gianni Emilio Simonetti, Carlo Alberto Sitta, Rodolfo Vitone.

Due opere di Arrigo Lora Totino.

Dopo questa nuova mostra dedicata a: La scrittura visuale in Italia dopo il 1973, il Museo ha voluto dare visibilità e parola agli altri artisti che lavorano nel campo delle relazioni tra poesia (o scrittura) e arti visive che, per ragioni anagrafiche o per altri motivi, non poterono partecipare alla mostra del 1973. Dal 20 ottobre a fine novembre 2012 sono state esposte in mostra nelle sale del Museo della della Carale opere assai importanti dei seguenti artisti: Adriano Accattino, Paolo Albani, Ignazio Apolloni, Fernando Andolcetti, Davide Argnani, Vittore Baroni, Dino Bedino, Giuliana Bellini, Carla Bertola, Lorenzo Boggi, Sergio Borrini, Anna Boschi, Antonino Bove, Paolo Brunati Urani, Ferruccio Cajani, Enzo Campese, Gianfranco Carrozzini, Gino Cilio, Cosimo Cimino, Massimo Concu, Bruno Conte, Mauro Dal Fior, Teo De Palma, Lino Di Lallo, Marcello Diotallevi, Liliana Ebalginelli, Tony Ellero, Mariapia Fanna Roncoroni, Fernanda Fedi, Gretel Fehr, Luc Fierens, Franco Focardi, Kiki Franceschi, Nicola Frangione, Gino Gini, Michele Lambo, Alessio Larocchi, Ettore Le Donne, Alfonso Lentini, Serse Luigetti, Oronzo Liuzzi, Ruggero Maggi, Lucia Marcucci, Alberto Mari, Enzo Miglietta, Emilio Morandi, Giorgio Moio, Serena Olivari, Giuseppe Pellegrino, Walter Pennacchi, Michele Perfetti, Gloria Persiani, Marisa Pezzoli, Lidia Pizzo, Claudio Rotta Loria, Gian Paolo Roffi, Salvatore Salamone, Alba Savoi, Roberto Scala, Alberto Sordi, Serge Serghejev, Agostino Tulumello, Angelo Ursone, Alberto Vitacchio, Piero Viti, William Xerra.

Anna Boschi: Un problema comune. Gian P. Roffi: Alfabeto potenziale. Liliana Ebalginelli.
Anna Boschi. Massimo Concu. Michele Lambo.

Kiki Franceschi: Alfabeto astratto.

William Xerra: I Lie About My Truths (2008)

da sx: M. Lambo, D. Argnani, M. Concu, I. Apolloni e una sua opera.

Ruggero Maggi: Amazonian Shock, 2007.

Adriano Accattino: “AutAut – 2010”

Inoltre una sezione della mostra è stata dedicata alle opere del Maestro calligrafo cinese YU JIHAN, con la cura di Paolo Dolzan, a paragone-confronto con la realtà espressiva di altri mondi solo in apparenza diversi o lontani dai labirinti europei. Ciò che in questa mostra collettiva dei ‘visivi’ italiani ha segnato subito l’occhio del visitatore sono state le varie opere in nero dell’illustre artista cinese: una infinita macchia nera che si integra(va) ottimamente cancellandole metaforicamente le decine di opere degli artisti italiani in mostra. Un confronto, forse, un paragone, un paradosso o il significato di una metafora in bianco e nero di un arte provocatoria come la poesia visiva vorrebbe/dovrebbe dimostrare? Il risalto di una scrittura murale dal segno volutamente ribelle è senz’altro un buon auspicio per il futuro degli operatori dei segni visivo-visionari: un incentivo a continuare nella lotta.

Yu Jihan, chiamato anche Tianfan, Qiutong o Zhaoyang, è nato nel 1949 a Shangai. Membro della Cultura e dell’Arte di celebri comitati internazionali, Consigliere del Singapore Shenzhou Art Institute, ha assorbito nella sua arte calligrafica la ricerca che pratica da oltre quarant’anni, nutrendosi dell’insegnamento di importanti Maestri come Fuji Zhu, Haisu Liu, Yong Pu e altri. Il suo linguaggio sa fondere l’arte calligrafica e la pittura in maniera unica dimostrando tutta la sua originale qualità espressiva. Molte sue opere sono presenti nelle principali collezioni d’arte calligrafica mondiali ed è archiviata presso il Paintings and Calligraphies of Collection of Contemporary Chinese Famous Artists Classics; sue opere sono state donate all’Imperatore del Giappone e sono presenti in varie collezioni private e istituzionali, in Cina e in varie parti del mondo.

Yiu Jhan e una sua opera.

Poi, per contestualizzare il tema dell’uso della scrittura oggi, accanto alla mostra, nei giorni stessi dell’inaugurazione, è stato organizzato un convegno sul tema «La crisi della Poesia Visiva» , proprio per un momento di discussione e confronto con il pubblico.

Si è partiti con «Futurisma»: performance in tandem di Carla Bertola e Alberto Vitacchio dedicata alle “donne del Futurismo”.

Carla Bertola e Alberto Vitacchio.

da sx: Lorena Giuranna, Anna Mariani, Margherita Labbe e Italo Testa.

Poi le relazioni di: Lorena Giuranna: La parola nell’arte, crisi o trasformazione; Anna Mariani, Margherita Labbe, Italo Testa sul tema: Il progetto Da verso, un laboratorio di poesia visuale contemporanea; e Vittore Baroni su: Glossolalia Mc Boing, scritture visuali tra ieri e oggi; Lidia Pizzo: Scrittura visuale: crisi o no? Analisi dello stato attuale e prospettive e Adriano Accattino: Crisi e crisi hanno tentato un Attentato alla Poesia Visiva discorrendo sulla sua crisi o crisi dell’ispirazione. Forse un tentativo di positivo stimolo al cambiamento e un rinnovamento-aggiornamento tecnico-poetico-filosofico? Per consolazione si riportano brevi stralci dalle relazioni del giovane critico-ricercatore Italo Testa e del noto addetto-studioso-professor Raffaele Perrotta.

Margherita Labbe, Italo Testa e Adriano Accattino.

Ecco uno stralcio da “Quattro tesi sulla crisi della poesia visiva” di Italo Testa:

“Genere poesia visiva. La poesia visiva è stata un’idea critica. Critica della separazione dei generi e dei media espressivi. Diventata un genere a sua volta, codificata come un’istituzione espressiva, è entrata in crisi, ha perso la sua forza critica, che è passata in altro: l’eredità della poesia visiva è presente ma non è della poesia visiva.

Paradosso dell’arte totale. Il paradosso della poesia visiva è strettamente legato all’uso dell’idea di ‘arte totale’ nell’avanguardia. Se la funzione critica e regolativa dell’idea di arte totale – o di poesia totale – viene scambiata per una funzione costitutiva, quasi l’arte totale fosse attingibile qui ed ora, in un atto entro il quale i generi siano definitivamente superati, essa esaurisce la sua forza innovativa ed euristica, e nella migliore delle ipotesi diventa arte museale.

Persistenza dei generi. La stessa idea critica del superamento dei generi, di cui si alimentava la poesia visiva, non ha avuto esito. I generi continuano ad esistere, e l’industria culturale mai come ora ha basato i suoi profitti sulla loro valorizzazione.

Bella differenza. Un approccio critico, che non intenda ricadere nell’aporia dell’arte totale, deve invece puntare in direzione della trasformazione dei generi attraverso la loro ibridazione. E ciò presuppone che continuino ad esistere pratiche differenti, che si trasformano entrando in dialogo tra di loro in una bella differenza. E’ questa solidarietà tra estranei la posta in gioco oggi nel rapporto tra arti poetiche e arti visive.”.

E poi un’altra citazione dalla testimonia di Raffaele Perrotta “Attendere al linguaggio come operazione mentale e oltre l’esercizio della parola”:

In piedi: Raffaele Perrotta in conferenza.

Una parte del pubblico.

Raffaele Perrotta: “…attendere al linguaggio come operazione mentale e oltre l’esercizio della parola” dicemmo quando lo scrivemmo: esistere è smarrire le tracce del vissuto, i ricordi ricordano con affanno qualche traccia che si perde in sé stessa nel nostro memoriare; rimangono a illustrarci le memorie storiche di coloro che reputiamo grandi sub specie aeternitatis e finché resti in noi il convincimento che un Grande non può morire nella nostra vita. ma in ciascuno del noialtri e dell’io si stampa, allorché se ne faccia memoria, la traccia illustre che rinforza la mente in ciascuno del noialtri e dell’io si stampa.

premessa e a patti chiari, non tanto di metodo, quanto di chiarificazione del discorso fine a sé stesso, cioè indipendentemente dall’impostarsi metadiscorso: si vorrebbe che si sottolineasse che ne è di una certa poesia che, a ben ‘guardare’ di sé stessa poesia ha finito per dar di parola a nudo e crudo di segno scrittura significante, per buona pace di quell’alchimia del verbo che protoavanguardia in Rimbaud teneva a durata e a suon proprio del verbale … di questo nostro verbale, pur non vantando miracol a mostrarsi (…) a ogni ora della giornata laboroperativa è ufficio di critica trasferita in metacritica: quel che conta è rendere discorso ‘ombra è quel filtrar di luce attraverso la strana storia del destino perseverante nell’anonimato’. non si presagisce, avere la stoffa del profeta o del peggior indovino da baraccone non sono fortunæ/sfortunæ che non s’intende avere dalla nostra, piú semplicemente s’intende registrare questo e quello stile degenerandosi materia prima di segno scrittura significante, cioè alla prima battuta dell’abbiccí di segno ecc. a promuovere discorso. ma si precisi che l’ambiguità non è voluta dal ‘costruttore’, è la ‘condizione’ del nostro esserci in esseri viventi d’ingegno, è la ‘condizione’ del cosmo offrentesi manifestandosi alternativamente nell’unità dell’ossimoro…”.

Ma perché parlare proprio di Crisi? Perché la crisi della Poesia Visiva?

Ripetizione o rinnovamento? Il punto sulle ricerche VerboVisuali: oggi la parola ai protagonisti?

Ma la parola lasciamola ai poeti e ai critici l’ardire di dire. La crisi, senza essere derisi, è qui, nell’omologazione quotidiana, forse, e nella incapacità, meglio dire però “involontà” o assuefazione del medio quotidiano umano imposto dalla macchina impositiva di un mercato che, volenti o nolenti, ormai tutti subiamo per spirito di negativa auto-assuefazione politico-culturale del cervello all’ammasso. Citando Eugenio Miccini: “Gli Dei non amano il disordine”!

 

da sx: Gino Gini e Adriano Accattino.

Infine ecco uno stralcio dall’intervento, severo ma realistico, di Gino Gini dal titolo: ‘Crisi a parte’:

“Crisi, crisi….CRISI. E’ la parola più gettonata in questi anni e soprattutto a seguito delle note vicende economiche degli ultimi tempi. Come un grande ombrello copre, conforta, giustifica e quasi rassicura tutte le situazioni passando da un fattore individuale a un fattore collettivo, disseminando paura e panico e assommando aspetti commerciali, sociali, comportamentali e culturali.

Ci occupiamo ora di quest’ultimo aspetto, essendo l’oggetto della disamina in questione e in particolare delle arti figurative note per essere ‘il nutrimento dell’anima’ , mentre in realtà da decenni non rivestono più questo ruolo ,bensì unicamente quello di ‘soggetto economico’. L’arte, caduta nella trappola finemente orchestrata dalla finanza, è diventata‘merce’ e in automatico ha scavato la propria tomba. Totalmente assente dal ruolo privilegiato che un benevolo destino le aveva riservato, l’arte arranca da un ‘ismo’ all’altro nel tentativo patetico di ricoprire , in qualche misura, un ruolo attivo. Questo naturalmente non accade e non può accadere e quindi si allinea sulla rotta della parola crisi, facendosi così scudo di uno stato di cose in atto e non attribuibili alle proprie colpe e carenze. In questo proliferare di atteggiamenti elastici e disponibili dell’arte, uno spazio particolare riesce a ritagliarselo la Poesia Visiva, nata da oltre cinquant’anni e che ancora si dibatte e dibatte intorno ai suoi diversi aspetti operativi. A ben vedere resta uno dei pochi territori dove la Crisi è interna al sistema di ‘fare arte’ e fin dalle sue origini in continua discussione sulle procedure estetiche ed ideologiche che l’hanno determinata.

Una crisi quindi in continuo divenire ma proficua nella ricerca della ‘verità’ a cui non si arriverà mai se non procedendo con un sistematico studio ed analisi delle continue variabilità. A suo favore negli ultimi vent’anni si sono succedute a ritmo serrato mostre e rassegne, creando un interesse e una continuità che ben poche altre vicende artistiche possono vantare. Musei, fondazioni, collezionisti e gallerie si sono attivati per diffondere l’opera dei poeti visivi, nella convinzione che questa pratica, storicamente defilata, possa riprendersi la posizione che merita.

In questo contesto va sottolineato il ruolo attivo di molti Poeti Visivi, per la maggior parte di origine letteraria, che ha agevolato un atteggiamento di totale libertà nei confronti della critica ufficiale, perché gli stessi artisti si sono configurati nel doppio ruolo di attori creativi e critici. Sostenere tesi differenti e comportamenti autonomi hanno dato vita a mostre e convegni, favorendo in tal modo la diffusione di questa poetica. Questa doppia funzione è la vera grande novità che non risulta in nessuna situazione dell’arte e che ha permesso alla poesia visiva di mantenersi attiva dopo oltre cinquant’anni; fatto unico, l’artista ha dichiarato la propria autonomia critica. L’occhio distratto del mercato nei suoi confronti ha favorito questo isolamento ed ancora oggi, dopo oltre cinquant’anni, le sue mostre continuano a creare interesse e in qualche caso riesce ancora a sorprendere! In questo contesto un posto di appassionato sostegno viene svolto dal Museo della Carale di Adriano Accattino, vivace animatore di mostre e dibattiti che tendono a chiarire il ruolo, le differenze, i comportamenti , le variabili e variazioni della Poesia Visiva; in altre parole la sua crisi perenne. L’esordio è nel 2008 con una delle più importanti mostre di questo settore con opere di quasi 100 artisti che hanno accomunato le esperienze dagli esordi agli esiti più recenti. La mostra ha visto anche due giornate di intenso dibattito con la partecipazione di artisti ed esperti del settore.

Naturalmente il dibattito non ha chiarito le diverse definizioni e posizioni della Poesia Visiva che continuerà e continua a mantenere il suo stato di crisi....

Codicilli: Poesia Visiva: viene qui intesa come pluralità di forme creative tra immagine, parola e scrittura. Nostro: Si intende Adriano Accattino, letterato, intellettuale, scrittore, pittore, poeta. Da sempre animatore del dibattito culturale con riviste e periodici, fondatore del Museo della Carale (unico polo di animazione culturale della zona) probabilmente ha colto lo spirito di Adriano Olivetti. Crisi: non è sicuro che fatta una accurata analisi sulla Poesia Visiva e dopo aver chiarito le varie appartenenze poetiche si possa uscire dalla crisi o se essa sia caratteristica intrinseca e portante del suo sistema…”..

Allora che fare?

Da sempre la poesia visiva è un’arte povera, ma è un’arte che da oltre mezzo secolo (anzi possiamo dire da millenni, se consideriamo che i primi segni della mano e della mente dell’uomo sono quelli dei geroglifici delle caverne) ha saputo distinguersi dalle solite prassi intellettuali della scrittura e farsi valorizzare per contenuti e originalità stilistica. La sua posizione oggi rischia di essere quella di tutte le altre arti: di confondersi in mezzo ai mille artifici delle ultime tecnologie computerizzate, per assuefazione, o di un ritorno all’analfabetismo, o perché il pubblico è poco informato sia da parte della critica sia dagli stessi operatori come gallerie o manifestazioni d’arte, mentre invece è ben considerata dai collezionisti in Italia e nel Mondo. Insomma: per uscire dalla crisi (ma quale o quanta?) occorre uscire all’aperto, in piena libertà. Ricordo sempre le parole di Eugenio Miccini: “Se vuoi essere poeta / trasforma ogni dato / in un predicato: / dal tuo gettarti / a capofitto nel mondo / al gettarsi del mondo / a capofitto in te.”.

La scrittura visuale non è e non potrà cessare di essere finché l’uomo avrà necessità di esprimersi, come, per esempio, i graffitari dai quali si apprendono nuova ispirazione e maggior impegno espressivo. Occorre uscire all’aperto con mostre, reading, coinvolgimento della critica, ma soprattutto con la volontà di Fare degli stessi poeti visivi o visionari.

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