Servizi
Contatti

Eventi


Treviso trittico internazionale
Contaminazioni tra Oriente ed Occidente

Treviso
Chiostro di San Francesco
dal 2 al 13 settembre 2011

da sx: opere di Luciano Longo, Nejdet Vergili e Gao Yang

Il Tempio di San Francesco, una perla incastonata entro le mura di Treviso, edificato nel XIII secolo per volere del Papa Innocenzo III, aveva subito lo scempio imposto dalle leggi soppressive napoleoniche. Fu riaperto al culto il 1928, dopo un risoluto restauro.

L'architettura risente del passaggio romanico - gotico e dalla facciata “a capanna” sporgono in maniera aggraziata i pilastri ornamentali.

L’interno è a navata unica e il soffitto ligneo, restaurato con elementi originali, si mostra a foggia di carena con più lobi, impressionando l’osservatore quale parvenza della calotta celeste.

Lo scrigno del Tempio raccoglie opere di raffinata fattezza: la gigantografia romanico - bizantina di San Cristoforo, datata fine Duecento, i Quattro Evangelisti della scuola di Tomaso da Modena, le bellissime Madonna col Bambino e Sette Santi di Tomaso da Modena (1350) e Madonna e Quattro Santi (1351) di Maestro di Feltro della scuola di Tomaso da Modena.

Tomaso, che per di più ha decorato l’altro gioiello trevigiano, il tempio di San Nicolò, è storicamente considerato artefice dei più bei volti di donna che siano mai stati raffigurati negli affreschi.

In San Francesco, ancora, il visitatore incontra l’artistica Arca sepolcrale per Pietro Alighieri, figlio di Dante, giudice e primo parafraste della Divina Commedia, spentosi nel 1364 durante una permanenza trevigiana; la tomba di Francesca Petrarca, figlia di Francesco, morta di parto nel 1384 a Treviso, ivi dimorante col marito Francesco da Brossano… e qui pare che l’onomastico Francesco racchiuda un enigma templare.

Tre artisti di fama internazionale avevano promesso a se stessi di incontrarsi nell’arioso chiostro di quest’architettonico scrigno trevisano, per realizzare un appuntamento storico per la città e per l’arte, il trevigiano Luciano Longo, lo stanbuliota Nejdet Vergili e il mongolo Gao Yang.

La promessa, sostenuta da Tantarte, è stata mantenuta, il cui esito, parafrasando l’introduttore, il prof Ernesto Brunetta, è la realizzazione di un anelito.

Luciano Longo, scultore, ma che non si nega alla pittura, è un estimatore d’arte internazionale e soddisfa l’ansia della conoscenza mediante escursioni dal vivo nelle contrade del pianeta. Qui affonda la propria curiosità donde conduce esperienze e uomini d’arte, ponendoli con merito di lode alla fruizione della collettività.

L’elenco conta il franco-russo Vladimir Kara, l’austriaco Karl Löff, la bulgaro-macedone Sonja Dimitrova e la bulgara Borisova Kunova.

L’anno passato, una sua personale è stata inaugurata a Sofia dal viceministro alla cultura della Repubblica Ph. D. Todor Chobanov e della direttrice della Galleria Nazionale d'Arte Moderna Straniera Irina Mutafchieva.

Non solo, il Ministro della Cultura Vezhdi Rashidov, scultore di fama, previo accordo con la suddetta direttrice, ha disposto l’acquisizione della “Spirale”, opera bronzea del Nostro, per inserirla nel catalogo permanente del museo stesso.

Luciano Longo possiede nelle mani il potere del miracolo artistico di alitare le proprie statue rendendole calde e vitali grazie a una tecnica accessoristica, una peculiarità che omologa, sempre con armonia, nella pittura.

Nejdet Vergili, di origine anatolica, laureatosi il 1980 all’Accademia delle Belle Arti di Istanbul, è riconosciuto in patria quale artista annoverato tra i maggiori.

In altra occasione, al cospetto di un’opera pittorica, avevo asserito che essa, per la propria tonalità cromatica, conduce i visitatori a immergersi in quei fotogrammi onirici colorati, insomma a quell’espressione del nostro cervello che a rari uomini è dato somniare.

Nejdet Vergili è andato ben oltre: le sue tele inducono finalmente a credere, nei canoni dell’omologismo, che esiste per davvero una terza risposta oltre al colore e al bianco-e-nero; il responso che finalmente infrange la maledizione umana del dualismo.

Dai suoi campi di colore-non-colore, emergono le fantasime del transinconscio, insomma quei fotogrammi giammai manipolati e contaminati dal passaggio attraverso l’Inconscio, sia esso individuale sia collettivo, e il Subconscio.

In Nejdet Vergili, il susseguirsi iconografico è strettamente legato ai profili mondoalteristici, in altre parole saldamente connesso con il destino umano, la melanconia dall’eterio che abbiamo voluto smarrire.

Gao Yang, mongolo di nascita e pechinese d’adozione, è artista accreditato già dal 1993, appena quattro anni dalla laurea conseguita alla Normale di Pechino, quando ottenne il dottorato di pittura a olio dall’Accademia Centrale delle Belle Arti per la tela “Donna di Ordos”.

Il Nostro connota le sue opere di raffigurazione fisiognomica, alla quale fa indossare la consistenza della materia.

La follia congenita dei figurativi, pittori e scultori, patita sin dai graffiti criptaliensi, sorta per la loro stessa irriducibilità di creare un’immagine quanto possibile prossima all’animazione, è indiscutibilmente provata dalla mitica iperbole del mito di Pigmalione.

Gao Yang, infatti, non si acquieta nel fissare sulla tela i tratti pittorici, egli vuole imprimervi l’oltre, ossia un tecnicismo che implica corposità e vita.

Contrariamente a quanto si possa credere, che la materia aggiuntiva, con la quale ricopre le figure, rappresentino un’espressività d’ermetismo, essa è invero la metafora di quel soffio divino, donatore di vita, che gli artisti si affannano a replicare a beneficio delle proprie creature.

La chiave del suo espressionismo artistico è forse giusto in quel suo essere mongolo, nell’appartenere a una terra che nella propria cultura custodisce il nostalgico sogno, gelosamente recondito, di richiamo allo storico passato di grandezza.
rubrica


Literary © 1997-2014 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza