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Arte e magia
Il fascino dell’esoterismo in Europa

Mostra a Rovigo in Palazzo Roverella
curatore Francesco Parisi

La sorcière” di Luis Ricardo Faléro
Olio su pergamena 1882

La magia, le superstizioni, l’esoterismo hanno sempre rapito l’uomo, senza distinzione di grado sociale e culturale. L’artista non è stato estraneo a simili malie, anzi, l’iconografia globale ne attesta un grande interesse. Questa esposizione ne illustra un inciso temporale e non per l’unica ragione d’essere la più vicina alle nostre generazioni ma più giusto perché il fenomeno assume qui una dimensione europea.

L’opera tropologica che forse meglio esprime tale coinvolgimento artistico, nell’accezione esoterica, è “Il silenzio” datata 1900 dell’italiano per nascita Giorgio Kienerk, custodita nei Musei Civici di Pavia: una giovane donna seduta, che appoggia entrambi i gomiti sulle ginocchia e con le mani sovrapposte a chiudersi la bocca, come a volersi trattenere di palesare un oscuro mistero. Nel 2009 il Comune di Fauglia (Pisa), dove era deceduto nella sua villa di campagna, gli ha dedicato un museo.

Non è, tuttavia, da porre in secondo piano, quale personificazione dell’occulto, “Un velo” 1890-900 del francese Welden Hawkins, dove un gradevole volto di donna, a occhi socchiusi, trapela da una cascata di velo.

L’Ottocento è il secolo in cui esplodono le pratiche del mistero, vedi “La sorcière (la strega)” 1882 dello spagnolo Luis Ricardo Faléro, opera scelta quale logo della collezione rodigina, “Circe” di Louis Chalon e “Le succube” dello scultore Auguste Rodin entrambi francesi e l’una e l’altra del 1888, “Tre donne e tre lupi” 1892 del franco-svizzero Eugène Grasset, questi considerato un pioniere dell’Art Nouveau, lo stile Liberty per dirla all’italiana, “Lo spiritualismo” ancora 1892 del tedesco Hans Baluschek, futuro secessionista berlinese, in cui è ritratto un passante che si discosta impaurito dal margine del camposanto, dove una sagoma incorporea gli appare dietro l’inferriata, di colore bianco in contrasto col grigiore del quadro e oltremodo col nero degli abiti indossati dall’uomo, e ancora “La fonte del male” 1894 dell’olandese George de Feure e “L’urna” 1896 del norvegese Edvard Munch, l’autore del noto cartone “Skrik” (L’urlo)” già dipinto nel 1893 ma clonato in altre tre versioni sino al 1910.

Pratiche che esondano nel nuovo secolo dove il Simbolismo non manca d’imporsi, vedi il “Palazzo dell’Occultismo” 1902 progetto del cecoslovacco Alois Bastl, appartenente alla collezione Fontana di Milano; questo un maestoso tempio con una cupola irradiante luce, che si erige da una sorta di fortezza circolare, raggiungibile da una scalinata la cui prospettiva è doviziosa di statue e di vegetazioni, ma poste oltre una invalicabile ringhiera. Vi è raffigurato un uomo che discende la scalinata e il suo incedere appare alla stregua di chi abbandona un luogo senza aver ottenuto l’accesso, colto da profonda delusione.

L’Ottocento, dunque, se pur all’occaso, vede nascere a Parigi i saloni della Rose+Croix per opera del simbolista Joséphin Péladan, nei quali gli espositori intendono distruggere il realismo per ridare all’arte la propria essenza misteriosa.

Lo stesso Péladan gironzola per i viali di Parigi travestito da mago e mutandosi il nome in Sȃr Mérodack.

L’elaborazione del manifesto per la prima edizione del salone è di Carlos Schwabe, tedesco naturalizzato svizzero. Un autore la cui iconografia pittorica ben si confà: di lui ricordiamo “Il giorno della morte” del ’92, “Il dolore” del ’93, “Le campane di sera” del ’95 e “La morte del becchino” 1900.

Nelle varie esibizioni all’interno dei saloni, tra il ’92 e il’97, si ritrovano in circa duecentocinquanta tra cui il nostro Gaetano Previati assieme ad altri suoi compatrioti. È presente a Rovigo con “Maternità” 1889-90, antecedente quindi all’inaugurazione dei saloni ma già in sintonia col pensiero artistico rivolto al mistero che dona la vita. Di lui sono state esposte, in questi anni, opere a Treviso, Barletta e Ferrara, quest’ultima la sua città di nascita. L’esordio nella Scapigliatura milanese in età giovanile e l’appartenenza al Divisionismo lo conducono al Simbolismo e indirizzato ai saloni della Rose+Croix, dove riesce a soddisfare la propria continua ricerca per un’arte, per una pittura, d’idee.

Il termine esoterico Rose+Croix indicherebbe uno stato di perfezione morale e spirituale; dei gruppi che si identificano in esso già si vociferava nel XVII secolo. Non è certo ma è scritto che fondatore ne sia stato il tedesco Christian Rosenkreuz, attingendo infatti al suo cognome.

Pare che vi avesse aderito il poliedrico siciliano Giuseppe Balsamo alias Alessandro conte di Cagliostro, alchimista, esoterista, guaritore, mago, massone e avventuriero politico; ferocemente inviso alla Chiesa, finì i suoi giorni rinchiuso nel famigerato pozzetto nella fortezza di S. Leo.

Ecco uno stralcio di ciò che lasciò a mo’ di testamento «La verità su di me non sarà mai scritta, perché nessuno la conosce. Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo; al di fuori del tempo e dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza e se mi immergo nel mio pensiero rifacendo il corso degli anni, se proietto il mio spirito verso un modo di vivere lontano da colui che voi percepite, io divento colui che desidero”.

Non solo i Saloni francesi della Rose-Croix offrono agli artisti lo spazio ove evadere da quel dettame che non restituisce la sacralità al loro espressionismo ma, sulle colline di Ascona, si aggiunge nel Novecento il Monte Verità, un sodalizio di radicale anticonformismo, in altre parole, che rinnega le regole di una cultura asservita dalla ragione, per il ritorno ai temi della natura, giungendo finanche, in anticipo nella storia, a sostenere l’emancipazione della donna. Esso raccoglie il massimo degli adepti tra le due guerre e vi aderiscono gli utopici del nuovo secolo, richiamando antroposofi, psicologi, teosofi, i rosacrociani e finanche vegani e nudisti, un multiforme consenso, entusiasti nella speme di entrare in una risanata età.

Da ricordare che le rocce, i monti, racchiudono nell’iconografia il simbolo dell’ascesa verso le virtù. La raffigurazione “Fuochi sacri” 1919 della russo-tedesca Marianne Werefkin, appare, infatti, quale emblema di tale nuova cooperativa: i fuochi sulle pendici del monte rappresentano l’etereo, la purezza, che si sprigiona dalla materia.

Tra filosofi quale Gustav Jung e letterati quali Hermann Hesse e Thomas Mann, vi compare il cubista-surrealista Paul Klee che, fra l’altro, propone il suo “Apparecchio per un trattamento magnetico delle piante” 1921, in carta montata su cartone. Il magnetismo con i suoi effetti stuzzica l’interesse per la modernità scientifica vista dai sodali del Monte, a beneficio dell’uomo e del suo ambiente.

Diavoli, streghe e maghi continuano tuttavia ad avvincere gli artisti del nuovo secolo, ed ecco il tedesco Fritz Roeber con “La notte di Valpurga” del 1910, il russo Vasilij Kandinskij che col “Rosso in una forma appuntita” 1925 sancisce la fine della persistenza per imporre quelle immagini che segnano il confine tra carne e spirito.

Il veneto Luigi Russolo il futurista, infine, pur carpendone il concetto astrattistico, ci mostra nel 1941 “L’uomo che muore”, visione di un corpo maschile scheletrico, disteso supino, dalla cui bocca si eleva un getto spirituale; eravamo alla vigilia di una immane tragedia mondiale. Una metafora che ci riporta ai “Fuochi sacri” di Werefkin. Il Nostro, quando allievo nel 1901 all’Accademia di Belle Arti di Brera, aveva partecipato al restauro del Cenacolo di Leonardo in Santa Maria delle Grazie e nel 1913 avrebbe dipinto “Dinamismo di un’Automobile”, l’opera che chiaramente lo identifica quale futurista.

Il conflitto mondiale, con la sua inaudita tragedia, avrebbe posto l’attrito al connubio arte-magia e gli artisti, tutti gli uomini, avrebbero assunto che i demoni, gli strumenti di morte, la tregenda, appartengono esclusivamente all’uomo quale essere vivente.

12 gennaio 2019

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