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Fra presente e passato
Ludovico De Luigi ‘vedutista visionario’

C’è un ponte a Venezia che si chiama Ponte dei Pugni, accanto c’è da sempre un barcone che vende ortaggi, e proseguendo lungo la fondamenta che conduce alla chiesa dei Carmini, proprio a metà strada, si trova un vecchio portone con una targa dove sotto al nome, Ludovico De Luigi, si legge in caratteri molto più piccoli “vedutista visionario”. Si tratta di un luogo abbastanza appartato e pacifico. Sùbito fuori, a fianco del portone, c’è una finestra con una grata alla quale sono agganciate delle teste d’aglio, qualche lampadina polverosa, un piccolo manichino. E ogni tanto passando di là, si possono udire provenienti da quella finestra delle suadenti note musicali perché De Luigi, mentre sta lavorando, ama ascoltare musica classica. “Pochi sanno” mi ha detto una volta “che in questa casa è nato Albinoni”. E se vogliamo notare un particolare curioso è che all’esterno di questa casa, insieme al campanello elettrico che non funziona, c’è invece una maniglia di ottone appesa all’estremità di un filo di ferro. Tirando in giù questa maniglia, con uno strappo, si azionano dei campanacci all’interno che fanno da allegra suoneria. E questo semplice antico sistema, una volta molto in uso a Venezia, possiamo dire che attualmente è pressoché scomparso.

 

Polaris Venice, 2002, olio su tela, cm 130x90

Ma lasciamo le curiosità con il resto cui si è accennato per entrare attraverso il portone in un lungo corridoio dove, tra un bailamme di altre cose, si scorgono alle pareti fiori secchi, maschere, cappelli piumati. Poco più avanti, sul lato destro, c’è un uscio che dà accesso allo studio del pittore in cui per la verità la luce mi sembra piuttosto scarsa: lo spazio è quasi angusto, ci sono travature al soffitto e l’insieme, più che di uno studio, dà l’idea abbastanza caotica di una bottega artigianale. Ed è proprio da questa bottega che sono uscite in questi anni le straordinarie invenzioni di Ludovico De Luigi, un pittore che ha esposto i suoi quadri in numerose mostre internazionali e le cui opere non solo di pittura, ma anche sculture molto valide, si trovano nei più importanti musei di mezzo mondo.

Ciò che sùbito va rilevato di queste opere è che oltre ad essere il frutto di grande ingegno esse ci propongono messaggi assai inquietanti. De Luigi è infatti un artista che vede e racconta i grossolani paradossi della storia. Egli dipinge i fasti del passato sovrapponendo ad essi la meccanicità del presente. Può disegnare una mano dentro a una cornice barocca, con il palmo che mostra delle pallottole, per passare immediatamente a vaghi temi settecenteschi. Pertanto è un pittore dove l’ieri e l’oggi si rimescolano di continuo in una trama ricca di contaminazioni che nascono da un’amara lettura della realtà. Innamorato com’è di Venezia egli non fa che riprodurne i luoghi celebri con tenacia insistita, con una tecnica raffinata, e parlando di sé, del proprio lavoro, dichiara “di voler parlare oggi con il linguaggio di ieri, e parlare di ieri con il linguaggio di oggi”. Ma nella sostanza De Luigi non fa che impossessarsi di Venezia per parlare della bellezza e insieme dell’impossibilità di fissarla in perpetuo. Perché la bellezza in sé è sempre qualcosa di sfuggente e inafferrabile, un traguardo soggetto appunto a contaminazioni, e quindi ad alterazioni e a un processo di continuo degrado. La storia che De Luigi pone di fronte ai nostri occhi è la storia di questo inarrestabile degrado.

Per De Luigi che sull’uscio della sua casa a Venezia si definisce “vedutista visionario” i piani temporali sembrano non esistere: presente e passato si confondono, s’intersecano, si scontrano in visioni ora tenere e dolci, ora catastrofiche e apocalittiche, nelle quali si ritrova tutto l’armamentario di una società cresciuta e immersa nelle proprie contraddizioni. Così, nell’esaminare le varie opere dell’artista, noi possiamo vedere di volta in volta una Piazza San Marco allagata da cui emerge un sottomarino, vediamo chiese famose insidiate da piattaforme petrolifere, tubi metallici e ragnatele, natiche e bocche carnose di donna, in un susseguirsi di tele dove gli elementi più diversi si uniscono malgrado tutto in un poetico sposalizio e dove ammiccano in uno spazio dilatato frammenti oppure brandelli di varie epoche. È la bellezza che fa naufragio nel tentativo di ricomporsi in un’altra sintesi. È il pittore che in qualche modo lotta per salvarla. E al centro di questo teatro in cui si colgono molti echi, ma riproposti in maniera assolutamente personale, affiorano come fantasmi uomini e donne, architetture e stupori, formando una sorta di deposito di cose collocate come in un grande e misterioso bazar. Sono le cose che appartengono alle nostre paure o ai nostri presentimenti, ai nostri desideri estremi combattuti tra ciò che esiste e ciò che vorremmo esistesse, tra ciò che è già perso o che ogni giorno temiamo di perdere.

Lèggere la pittura di De Luigi, così piena d’incognite, non è dunque rassicurante. Perché c’è in essa il tema dell’oblio che tutto può cambiare, stravolgere e sommergere. Perché essa racconta il divario struggente che c’è tra la gioventù e la vecchiaia, tra ciò che nasce ed è vita ed eleganza, per poi inesorabilmente tramutarsi in dispersione e decrepitezza. E in ultima analisi è una pittura drammaticamente aperta su tutti gl’interrogativi che si legano all’incertezza del nostro destino. Pittore felliniano per eccellenza, a volte con venature romantiche, De Luigi fa della fantasia un mezzo in costante movimento tra scenari che annunciano invasioni d’insetti, palazzi che crollano e pulcinella, apparizioni e mostri già presenti o futuribili. Come attraverso una moderna Camera Ottica luoghi idilliaci e luoghi infernali si alternano con acque in cui, allegoricamente ma non tanto, vediamo affondare pezzi di storia. Spesso l’ironia, ora sottile ed ora esplicita, rivela nel pittore la coscienza di rispecchiare un palcoscenico pervaso da intramontabili illusioni. E tutto ciò De Luigi lo esprime in quadri affascinanti che non sono “dei rebus a doppio senso” come scrive Pierre Restany, ma che hanno invece il fermo ed unico senso di descrivere un mondo pieno di contrasti inestricabili. De Luigi suggerisce come accanto a tutto ciò che accade c’è quello che potrebbe accadere. Accanto a una Venezia ideale che esiste, o esisteva, ne inventa un’altra apparentemente impossibile. E così facendo egli racconta non soltanto il nostro tempo, quello di oggi, bensì il tempo di ogni epoca, il tempo di sempre, quello che già Ovidio ci ha descritto nelle sue Metamorfosi in cui scopriamo che ogni cosa è pronta e condannata a trasformarsi in un’altra.

Considerato ciò possiamo affermare che De Luigi, oltre che pittore raro, è un pittore che pensa dotato di acuta introspezione. E questo è significativo: poiché proprio l’introspezione, fra tante libertà spesso in procinto di perdersi, rimane da sempre l’autentica libertà che nessuno potrà mai sottrarre all’uomo, compresa la libertà di crearsi un proprio regno popolato da incubi e da profonde nostalgie. “Vedere dentro” osserva De Luigi “è la scelta che la mia pittura si è data come ritorsione all’evidenza vanificante del fuori”. Esattamente da uomo che pensa egli non accetta l’idea di chi scorge in questa operazione “l’incongruenza di una fuga dalla realtà”. Al contrario aggiunge: “Le mie visioni partono da ipotesi concrete inglobando quanto sfugge alla banalità del convenzionale”. Esse denunciano, sono ancora parole sue “i paradisi artificiali dell’industrialismo e della tecnologia, insieme a certe mitologie del nostro tempo”. E grazie a tali precisazioni a noi appare ancora più chiaro che la pittura di De Luigi sorge sì spesso dall’inconscio, ma per diventare anche l’espressione di un pittore ben consapevole di agire sotto la spinta di un impulso morale. Fermiamoci tuttavia un istante, cercando di completare questo breve profilo, e ritorniamo al personaggio De Luigi e al suo studio che a prima vista può sembrare una cantina piena sino all’inverosimile di libri, pennelli ed oggetti, tra scritte qua e là in latino e riviste di ogni genere accatastate in disordine. Alla finestra con la grata che dà sul canale penzolano modeste le teste d’aglio ed il pittore appare cordiale, attento, forte di una bonomia veneziana del tutto priva di sussiego. La musica di sottofondo, rasserenante, induce alla calma. E con la sua mole da settantenne appesantito, la pancetta e un vecchio pullover di lana, De Luigi non è più il prestante giovanotto di un tempo conosciuto per le sue frequentazioni mondane e magari, ogni tanto, per qualche gesto provocatorio, ma somiglia semplicemente a un tranquillo alchimista intento a filtrare nel chiuso del proprio laboratorio tutta una serie di colorate meraviglie.

Proprio oggi, mentre sono venuto qua a trovarlo, c’è sul cavalletto del suo studio una tela incompiuta alla quale egli sta lavorando. La tela rappresenta ancora una volta Piazza San Marco, la si vede in fase non ancora ultimata, e al di sopra della basilica, in alto, sospesa tra cielo e terra, appare isolata e ben definita la statua equestre di Bartolomeo Colleoni. Ma non è soltanto un particolare secondario e bizzarro. La statua di questo condottiero, a cavallo, è piuttosto un simbolo. È qualcosa che colpisce, fa riflettere. Ed è come l’emblema di ognuno di noi, condottieri o semplici uomini, che ce ne stiamo sospesi in alto a cavalcare l’aria, e a cavalcare i nostri sogni, legati con le nostre immaginazioni a una sorte che non conosce confini. E forse anche noi tutti quanti insieme “vedutisti visionari”, spesso frastornati, sommersi da un mare di accadimenti in bilico tra nascita e morte, tra il principio e la fine.

 

Thomas Mann, 1984, olio su tela, cm. 80x80

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