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Antonio Ligabue una vita da artista

Antonio Ligabue, Testa di tigre 1956
Palazzo Diamanti Ferrara - logo della mostra

Antonio Ligabue vede la luce a Zurigo il 18 dicembre del 1899, il secolo, questo XIX oramai all’occaso, che non può quindi appartenergli.

Nato da Elisabetta Costa, ragazza madre, originaria di Cencenighe Agordino, nel bellunese, ne assume immediatamente il cognome.

Nel suo primo anno di vita è adottato dai coniugi il tedesco Johannes Valentin Gobel e la svizzera Elise Hanselmann, una coppia che lo accoglie sino alla risoluzione della Grande Guerra, nel ‘19.

Nel frattempo, gennaio 1901, la madre naturale si era sposata con un certo Bonfiglio Laccabue, emiliano di Gualtieri, il quale riconosce il piccolo Antonio, che, però, resta legato fortemente a Elise con la quale sostiene un rapporto morboso, pur non trascurando l’amore per la madre biologica.

Un conflitto sentimentale, questo, verosimilmente tra i semi della sua travagliata psicologia, portante d’odio contro il patrigno e, infatti, quando nel 1913 la madre Elisabetta e i tre fratelli periscono per una intossicazione alimentare, Antonio lo incolpa di assassinio, motivo per cui riadatta il suo cognome in Ligabue.

L’artista che cova in lui, intanto, si svela con una valente disposizione al disegno in un istituto per ragazzi handicappati, il Marbach,

L’arte, dunque, gli concede la fuga dal disordine psico-fisico, lo stigma che trae vitalità tra rachitismo, malformazione cranica e gozzo.

Per Stigma s’intenda il marchio della diversità e molti artisti si atteggiano all’essere eccentrici per partito preso, ossia in virtualità.

Come avevo già redatto in altro articolo, l’eccentricità, la follia, lo stigma, ove si manifestino in realtà, appartengono a una dimensione autonoma rispetto alla capacità artistica.

Van Gogh si sarebbe tagliato l’orecchio, e sarebbe stato internato, e Ligabue si sarebbe trascinato a vivere in quel travagliato squilibrio esistenziale, anche egli più volte rinchiuso, pur se non fossero stati artisti.

Follia e capacità artistica, allora, possono coabitare ma non sono affatto correlate.

C’è però un dettaglio che trova qualche riscontro in ambito scientifico; la patologia dell’ipertiroidismo incrementerebbe nell’individuo una produzione artistica ma se ciò avviene è perché il soggetto ne ha già potenzialità o capacità.

Se corrisponde alla verità, Ligabue ne è eclatante prova per il suo gozzo da patologia tiroidea.

Una tesi letterario-scientifica avvalorata dai due autoritratti in cui l’osservatore non può non accorgersi di una sorta di oftalmopatia negli sguardi, sintomo di affezione tiroidea; le date di queste due opere, il 1957 e il 1962, corrispondono, è vero, a una espansione della sua notorietà artistica ma anche alle sue tristi vicissitudini punteggiate di ricoveri.

Nel ’17, in piena guerra mondiale – verrà riformato l’anno dopo alla visita di leva – viene espulso dal Marbach; i tempi e la sanità non vanno indubbiamente incontro ai suoi mali, che si aggravano ponendolo in una impetuosa crisi con Elise, la quale, credendo di poter soccorrere quel suo figlioccio, che in verità ama, ne informa le autorità e queste non ci rifletterono molto a esiliarlo dalla Svizzera, scortandolo oltrefrontiera, a Chiasso, donde è indirizzato in domicilio coatto a Gualtieri, il paese di quell’uomo che lo aveva riconosciuto e reso cittadino italiano.

L’ambiente in cui si ritrova lo disorienta al tal punto che tenta di fuggire per tornare in Svizzera ma viene ripreso e riportato a Gualtieri, dove con il sostegno istituzionale, gli invii di aiuti economici dalla madre adottiva, la benevolenza dei cittadini e lavori saltuari, pare riprenda una vita meno ossessiva, pur ognora condizionata dai sintomi dell’ipertrofia tiroidea.

Dal 1927, scopre nella scultura con l’argilla fluviale del Po e nella pittura una dimensione di assidua dedizione, che però tende a isolarlo dal prossimo.

L’incontro con lo scultore Marino Mazzacurati gli evita di precipitare in uno stato ulteriormente deleterio; il rinomato rappresentante della Scuola Romana ne scopre l’originale talento e lo lancia nella mappa artistica insegnandogli l’uso dell’olio.

L’età quando Ligabue si avvia a concentrarsi, tra le svariate pubblicazioni, nei lavori di Klimt, di Van Gogh e degli Espressionisti tedeschi, tutti credibili suoi maestri virtuali.

Tra le opere d’ingegno, a Palazzo Diamanti sono esposte “Notturno montano” e “Cane da caccia”, entrambi datati 1928, la scenografia dei suoi impegni lavorativi nei boschi e lungo le golene padane.

Un isolamento da irrequietezza e depressivo il suo che neppure l’ospitalità del musicista Licinio Ferretti riesce a lenirlo, pertanto, nel 1937, viene ricoverato al San Lazzaro di Reggio Emilia, vittima di comportamenti autolesivi; ci ritorna nel ‘40 e nel ’45 dopo brevi e inutili convalescenze tra Gualtieri e Guastalla, qui accolto dallo scultore Andrea Mozzalli.

Durante il secondo conflitto mondiale è incalzato dai tedeschi a fungere da interprete finché, colto da un eccesso d’irritazione, non vi colpisce violentemente al capo un soldato, pertanto è tradotto all’ospedale psichiatrico di Reggio Emilia.

Malgrado le proprie disgrazie sanitarie e l’internamento nella casa di mendicità a Gualtieri nel ’48, Antonio Ligabue, seppur lentamente, si arranca su per una scalinata artistica che gli arrecherà, postuma, quella luminosità nel mondo, all’apice dei grandi Naïf, in coreografia con Frida Kahlo, Henri Rousseau, Tarsila do Amaral e altri ancora, tutti magnificamente scioltisi da ogni legame d’arte e cultura ricorrenti.

L’indice di saltuarie sue compostezze lo si ritrova, quali esempi, in “Pascolo”1939, “Cane setter in ferma” 1943, “Cavallino al lavoro 1944, “Aratura con i buoi” 1949.

Avversi, ecco “Leopardo che assale un uccello” 1942, “Volpe in fuga” (tra le fauci una preda NdA) e “Giaguaro con gazzella” del 1948 a impressionare le proprie rabbiose crisi di una vita alienata.

La “traversata della Siberia” 1948, l’affannosa corsa, tra ghiaccio e nevischio, di una carrozza a slitta, in cui uomini e cavalli sono inseguiti e assaltati da belve fameliche, racchiude la metafora di un cerebrale che, forse, prende coscienza del grave periglio che alla sua esistenza è dato di attraversare.

Gli anni Cinquanta lo vedono fortemente impegnato sia nella pittura sia nel riprendere la scultura, questa da un tecnicismo appreso verosimilmente quale discente di Mazzacurati e Mozzalli, essenzialmente zoomorfa, che aveva iniziato negli anni Trenta, ma molte di esse andate perdute causa l’inidoneità del materiale lavorato, prima di perfezionarle con la cottura; l’iconografia pittorica persegue quella sua indole sinusoidale, vedi a esempio il “Gufo che dilania una colomba” e “Gallo e gallina a passeggio” del 1951 che replica in “Gallo con gallina” nel 1956, e poi “Tigre con antilope”, “Aratura con buoi” e “Caccia al cinghiale” del 1953.

Straordinaria la “Testa di tigre” del 1956, logo della mostra ferrarese.

Eclatante l’opera in faesite “Diligenza assalita dai banditi” del 1954, che va a chiarire la sua sociopatia, un rancore patologico che però non gli vieta di intrecciare normali relazioni, giusto come può accadere in tale peculiarità psicologica.

Sono gli anni in cui si sbriglia a elaborare una teoria di figure a grafite su carta, tutti ritraenti per lo più animali.

Tante sue opere sono certamente frutto d’ispirazione cinematografica, poiché ama molto rinchiudersi nell’oscurità delle sale e immergersi in simbiosi con quei fotogrammi, ma anche per le sue frequenti visite agli zoo itineranti dei circhi equestri.

Ecco che nel 1961 le opere di Ligabue, distintamente in omologismo alla sua esistenza, affascinano i visitatori nella Galleria La Barcaccia di Roma, nella centralissima Piazza di Spagna, ed egli abbandona il ricovero di Gualtieri per trasferirsi a Guastalla, dove gli viene destinato un felice catalogo monografico.

Sono gli anni, questi del Sessanta, in cui il Nostro riappare con una inusitata quiete, che trasmette, sempre quali esempi, in “L’incontro” del 1960 e in “Fiori e bambolotto” del 1961, da un sapore di romanticismo.

“Autoritratto col moscone” del 1960 ci indicherebbe, in ogni modo, quella sua intima sopportazione di un languore infastidito.

Nel ’61, altresì, incappa nell’incidente con la sua irrinunciabile Guzzi che gli comporta un mese di ospedalizzazione.

Il periodo ove si acuisce uno sbandamento mentale, tale da convogliarlo verso un atteggiamento di esaltazione della propria dignità di artista.

Ligabue, benché i suoi lavori suscitino tanto richiamo, si arrabatta in una quotidianità di scarsa economia e non è inverosimile, dunque, considerare che sovente baratta una sua tela con del cibo.

A Guastalla trova alloggio in una pensioncina la cui locandiera, Cesarina, riesce finalmente a destargli interesse per una donna, che non ha mai avuto, se non per la madre e per la matrigna; il suo però è inaspettato, di natura genuinamente “angelico”, dovizioso di amorevoli premure e dolcezze.

Sono gli ultimi sprazzi di vita; vittima di una paresi, viene rispedito nell’ospizio di Gualtieri, dove chiede d’essere battezzato e cresimato; qui scompare il 27 maggio del 1965.

Questa di Ferrara a Palazzo Diamanti, 2020-21, sospesa per normativa Covid ma poi riavviata e prorogata sino al 27 giugno, è l’ennesima di una serie di rassegne dedicate post mortem ad Antonio Ligabue, ognuna di gran richiamo; la prima nel 1965 a Roma subito dopo la scomparsa e a seguire Milano – questa replicata a Bordighera, Lugano, Parigi, Strasburgo e altre città - a Roma, Firenze, nel Pavese, Mantova, Guastalla – qui nel cinquantesimo anniversario della scomparsa – e ancora a Catania, Napoli, Parma e, infine, nel 2018 a Rende (Cs) e Mosca.

5 maggio 2021

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