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L'arte scultorea di Giuseppe Rega tra forma e sentimento

Il meno che si possa chiedere a una scultura
è che stia ferma

(Salvador Dalì)

In esergo la boutade di Salvador Dalì, ingegno vivace ed estroso che all’arte chiedeva di suscitare visioni immaginifiche. Il segno di una qualsivoglia capacità artistica è inscritto nel DNA dell’essere umano, basta seguirlo per realizzare un’opera d’arte, dalla più semplice a quelle che sottendono complessità narrative e simboliche.

Risale, infatti, all’ homo neanderthalensis, a circa centosettantamila anni fa secondo la datazione di recenti studi scientifici, la capacità, oltre che di fabbricare attrezzi di pietra per l’uso, di dare al materiale una funzione simbolica, come dimostra, nella grotta di Bruniquel in Francia, la realizzazione di cerchi sul pavimento dalle stalagmiti demolite. E dal profondo paleolitico provengono anche le statuette raffiguranti, nella forma ingrossata del ventre, il potere creativo della donna, ritenuto magico. La scultura, proprio in virtù della resistenza dei materiali, ha potuto trasmettere l’iter delle civiltà giungendo sino alle immortali realizzazioni di centinaia e anche millenni di anni fa, e infine alla nostra contemporaneità con adozione di nuovi materiali e contaminazioni varie divenendo espressione anche di problematiche di un’attualità frenetica e stravolta nella perdita della dimensione del vivere autentico col volgersi all’autodistruzione.

Eppure, a quel che già rilevava Constantin Brancusi, lo scultore teso ad una ‘semplicità intelligente’, ancora “le opere d’arte sono relitti ai quali ci si aggrappa come in un naufragio”. Ha inscritto nel suo DNA quella capacità di cui dicevamo e ad essa s’aggrappa anche l’operaio Giuseppe Rega, scultore autodidatta di Mesagne, fratello del pittore Remo, insignito pure lui di premi e sin da giovanissimo volto a plasmare la materia.

Ci palesa di aver iniziato da ragazzino con pietra legno e creta realizzando sculture che più non ha perché date in cambio di altro, di aver poi per un ventennio smesso riprendendo dopo a scolpire con altro materiale, tra cui il bronzo. In alcune sue opere cogliamo la rappresentazione di una maternità protettiva, interrogantesi sul futuro. E’ infatti una maternità carica d’affetto e protezione a ispirare una scultura in legno del suo primo periodo, dalla fattura quasi arcaica: una madre dall’espressione preoccupata, come mostra l’incisione degli occhi e della bocca, stringe con grandi mani a sé due bambini, l’uno le si avvince al collo, l’altro viene sollevato sino alla spalla; e lo sguardo dei figli è, come quello della madre, volto a una visione lontana che i due bambini guardano senza apprensione, scudati dalla protezione materna.

 

Il materno amore protettivo si rileva in altre statue, a esempio in quella rappresentante una madre inginocchiata che tiene a sé il bimbo, e non solo con le braccia anche con lo sguardo. Amore traspare pure nella composizione della famiglia dove corporeità e sentire si fondono in unità nel gioco di braccia e teste, e un moto discensionale protettivo sembra giungere dalla figura paterna a madre e figli.

Si coglie in Giuseppe Rega la capacità di una rappresentazione armoniosa e insieme la concezione che la famiglia, nelle tempeste e difficoltà della vita, è l’ancora di salvezza. A vegliare c’è l’Arcangelo San Michele vincitore sul Maligno, in Lui, come suo fratello Remo, ripone grande fede. Viene rappresentato a tutto tondo, con lo sguardo non più rivolto alla terra, già vittorioso sull’angelo infernale, contorsione di testa corna e ali prostrate, con la coda ravvolta tra gli arti incrociati: l’Arcangelo ha già adempiuto il suo compito e l’artista sembra concentrarsi nella rappresentazione dell’angelo sconfitto.

Altre sculture inneggiano al trionfo dell’Arcangelo sul Maligno che infesta il pianeta, rappresentato in un grande globo. Ma San Michele viene raffigurato anche in bassorilievi, in uno con la spada sguainata e lo sguardo volto a Lucifero che sbandiera ancora l’inutile forcone mentre è già in procinto di essere annientato. Talora, però, Giuseppe Rega scolpisce un Angelo che appare sconfitto, come quello seduto con ali non più spiegate, braccia mozzate ed espressione dolente.

Altre opere inneggiano all’Arma, difesa della Patria, rappresentata nel tricolore che la mano del Carabiniere tiene ben saldo; oppure colgono particolari momenti, come nella ballerina (soggetto prediletto da Eduard Degas e Francesco Messina) che il Nostro scolpisce seduta nell’atto di allacciare la scarpetta: le mani operano ma nell’espressione del volto si coglie l’incertezza che prende prima della prova.

La scultura di Giuseppe Rega non segue avanguardie come quella di Umberto Mastroianni, non perviene alla smaterializzazione di Alberto Giacometti o all’astrattismo di Alexander Calder, né s’impone alla Henry Moore, è un sapiente modellare figure e narrazioni che non superano i 60x70 cm, dalle quali cogliamo indubbie capacità scultoree, il suo sentire ancorato agli affetti familiari quasi numi tutelari, la fede ferma nell’Arcangelo Michele, sicura difesa contro il Maligno.

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