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Il cammino con la sfera di Massimo Nardi
tra espressionismo figurativo-surreale e astrattismo espressionista

... e ti scrivo di qui da questo tavolo
remoto, dalla cellula di miele
di una sfera lanciata nello spazio...

E. Montale, da Le occasioni

Ci siamo ancora una volta soffermati ad ammirare le opere pittoriche di Massimo Nardi, le tappe del suo trentennale percorso artistico, iniziato quando non era ancora ventenne.

Sin dai primi anni ricorrente presenza nei dipinti è la sfera, diviene segno concettuale di tale carica da farsi simbologia di un itinerario artistico dove significativo permane quel segno contenente in sé la circolarità dell’esistere universale, la speranza.

Ci sono venuti alla mente taluni versi di Eugenio Montale più che quelli sulla musica delle sfere celesti del nostro Sommo Poeta; in Dante avviene infatti il distacco completo dal pianeta dove l'esistenza scorre agganciata a ciò che le è proprio, a quella materia che pure racchiude in sé, quale riflesso del suo Divino Fattore, elementi di spiritualità. La montaliana sfera lanciata nello spazio è infatti per il credente provenienza dalla Volontà del Pantocratore, non può quindi non essere improntata del Suo segno, ed esso è dato appunto ab initio da quella forma simbolo di perfezione e uguaglianza quale dallo stesso Parmenide, uno dei primi filosofi significativi del pensiero occidentale, venne l’Essere inteso.

Ecco perché la terrena sfera offre a chi è in grado di andare oltre il male dell’esistere, oltre le tragedie in hac lacrimarum valle presenti in ogni era, la bellezza della serenità di una cellula di miele.

Ed è proprio questa che pensiamo ricerchi anche il Nardi in un’armonia che abbracci ogni essere umano nella sua diversità, e la sente divenire possibilità, speranza pure nel nostro tempo disancorato, fatto di perdita delle strutture portanti della umanità, in balia di tempeste e, quel che è peggio, della indifferenza.

Il cammino di Massimo Nardi, barese di nascita (1963) e lucchese per formazione, pluripremiato e riconosciuto dalla critica dotato di particolari capacità creative e cromatiche, artista poliedrico (pittura, scultura, grafica, scenografia, arredamento…) secondo quella concezione che rende arte ogni prodotto in grado di creare un immaginario che possa considerarsi innovativo, di mettere quindi in atto dei modelli creativi oltre il superficialismo e le mode caricando le cose, tramite il segno e la materia cromatica, di quell’energia propria dell’atto poietico, s’innesta, a nostro avviso, in una visione terrena da cui non vengono, però, esclusi quegli elementi di spiritualità che lo fanno artista con obiettivi ben oltre l’esaltazione della sola materia -nel presente tempo dominante –, di quanto ad essa è connesso come realizzazione di piacere.

E nel cammino con la sfera, presenza più o meno evidente nello snodarsi dell’iter artistico, Massimo Nardi non ha bandito il figurativismo, anzi lo ha accolto ben sapendo che esso può offrire possibilità infinite nel tempo che è divenire di pensiero -pur nei ricorsi, non è giammai identico – e quindi di rinnovate proposizioni.

Gli anni Ottanta sono quelli della ricerca sulla scorta della lezione di quegli artisti che hanno impresso un’era del loro segno, che egli ha particolarmente interiorizzato, così accanto alle narrazioni storico-immaginifiche con cavalli e cavalieri dai bianchi mantelli avvolgenti, richiamo quasi a certi dipinti quattrocenteschi, ci sono le nature morte con la luce ed i colori propri del barocco, e poi si fanno in altre opere strada già richiami surrealistici in quei suoi paesaggi con marine e colline della terra pugliese che sfumano o s’impongono negli stacchi cromatici fissanti gli elementi narrativi in una immobilità quasi fuori del tempo.

E domina, insieme alle sfere, alla rotondità di frutti ed alla circolarità di volute, la sacralità dell’albero di ulivo, saldo nella terra di Puglia, immobile nella chioma –circolarità anch’essa- non turbato da venti; ed insieme all’ulivo talora biancheggiano vestigia di archi della romanità, superstiti emblemi di forza e potenza di quel tempo segnato dalla supremazia di Roma, destinata anch’essa a lasciare di sé solo emblemi.

La finitezza della grandezza, del tempo della grandezza, sembra richiamare nel Nardi quel sentimento che s’eleva oltre la terrena sfera, pur sempre esiguo granello nell’universo.

Ed è per San Nicola, amato Patrono della Città di Bari, uno dei santi più venerati nel mondo, che il Nostro, appena ventiquattrenne, realizza nel 1987, per il nono centenario della traslazione delle reliquie, la grande tela ad olio (cm.250x300), esposta nella Sala Convegni del Comune di Bari come proprietà dello stesso.

La grande statua del Santo Vescovo di Mira in atto benedicente, portata in processione con l’onore delle Autorità in abito da cerimonia, s’impone nella narrazione pittorica, pur se decentrata per dare spazio ad uno scorcio dell’antico centro storico, alla visione del mare solcato da un veliero, alla gente orante, compunta, tratteggiata nella singolarità espressiva che la luce chiara fa cogliere nella particolarità di ciascun volto.

E’ uno spaccato di fede per il Santo venuto dal mare, ma al tempo stesso di storia e di umanità, reso dal Nardi con calde tinte cromatiche, di fronte al quale lo sguardo si sofferma ed il cuore, non solo del barese, è coinvolto.

Una pittura, quella del Nardi, sensibile a manifestazioni di fede (nel 2007 dipingerà un significativo Giovanni Paolo II in preghiera che Benedetto XVI inserirà in un libro) come agli aiuti umanitari per i quali si adopera con taluni dipinti, dove viene posto in forte rilievo il volto del bisogno che la cooperazione internazionale non s’impegna a risolvere.

Si aprono gli anni Novanta con il primo dei grandi murales realizzati in Bari, e l’occasione è data dai mondiali del 1990, con la speranza di una coppa che poi non si ottenne.

Intanto lo seducono sempre più la pittura metafisica e Dalì, ma anche i colori forti, quei rossi alla Soutine che piega ad un discorso onirico, le tinte decise di un Mirò, quei contrasti cromatici in cui immette elementi narrativi già volti al caos esteriore e della mente.

Un surrealismo espressionista che richiama certi artisti Fauves e del Die Brücke, la pittura russa e quelle avanguardie che tanto devono al futurismo italiano, non adeguatamente posto in evidenza dalla critica nostrana e da quella d’oltralpe, ma per onestà intellettuale messo in rilievo dal russo Goriély che dall’avanguardia italiana fa derivare tutto il rinnovamento artistico europeo e americano.

Il segno del Nardi è personale, non segue mai orma pedissequa in quei paesaggi reali e insieme surreali, che esprimono a volte una magnificenza desolata, con l’ulivo talora solitario emblema sopravvivente alla memoria della romanità.

E l’immaginazione onirica dà un’impronta particolare a quei corpi femminili abbandonati alla quiete, tra pacati scenari naturali messi apertamente in gran mostra più che nelle esigue finestre magrittiane.

E nel discorso espressionista s’impone “La mela”, 1° Premio “Leone d’oro” a Venezia (1991), dove le figure femminili segnate dal verde in una poco rassicurante natura verde, paiono farsi serpentine entità pronte ai frutti allettanti, mentre la dulcis imago dalle tinte chiare, rosate come il cielo che s’apre a speranza, va celandosi ma non annullandosi nel verde prorompente.

La donna, che nel figurativismo sembra farsi preferenziale, è in Massimo Nardi colta nell’ambivalenza del suo essere, maschera quasi volpina che ad allettare scopre le rotondità ed a sé attrae con le note che sprigiona, oppure immagine serena nella pace della natura o sul cavallo immobile nella quiete di cielo e terra, tra sfere appena percepite ed enigmatiche scacchiere.

Il decennio del nuovo millennio vede il Nardi impegnato anche nel progetto “Mutamenti”, che sente fortemente proprio per la sua radicata concezione etica della natura, da non deturpare, da salvaguardare dalle oscenità del consumismo, dalle ferite sempre più numerose che le vengono dall’uomo inferte.

Così rende col suo pennello preziosità quanto diversamente andrebbe ad accrescere la già rigurgitante massa di rifiuti. Bottiglie, porte, finestre, ante, cose destinate al disfacimento, sotto la sua mano d’artista rivivono con una preziosità che solo l’arte può dare.

Ritornano in certe narrazioni le sfere, gli ulivi, gli archi, le magrittiane colombe della speranza, ma poi, abbandonato ogni figurativismo, -riemergerà di tanto in tanto in una riproposizione del tutto nuova-, linea e colore, l’una nella demarcazione di spazi solo apparentemente irrazionali, l’altro nella esplosione di cromatismi accesi giocati sulla gradualità del giallo, del rosso, delle tinte scure in opposizione, creano un armonioso connubio per la nuova pittura del Nardi, un caleidoscopio di volute, di sfere, un geometrismo pittorico in movimento, un magma creativo che si offre alla speranza di una ricomposizione razionale dell’esistere.

E’ quanto cogliamo soprattutto nel trittico “Punti di riferimento” del 2006, ma anche in “Volo di fuoco” del 2009 e in altre opere dove la particolarità è data dalla materia in movimento quale potrebbe anche all’occhio di uno scienziato apparire dietro la lente di un potente strumento ottico, senza, però, quell’animus che l’arte dona.

In questo nuovo percorso dinamico s’inserisce “Ulivo in fiamme”, un grande dittico (cm.200x150), realizzato su tela con tecnica mista nel 2009 per la “Biennale di Firenze.

Il fuoco che ha invaso l’albero scopre, come in una radiografia, le radici, il tronco ed i rami attraverso il cromatismo variegato delle volute dove rosse lingue avanzano, provocano sofferenza nel lento passaggio alla inesistenza; e cominciano a rosseggiare anche le foglie in un quasi tripudio di lenta fine dell’ulivo/sacralità. E’ stato dall’Artista posto grandiosa centralità in uno spazio pittorico che non riesce a contenere la chioma; e si fa monito al rispetto di valori antichi nella rovina che lascia pure intravedere la speranza in quelle sfere ancora presenti, nel volto di donna, appena delineato al bordo della tela, che tristemente guarda la rovina, la sente in sé.

Ma il Nardi è anche scenografo (lo è stato pure al teatro “Petruzzelli” di Bari prima del terribile rogo) e scultore di busti e acquasantiere. Nel 2007 realizza un tondo con bassorilievo di Nicola Balenzano (Bitritto 29-1-1848, Bari 2-9-1919) su commissione del Comune di Bitritto che vuole commemorare il senatore del Regno d’Italia. L’immagine, molto espressiva, ci riporta a certe sculture del Quattrocento, ma anche dei secoli successivi, nelle quali gli artisti riuscivano a lasciare del personaggio non solo le fattezze, anche il tratto significativo del suo particolare modo di essere.

Noi abbiamo avuto il privilegio di ammirare dal vivo tante opere del Nardi, in parte racchiuse nel catalogo realizzato dalla Digilabs di Bari e stampato nel 2009 da Global Print (Gorgonzola-Milano).

 

Il catalogo s’apre con la dichiarazione d’amore dell’artista per la sua terra, per il sole e il cielo della Puglia, per la sua gente autentica, laboriosa e intraprendente. Subito dopo è posta un’opera singolare, l’autoritratto nello studio dove gli archi lasciano una magrittiana visione di cielo, mentre all’interno batte sul muro la luce di una lampada. Ma i vari elementi compositivi, il tavolino con la valigetta di colori, l’alto treppiedi con la scultura, il ricordo di Mirò posto in evidenza, lo stesso artista seduto al centro della narrazione con la tavolozza in mano ed il volto metafisico -ulivi in un campo che sfuma nel cielo- sembrano illuminarsi di luce autentica, al pari delle sfere anche qui presenti.

E vogliamo chiudere questo nostro breve saggio su un’artista che ha già realizzato tanto nel campo dell’arte e continuerà di sicuro ancora a stupire, con quanto, riprendendo da G.B Shaw (Usiamo uno specchio per vedere la nostra faccia, usiamo l’arte per vedere la nostra anima), egli ritiene possa rivelare anche a lui l’arte.

Siamo d’accordo proprio perché consideriamo autentica la sua arte nell’era in cui spesso non lo è. Con essa il Nardi si guarda, esprime a sé la sua anima, difficile conoscenza per ogni soggetto, la manifesta anche a noi attraverso le sue opere.

E l’anima di Massimo Nardi è amore per la terra di Puglia, in ogni stagione e ora del giorno tavolozza di colori che sorprendono ancora, pur nell’incuria dissennata e nel degrado; è sacralità dell’ulivo e rispetto della gente che continua a dissodare la zolla, a solcare il mare; è apertura ad ogni essere umano nella sua singolarità; è, pur nella consapevolezza del nostro tempo difficile, speranza.


rubrica
Arte
 
Nardi, Massimo
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