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La magia del colore nell’opera della pittrice Giusy D’Arrigo

Mi è stato chiesto di scrivere le mie impressioni sull’opera pittorica di Giusy D’Arrigo. Mi limiterò soltanto a descrivere le suggestioni che alcuni quadri, assolutamente privi di figure o simboli, mi suggeriscono, con la necessaria modestia di un semplice amatore.

La prima impressione mi fa preliminarmente escludere che si tratti di pittura informale o che si possa in qualunque modo ricondurre a quelle teorie che intendono l’arte come “il rifugio nell’irrazionale”; d’altra parte non siamo neppure di fronte a una forma d’arte che si possa considerare specchio del mondo o che abbia pretese filosofiche.

L’arte, espressione libera del mondo emozionale ed immaginifico dell’artista, è ri-creazione del mondo operata dall’immaginazione che opera una sintesi involontaria, non razionale, della sua esperienza che solo la adeguata padronanza del mezzo tecnico consente di esprimere. L’opera d’arte è creazione di un mondo nuovo, che ha vita parallela a quello fenomenologico, cosidetto reale, che ha cioè vita reale, ma che opera ed interagisce su di un piano diverso. Questo spiega la atemporalità della creazione artistica e la sua universalità che io piuttosto chiamerei, con termine moderno, mutuato dalla politica, trasversalità.

La nostra pittrice possiede una ottima padronanza dei mezzi tecnici di espressione (riconducibile ad un appassionato studio degli impressionisti francesi del XIX secolo) come, per esempio, il magistrale uso del colore di cui parlerò in seguito. La D’Arrigo non ha bisogno di ricorrere al disegno per dare forma alla materia: nella sua opera il colore è forma. La materia viva e prepotente esplode con la forza e la forma della sua energia, diventa pura luce che invade lo spazio ed oltre. Il colore dà forma, dunque, alla materia stessa che, per paradosso, priva di una sua forma, la assume dal colore usato con estrema maestria nelle sue sovrapposizioni, nei suoi accostamenti, nelle sue infinite sfumature. Questo mi pare il nucleo originale e fondamentale della sua arte a cui tutto il resto ubbidisce per necessità formale e sostanziale.

Non assistiamo, dunque, al alcun processo costruttivo dell’arte, come è costume di tanta arte postmoderna, ma alla rappresentazione di un universo pittorico in cui l’immaginazione si manifesta nella sua apparente naturalità e forza, priva di ogni mediazione del pensiero logico ; immaginazione pura, sfrondata da tutti i possibili agenti inquinanti, che diventa naturalità pura, fondamento di ogni esistenza umana. Forse la nostra pittrice, (azzardo a fare questa ipotesi?), ha sentito in questo mondo in cui domina l’incertezza e la confusione, l’esigenza di cercare radici salde e sicure e le ha trovate nella terra con tutta la sua forza e la sua infinita bellezza.

Nella ricerca di senso dell’esistenza la pittrice pare trovare nel colore che si fa materia il senso primordiale della vita ma anche tutta la gioia di esserci per regalarci l’emozione della bellezza della creazione. E’ questa, anche, una scelta esistenziale, un nucleo espressivo che consente di potere affermare come valore supremo quello della bellezza che in sé contiene quello del bene che respinge il male. Perciò l’opera d’arte nel suo spazio immaginifico realizza anche la libertà dello spirito.

In conclusione la pittrice nella naturalità pre-umana dei suoi dipinti, attraverso il colore che si fa materia, canta in solitudine la bellezza dell’esistente e la libertà dello spirito.

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