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Germano Sartelli
Un museo nel bosco del mondo

Davide Argnani

Sull’Appennino bolognese, a Codrignano di Imola, vive e lavora Germano Sartelli, uno dei più originali e importanti artisti del secondo ‘900 che negli anni cinqunata-sessanta, lavorando nell’atelier dell’Ospedale psichiatrico Luigi Lolli di Imola insieme ad Alberto Burri e a Lucio Fontana, ha rinnovato l’arte contemporanea con la sua idea dell’Arte Povera, come l’hanno definita molti critici. Un’arte libera, che si fonde con il quotidiano, con i comportamenti dell’uomo nel suo essere presente qui e ora, come diceva Germano Celant nel 1967, usando, per costruire un’opera d’arte, non i mezzi tradizionali del passato ma gli stessi materiali di cui è fatta la vita, dal legno, al metallo, dal materiale di scarto o di rifiuto secondo la sofisticata filosofia dell’usa e getta della civiltà dei consumi,

L’antica dimora-museo-all’aperto dove vive Sartelli è una spaziosa costruzione immersa al centro di un ampio bosco di alberi ad alto fusto, contornati, qua e là, da innumerevoli sculture e altre opere in legno, acciaio e vario materiale di recupero. Un luogo che allo stesso tempo sa di sacro e di terreno dove stanno foglie, fiori, tronchi in pietra, metallo o legno, e altri scheletrici reperti composti di varie leghe o forme e arrugginiti dall’usura e dalle intemperie del tempo, con i colori ancora ben fosforescenti impressi a fuoco, a indicarne la forza della natura attraverso il recupero della realtà povera delle cose quotidiane. Sangue e respiro magico della vita, conviventi a contatto diretto con la pelle dell’uomo. Idea nuova dell’Arte nell’approccio diretto con la materia. Si può notare quanto l’energia ideale dell’artista sia eminente e agile con la sperimentazione, l’assunzione e la trasfigurazione in senso soggettivo di materie, oggetti, forme, donando alito e nuova configurazione vitale ai fiumi mentali di una infinita e sensitiva creatività visionaria e materica, nuova, diversa e autonoma. Land Art, Pop Art, Arte Povera? Una forza drammatica, metaforica e allegorica della contemplazione dell’autocancellazione degli oggetti che è poi azione di vita, è incessante risvegliarsi e agire nel rapporto costante e comune con la realtà. Si determina così un eclèttico segno di ricostruzione. Come annota in un suo scritto critico del 2009 la Direttrice del Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, Claudia Casali, Sartelli “come un grande esteta ci ha mostrato come una ragnatela può diventare una magnifica composizione astratta”:

Foreste

Ragnatele

Da questi reperti rimessi ad arte, a forma di albero, di fiore, di siepe leopardiana, di monumentale intreccio materico, di cerchio giottesco c’è sempre uno squarcio, un cretto, una ferita… attraverso i cui fori e lacerazioni brillano colori violenti e sontuosi, nero, oro, rosso sangue, bianco latteo al guscio d’uovo, ruggine battuta da troppa luce, ombre intriganti come soffici ragnatele… e “sciabolate di luce se batte il sole/luccichio di notturne re-Visioni se tenera è la notte”. Come scrive Maurizio Calvesi. Quella di Germano Sartelli è “una poesia umile, umile come le carte cenciose, come i detriti metallici che usa: è, propriamente, la poesia di questo mondo”, con tutti i turbamenti di un’epoca, esistenziali e creativi, poetici e scultorei, che tuttora perdurano intatti. Al centro di tutto il suo lavoro c’è il concetto di “attualità” dell’arte e più in generale di ogni forma di espressione artistica. Ogni momento nell’arte e nella cultura parte da un azzeramento del passato. Ma è indispensabile conoscere bene ‘tutta’ la cultura precedente per poi ripartire per un nuovo assetto e per nuove proposte. È ciò che ha sempre fatto Germano Sartelli, il quale, ormai a 86 anni, continua imperterrito a stupirci con la sua ricerca. Ed è proprio fresca fresca l’ultima novità, l’ultima fatica ben conclusasi dopo circa quattro anni di lavoro in équipe con i ceramisti associati a Confartigianato di Faenza. È la più grande opera d’arte realizzata da Sartelli nella sua prolifica attività: una Spirale installata al centro della rotonda “1° Maggio” a Faenza e inaugurata sabato 19 novembre 2011 alla presenza delle autorità cittadine e della Dottoressa Claudia Casali, Direttrice del MIC, il famoso Museo delle ceramiche di Faenza. Il taglio del nastro è avvenuto alla presenza dell’artista e di un folto pubblico di curiosi, tanto che diversi automobilisti hanno parcheggiato e sono corsi a godersi lo spettacolo.

Installazione: Spirale (particolari)

E non poteva essere diversamente trattandosi della più grande opera d’arte realizzata da Sartelli nella sua prolifica attività artistica. È una spirale di 40 metri per un’altezza di 4 metri avvolta da una rete metallica sulla quale fluttuano come uccelli volanti centinaia di ceramiche non smaltate di varie dimensioni.

Saranno poi i passaggi e le intemperie delle stagioni a modificare colori e riflessi come madre natura comanda e l’opera assumerà continue modifiche estetiche proprio come un corpo umano. Ad ogni mutazione sarà come ammirare un’opera nuova. L’arrivo di Germano Sartelli concorre a valorizzare ancora di più il patrimonio di questa città dopo le precedenti installazioni all’aria aperta delle opere di Domenico Rambelli, Angelo Biancini, Lucio Fontana, Carlo Zauli, Franz Stäbler, Giuseppe Spagnuolo, Hidettoshi Nagasawa, Giosetta Fioroni. L’arte di Germano Sartelli dimostra una profonda volontà indistruttibile e poetica di riappropriarsi dei valori primari come il senso della terra, della natura, dell’energia pura della vita e della storia dell’uomo. Che siano sculture, grafica o pittura, la sua variegata capacità espressiva ricorre all’uso dello scarto materico come legni, cicche di sigarette, foglie e altri pigmenti della realtà quotidiana trasformandoli in oggetti forme e paesaggi naturali dell’anima azzerando il passato per rinnovare il presente purificato di nuove sintesi creative. Proprio come in queste sue nuove ceramiche volanti lungo i corridoi di un infinito labirinto che ricorda il mito dell’antica Grecia di Arianna e Teseo o, più modernamente, un Laborintus metaforico di poesia di ispirazione sanguinetiana per la sua originale ricerca di stile e di contenuto.

Installazione: Spirale (particolari di un'area più ampia)

Germano Sartelli è nato nel 1925 a Imola. Insieme ad Alberto Burri e Lucio Fontana, Germano Sartelli, è stato uno dei maggiori precursori dell’arte moderna. Dal 1938 al 1944 ha frequentato, nella città natale, il Laboratorio dell’intagliatore ligneo di Gioacchino Meluzzi, maestro insigne. Nella cittadina romagnola iniziano le sue prime sperimentazioni artistiche condotte attraverso un isolato e paziente tirocinio. Negli anni ’40 si dedica al restauro di sculture marmoree; tra queste ripristina (1946-’47) quelle che decoravano il famoso, antico ponte cittadino sulla via Emilia. La sua prima mostra personale risale al 1958, presso il Circolo di Cultura di Bologna, presentata da Maurizio Calvesi, che insieme ad un altro chiarissimo critico come Andrea Emiliani, rimarrà uno dei suoi più fedeli estimatori. Dagli anni ’50 sino agli anni ’80, Sartelli insegna Pittura nell’Atelier dell’Ospedale Psichiatrico “L. Lolli” di Imola. Nel 1954, presso la ‘Fondazione Besso’ di Roma, coordina ed organizza la prima mostra italiana di opere artistiche degli stessi degenti dell’Ospedale “Lolli”. L’esposizione, che suscita grandissimo interesse in campo sia artistico sia medico clinico, viene recensita con larga eco su tutta la stampa nazionale. Nel 1962 gli viene conferito il Premio per la Scultura dal Ministero della Pubblica Istruzione e, due anni più tardi, è invitato da Maurizio Calvesi, Afro Basaldella, Lucio Fontana e Cesare Gnudi, alla XXXII Biennale di Venezia. In questi anni sessanta tiene il suo studio-officina nella Rocca di Imola. La sua ricerca artistica, sempre più ricca di novità, è caratterizzata da uno specifico e costante lavoro di sperimentazione su vari materiali.

Sculture

Le prime sculture sono in legno, ferro e acciaio; seguono, dalla metà degli anni ’50 in poi, stracci, fili metallici arrugginiti, cicche e cartine di sigarette. Dopo il 1960 è il movimento di vimini, paglie, ragnatele, ciocchi, e tutto ciò che può attirare la sua attenzione ispirativa. Ancora legno e ferro, dunque, lamiere e metalli dagli anni ’70 in poi sino alle più recenti opere di vario formato e ingegno creativo, sia di piccole e grandi dimensioni nel suo “museo all’aperto” di Codrignano. La produzione pittorica, scultorea e visiva di Germano Sartelli è stata presentata in numerose mostre personali e rassegne collettive, in Italia e all’estero. Citiamo le più importanti: 1962 alla Galleria Alibert di Roma; 1963-1969, alla Galleria De’ Foscherari di Bologna (da allora punto di riferimento di tutto il suo lavoro); 1978 alla Galleria L’Incontro di Imola e all’Arte Fiera di Bologna; Premio Campigna 1979-1986-1988; Palazzo dei Diamanti, Ferrara 1980; Galleria La Piramide, Firenze 1979; Immaginario Mediterraneo, Siracusa 1981; Galleria Morone 6, Milano 1983; Galleria Nuovo Ruolo, Forlì 1988-1993; Palazzo Lanfranchi, Pisa 1983; Ca’ Vendramin Calergi, Venezia 1984; Palazzo Ducale Mantova 1985; Fortezza di Basso, Firenze 1988; Loggetta Lombardesca, Ravenna 1991; Prima Biennale Arte Contemporanea, Palazzo Re Enzo, Bologna 1993; Del caos e dell’ordine dell’anima – Rovereto 1995; Dadaismo-dadaismi. Da Duchamp a Wharol, Palazzo Forti, Verona 1997; Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze 1998. Mostre all’estero: Galleria Municipale E. Manet, Genevilliers, Francia 1986; L’Art a Bologne, Musee des Augustins, Tolosa (1988); Istituto di Cultura, Istambul, Ankara (1995); L’Informale italiano, Hong Kong (1997). Della sua opera, oltre a Maurizio Calvesi che ne scoprì subito il talento, e ad Andrea Emiliani, fra gli altri hanno scritto: Pier Giovanni Castagnoli, Dario Trento, Rosalba Pajano, Claudio Spadoni, Marisa Vescovo, Giuseppe Savini, Roberto Daolio, Stefania Vecchi, Fabio Cavallucci, Veruska Eneidi, Riccardo Belloni e Silvia Pegoraro.


rubrica
Arte
 
Sartelli, Germano
autore:
Davide Argnani
 
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