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La linea metafisica di Maria Scarcella Padovano

Se l’arte vola attorno alla verità e intercetta, nel vuoto oscuro, secondo quanto sostiene Kafka, i raggi luminosi, Maria Scarcella Padovano (Spezzano Piccolo-CS 1921 – Taranto 2002) ha, nella particolare levità della sua linea pittorica, intercettato quei raggi.

Artista cara ai tarantini, per lunghi decenni docente di Disegno e Storia dell’Arte, promotrice di arte e cultura nel territorio jonico, gallerista con richiamo di nomi illustri – basti ricordare il suo amico ed estimatore Guttuso –, fondatrice in Taranto del Liceo artistico “Lisippo” e della FIidapa – dopo 40 anni la onora mantenendo il logo da lei creato –, scopritrice di talenti, è ancora presenza anche per la memoria che la sorella Rita, attuale presidente del Moica Regione Puglia, mantiene viva attraverso il duplice concorso letterario e artistico a lei intitolato e annualmente indetto nella Città bimare.

Tralasciamo il dinamismo, la generosa operosità di Maria Scarcella per porre all’attenzione le sue indiscusse doti d’artista. Non ci soffermiamo sulla personale rivisitazione di certe tendenze pittoriche presenti nei primi decenni del Novecento, da cui sono pur derivate opere che richiederebbero un’analisi approfondita per la particolare trattazione prospettica e cromatica che dà rilievo, tra nostalgico e malinconico, agli elementi concettuali narrativi, alle nature morte, allo scarno ed efficace descrittivismo paesaggistico. Consideriamo, per brevità di discorso, le opere a tema floreale: ci appaiono molto particolari nell’attuazione di un geometrismo da intendersi in questa artista come armoniosa fusione di classica perfezione ed estro inventivo dalla forma purissima.

La linea di Maria Scarcella procede sullo spazio piatto in una libertà tutta poietica, e quello, in grazia della sua mano ispirata, si veste di profondità eteree. In talune opere i fiori, generalmente rose gigli campanule calle iris danzanti nello spazio prospettico creato per effetto di tonalità diverse, hanno un cromatismo quasi residuo nello stemperarsi del colore, eppur mostrano quell’anelito alla libertà nella stilizzazione dei gambi librati in espansione, denudati di legami, sganciati da qualsivoglia aderenza, completamente volti ad aliti di cielo. Sono già avvio ad uno scorrere della linea in sinfonie richiamanti estasi d’armonie. I fiori che liberi s’innalzano sull’esile gambo possono nel colore poco acceso ricordare la leggerezza impressionista di Monet o di Manet, di un Renoir o di un De Pisis, paiono lontani dalla corposità di un Henri Fantin-Latour, pur se sembrano richiamare, talora, quel sentimento di mestizia che in tanti pittori, a cominciare dall’età barocca, s’associa alla sorte del fiore, alla sua particolare magica bellezza come in ogni altra cosa soggetta all’inevitabile spegnersi. In altre opere, su uno sfondo celeste, verde acqua o blu, la linea nuda, non inglobante stacchi di colore, ridotta alla sola sua essenza pura, oppure tocca appena da pennellature tenui come sbuffi di nuvole, trasvola nel divenire, sembra andare per incantamento trasformandosi in uno stato di moto continuo, dove l’artista è coinvolta in tutta la sua essenza, quasi per giungere ad un’armonia che trascenda la corposità della stessa materia cromatica, ad attingere metafisiche eufonie.

Circolarità irregolari, ellissi, spirali, forme geometriche infinite si susseguono nella continuità di una linea che circoscrive, inscrive, segna una varietà ininterrotta: è la scrittura di un poema oltre la stessa dimensione terrena, ove si percepisce il senso di una bellezza non più fisica, quel raggio che sprigiona la verità. L’artista ne mostra la luce, è il faro che biancheggia in ogni quadro, da esso sembra sprigionarsi la linea narrante il poema dell’armonia dei cieli, proiezione di un messaggio di bellezza e verità che al privilegio della mente è dato cogliere perché la mano poietica ne lasci il segno.

L’arte di Maria Scarcella appare così manifestazione del suo credo umano e divino, espressione delle potenzialità creative dell’essere fatto a somiglianza dell’Eterno, del suo anelito ad un’armonia metafisica. Ed è conferma anche di quanto affermava Hermann Hesse: “L’arte significa mostrare Dio dentro a ogni cosa”.
rubrica
Arte
 
Scarcella Padovano, Maria
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