Servizi
Contatti

Eventi



Andar per mostre

Silencio vivo
Artiste dall’America Latina

Ferrara, Padiglione d’Arte Contemporanea
Corso Porta Mare 5
17 Aprile – 12 Giugno 2016

www.biennaledonna.it

Una mostra dal grande impatto visivo e sensoriale quella proposta quest’anno dalla Biennale Donna di Ferrara, curata magistralmente da Lola G. Bonora e Silvia Cirella. Le installazioni di quattro tra le artiste più rappresentative del panorama latinoamericano raccontano, attraverso un labirintico viaggio di sangue e anelito alla vita, le ferite più torbide e terrificanti che lacerano la loro terra.

Anna Maria Maiolino, Teresa Margolles, Ana Mendieta e Amalia Pica diventano vivida voce di riferimento di tematiche importanti: dall’emigrazione alla criminalità sulle donne, dalla censura delle dittature militari al fragile equilibrio delle interazioni umane.

Le loro opere sono richiesta di aiuto, impotenza straziante. In Entrevidas (Between Lives), simbolo rappresentativo della mostra, la Maiolino fotografa l’incerto incedere di piedi nudi su un terreno disseminato di uova: il pericolo e la fragilità umana di un campo “minato” da un potere asfissiante e senza via di scampo. Un potere che non lascia libertà di espressione, come nelle opere tratte dalla serie Photopoemaction della stessa artista: qui, opprimenti pur nella loro rassicurante quotidianità, ostacoli di vario tipo bloccano potenti urla di dolore. Dunque, il gesto estremo compiuto dalla Maiolino stessa è l’inevitabile automutilazione:

A.M. Maiolino, Entrevidas (Between Lives); (dalla serie Photopoemaction, 1974-2010). Fotografie in bianco e nero. Galleria Raffaella Cortese, Milano. A.M. Maiolino, In-Out (Antropofagia), dalla serie Photopoemaction, 1973-2000. Fotografie in bianco e nero. Galleria Raffaella Cortese, Milano. A.M. Maiolino, È o que Sobra (What is left), (dalla serie Photopoemaction, 1974-2010). Fotografie in bianco e nero. Galleria Raffaella Cortese, Milano.

È o que Sobra (What is left) è scelta obbligata di colei che non cede all’’ipocrisia di un’opinione imposta. Un credo di cui Amalia Pica nel cuore di Montevideo svela l’aspetto più artificiale dipingendo di bianco (colore dalla virtù simbolica) una statua equestre nel suo super 8 On Education, al fine di mostrare come la falsità sia ormai divenuta realtà nell’immaginario popolare. Le contraddizioni del linguaggio sono inoltre esposte ludicamente nell’opera interattiva Switchboard sempre appartenente alla Pica: lattine collegate a caso tra loro sfruttano metaforicamente la trasmissione a fili ed invitano il visitatore a trovare la coincidenza perfetta che possa rendere possibile un dialogo con l’altro. Una comunicazione che si blocca ancora prima di iniziare, come evidenzia Palliative for Chronic Listeners della stessa artista: tappi per le orecchie in vari materiali, testimoni della labile soggettività insita in ognuno di noi nell’interpretazione delle parole.

Amalia Pica, On Education, 2008. Super 8 trasferito su dvd, 4’3””, colore, muto.Courtesy l’artista e Herald St, Londra. Amalia Pica, Switchboard, 2011-2012. Installazione site specific: legno, vernice, barattoli, fili di cotone, dimensioni variabili. Courtesy l’artista e Herlad St, Londra. Amalia Pica, Palliative for Chronic Listeners, 2012. Tappi per le orecchie in bronzo, rame, oro e argento su piedistallo. Courtesy l’artista e König Galerie, Berlino.

Di nuovo la voce che vuole esplodere, e immerge lo spettatore in un luogo buio dove chiudere gli occhi, attraverso un’installazione sonora fortemente suggestiva ad opera di Teresa Margolles. In Sonidos de la muerte l’autrice propone dispositivi acustici che riproducono suoni registrati nella messicana Ciudad Juarez, in luoghi dove sono stati rinvenuti corpi di donne. Nonostante si tratti di suoni non riconducibili agli efferati delitti, l’immaginazione dell’ascoltatore diventa rifugio agghiacciante di orribili visioni. Così come accade in Aire, ad opera della stessa mano.

Teresa Margolles, Pesquisas (Investigations),
2016. Poster stampati su carta, dimensioni variabili.
Courtesy l’artista e Galerie Peter Kilchmann, Zurigo.

Due umidificatori riempiti con acqua proveniente da obitori di Città del Messico trasportano il visitatore in una dimensione quasi onirica e tragica: quella stessa acqua veniva infatti usata per lavare i cadaveri di persone assassinate. Sangue e violenza in un tripudio di mortale indifferenza nel video Moffitt Building Piece di Ana Mendieta, ispirata allo stupro e all’uccisione di una compagna di università dell’autrice. Qui l’artista, scomparsa prematuramente in circostanze misteriose, ritrae attraverso la cinepresa una porta anonima davanti ad un marciapiede di Ioawa City: i passanti reagiscono con glaciale freddezza o anonimo e debole stupore alla fuoriuscita di una macchia di sangue dal terreno. Ma è nell’inedito ed immenso Pesquisas della Margolles che il femminicidio assume la sua dimensione più alta e stupefacente: vengono recuperati direttamente dalla strada di Ciudad Juarez gli annunci di “cercasi” affissi dai familiari delle vittime scomparse. Ormai usurati dal tempo, i ritratti rendono ormai invisibili ed irriconoscibili i volti delicati di queste donne, emblema di una femminilità e di una vita “sospesa”, del tutto persa nei loro sguardi ingenui, trasparenti.

Una mostra organizzata da UDI – Unione Donne in Italia di Ferrara e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea della città, che si conferma come uno degli appuntamenti più attesi del calendario artistico dopo la forzata interruzione del 2014.

rubrica


Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza