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Solidarietà 2017

Sala espositiva ISRAA
Treviso 25 marzo

Intervento di Ferruccio Gemmellaro

Sergio Del Moro

Arte quale utopia d’autore

Anche quest’anno sono qui con voi e non nascondo che l’invito di partecipazione, che i qualificati referenti della Solidarietà mi rivolgono puntualmente ogni anno, mi rende infervorato nell’esserci.

Innanzi tutto, però, mi preme ricordare lo scomparso Sergio Del Moro, presidente della Tavolozza Trevigiana, assiduo frequentatore di questo evento, che ci ha recentemente lasciati salutandoci per sempre da Barcellona, ove soggiornava in famiglia.

Non è facile, tuttavia, riprendendo l’argomentazione, esporre il pensiero senza rischio di reiterazione sulle opere di protagonisti che appartengono ormai a un consolidato panorama artistico trevigiano, in cui da lungo tempo sono chiamato a recensire.

Il termine “recensire” però, suonerebbe presuntuoso e solo per il fatto che si è al cospetto di autori che fanno del talento la propria essenza di vita, inclini a donare il loro spirito artistico finanche per scopi di mera solidarietà.

Basterebbe quindi quest’ultima riflessione per avvertire la piccolezza di qualsiasi recensione si voglia esporre.

Chi mi segue da sempre, infatti, sa bene che personalmente sono assertore di analisi culturali, le quali considero magistrali per comprendere l’opera che abbiamo in vista, rispetto a quelle tecniche sovente nel peccato di ingiusta parzialità.

Nell’indicare in maniera compendiata un’immagine pittorica – ma evidentemente varrebbe per qualsiasi espressione artistica – la si potrebbe definire “una utopia”.

Per comprendere tuttavia il significato del termine occorre prima rivangarne l’etimologia.

La parola è di origine greca composta dal prefisso U che sta per “non” e da “TOPIA” che vale “ relativo a un luogo”, pertanto l’insieme suona “luogo non esistente” ma che si aneli conquistare.

Inesistente perché. Perché l’immagine o è tratteggiata così come l’autore l’aveva concepita nella fantasia oppure ritoccata, restaurata dal proprio estro ove ripresa dal vero.

Abbiamo quindi l’utopia degli impressionisti, i quali riscoprono la pittura di paesaggio e nelle cui tele è il tratto cromatico a prevalere nell’immagine e, non ultime, le emozioni che l’autore prova innanzi alla fonte ispiratoria e che vuole necessariamente far risaltare.

Abbiamo ancora l’utopia degli espressionisti di qualsiasi forma dove l’artista elabora immagini tese a risaltare, sovente esasperandolo, ciò che di emotivo può donare la realtà, il quale sarebbe stato occultato dalla limitata proprietà sensoriale dell’osservatore.

Insomma, in entrambe le propensioni artistiche la connotazione dell’opera induce il fruitore ai conati, ovvero a recepire quelle identiche emozioni in un chiaro risvolto omologistico.

Dal catalogo della mostra accennerei, ma unicamente quale emblema di quanto detto, e in sua memoria, alle tele impressionistiche di Sergio Del Moro.

Scientificamente nessuno conosce la colorazione dei sogni ma pare, e non è consolidato, che solo le donne in età adolescenziale sognano a colori.

Crediamo di distinguerne le tinte ma, se per esempio, sogniamo la bandiera italiana, la leggiamo bianca, rossa e verde solo perché sappiamo che essa è cosi.

I colori distribuiti dalla tavolozza alle tele di Sergio Del Moro alterano la coscienza ed omologano nel fruitore una fervida fantasia, sino allo smarrimento della realtà (esattamente come nei sogni).

Il risultato è che Del Moro riesce straordinariamente a connotare le proprie opere di peculiarità illusoria.

L’opera utopica pertanto è la rappresentazione della chimera, della speranza che cova nell’animo di ogni artista alla conquista di una dimensione che sta rincorrendo.

La speranza è che ognuno di essi la possa raggiungere, non solo a loro beneficio ma per tutti noi che abbiamo riposto i nostri auspici esistenziali in una dimensione artistica.

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