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Andy Warhol Superstar!

Treviso, Ca’ dei Carraresi
11 novembre 2017 – 1 maggio 2018

Direttore mostra Francesco Caprioli

 

Vesuvio, 1985

Amo Napoli perché mi ricorda New York, specialmente per i tanti travestiti e per i rifiuti per strada. Come New York, è una città che cade a pezzi e nonostante tutto la gente è felice come quella di New York \...\

Estratto dall’intervista a Warhol da M. Bonomo per il “Mattino”, Aprile 1980

Andrew Warhola, alias Andy Warhol, era nato nel ’28 a Pittsburgh e si spense a Manhattan nell’87. La famiglia di etnia rutena s’era stabilita in USA immigrata dalla Slovacchia.

La Rutenia conserva il coronimo medievale della Russia e così definito dall’impero austroungarico per indicare il territorio carpatico di nord-est. Il ruteno appartiene al ramo ucraino.

La notorietà di Warhol ascende dal primo biennio degli anni Sessanta, quando tralascia il mestiere di grafico pubblicitario.

La tecnica che utilizza in questo periodo, che aveva già sperimentato ai tempi degli studi al Carnegie Institute of Technology (ora Carnegie Mellon University) è definita “Bottled Line”, di non facile lavorazione per chi non è abilmente predisposto. Si tratta di ricalcare una foto con tracce di matita e successivamente elaborare il risultato su carta permeabile, facendo uso di china o inchiostro comune, così come gli aveva insegnato la madre Julia.

“Ero pagato per questo, e ho fatto qualsiasi cosa mi avessero detto di fare. Se mi dicessero di disegnare una scarpa, lo farei, e se mi avessero detto di correggerla, farei qualsiasi cosa mi dicessero di fare, correggerlo e farlo nel modo giusto” (Andy Warhol 1963).

In seguito, raggiunge la fama affidandosi alla silografia, con la quale palesa una destrezza artistica non comune.

All’intuizione della Pop-Art ci arriva però attraversando l’informale, la pittura tradizionale dove la fotografia ne è la matrice, e una elaborazione iconografica di condanne a morte e catastrofi, le cui immagini appaiono in una incontenibile sequenza.

Ecco formarsi così il sussulto di riprodurre star, soggetti e oggetti che siano amati tra il popolo o quivi dilaganti in maniera ribattente, complice la società dei consumi.

Nel suo pensiero, la tropologia di tale espressionismo, volto addirittura a reiterare in più esemplari l’identica icona, mira al volerla demitizzare nelle presenze mediatiche.

Pop sta per “popolare” ma per quanto detto risulta evidente che nell’arte assume una semantica differente dalla linguistica, la chiave che apre una nuova frontiera, in cui albergano le firme di Valerio Adami (il bolognese della cromatica piatta della figura entro precisi profili neri), di John Chamberlain, Jim Dine, Richard Hamilton, Roy Lichtenstein, Louise Nevelson, Claes Oldenburg, Michelangelo Pistoletto (il biellese che ama la terza dimensione), James Rosenquist, George Segal, Allen Jones, Tom Wesselman.

Il coetaneo Roy Lichtenstein, il fumettista, ne è dunque tra gli storici e di lui, valente autore, sono qui in esposizione alcuni lavori, appunto per una migliore completezza e comprensione di questa branca che riscuote il plauso mondiale nella seconda metà del secolo scorso.

Pur vero, comunque, che la Pop-Art ha il proprio incigno in Inghilterra, con Richard Hamilton, ma è ugualmente vero che il tutto fiorisce prepotentemente negli USA, carpendone il primato.

Di Warhol ricordiamo “Green Disaster” del ’63, “Marilyn” del “64, Quattro barattoli di zuppa Campbell del ’65.

In questa esposizione non mancano i celebrati “Campbell’s Soup Can”, la bottiglietta della Coca Cola e la Banana.

Non mancano le immagini riproposte quali “Marilyn verde”, “Marilyn nera” e “Marilyn”, “Regina Schrecker Withe Ground” e “Regina Colored Ground”.

Non mancano i ritratti di Mario Borsato, Liza Minelli, Man Ray, Elvis, ancor di più delle cover con Mick Jagger, Silvester Stallone, Arnold Schwarzenegger, Rolling Stones, Aretha Franklyn, Liza Minelli, le cover di Play Boy e Time, i due Vesuvius (il vulcano) dell’85.

Nel 1963 i Rolling Stones affrontano il loro battesimo artistico; dal successo riscosso decidono per un tour in America, a New York, giusto dove Warhol nella propria Factory, il suo atelier, sta dando mano a quelle opere rimaste immortali.

Dopo il concerto, Warhol e Jagger, si incontrano per la prima volta e da allora nasce e si consolida la loro amichevole collaborazione; nel 1969, infatti, Jagger commissiona ad Andy la copertina per un suo prossimo album.

Nel ’75, per la mostra dei Ritratti del frontman Mick Jagger dei Rolling Stones, Warhol elabora alcune cartoline.

Perché tanta celebrità assegnata a Andy Warhol. Occorre ricordare che siamo in epoca sessantottina, con propaggini tra il Settanta e l’Ottanta, nella seconda metà del secolo che ci pilota verso il terzo millennio, ove la nuova generazione, dagli studenti ai lavoratori, coglie il tempo di avviare finalmente una spinta al cambiamento sociale, per cancellare un passato considerato iniquo ed egoisticamente manovrato dalle redini patronali e imprenditoriali.

L’arte stessa ne è un emblema a vantaggio di pochi e tale tendenza occorre combatterla, ribaltarla, per un mondo nuovo.

Gli anni Novanta si sarebbero agganciati con una sorta di Neo-Pop, che vede in Italia artisti come Massimo Giacon, Giorgio Laveri, Marco Lodola, Flavio Lucchini, Vittorio Valente.

La società, comunque sia, ha già collocato storicamente il Sessantotto, quale “movimento di un momento”, nella letteratura, nei musei e nelle rievocazioni.

Il cambiamento d’idee, tuttavia, c’è stato, persevera ereditato a suggerire che la dignità dell’uomo debba essere difesa sovra ogni cosa, compreso l’ausilio dello strumento artistico.

Bibliografia:
Catalogo mostra “Andy Warhol Superstar!” a cura di Rosy Fuga De Rosa

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