Servizi
Contatti

Eventi


Dagli Impressionisti a Picasso
capolavori della Johannesburg Art Gallery

Il Molo di Trouville” 1893 part.
olio su tela di Eugène Louis Boudin

 

Non si era ancora spenta da Aquileia l’eco della straordinaria esposizione “Magnifici Ritorni” dei tesori artistici aquileiesi, oggi proprietà del Kunsthistorisches Museum di Vienna.

Opere pacificamente acquisite a Vienna quando Aquileia era sotto il governo austro-ungarico, tra l’Ottocento e il 1918.

Aquileia è stata uno scrigno dell’archeologia asburgica, questa promotrice di scavi che avrebbero portato alla luce, tra l’altro, invidiabili reperti riguardanti i mosaici dell’antica Basilica e del Battistero.

La mostra raffigurava un tributo ad archeologi e ricercatori austriaci, che con il loro sapiente e accurato lavoro hanno reso possibile il rinvenimento di una meraviglia artistica dal richiamo internazionale.

Non si era ancora spenta, dicevamo, l’eco dei “magnifici ritorni” ad Aquileia (Friuli) che Conegliano (Veneto), nel Palazzo Sarcinelli, ospita dallo scorso ottobre una magnifica esposizione pittorica di capolavori custoditi nella Johannesburg Art Gallery, in Sudafrica, compiuti da maestri europei e che ne segue il cammino storico delle tendenze succedutesi tra il XIX e il XX secolo, prima, durante e dopo la famigerata apartheid, l’infame segregazione razziale in vigore dal 1948 al 1991.

Esiste oramai la felice pratica di una consolidata osmosi espositiva di alcune opere d’arte, prestiti ufficiali tra diverse nazioni, ma le rassegne di Conegliano e di Aquileia ne sono un notevole e dovizioso gettito, tale da soddisfare gli animi degli amatori, tanti dei quali non avrebbero potuto contemplare queste meraviglie della creatività umana, senza dover intraprendere lunghi viaggi.

Il merito della struttura museale di Johannesburg va a Lady Florence Onlepp di Cape Town (nascita 1863), coniugata Phillips, la quale dal 1906 iniziò a realizzare quella sua aspirazione di creare in Sudafrica un sito quale collezione di opere artistiche, nell’idea che tali bellezze avrebbero contribuito a migliorarne il sociale.

La raccolta, inaugurata nel 1910, si articola lungo un percorso sovente avventuroso quando non stretto da pericoli.

Il suo DNA le fa amare innanzitutto l’Ottocento inglese, attingendovi il Romanticismo, per poi volgere l’attenzione in mappa europea, dalla quale acquisisce firme dell’Impressionismo e del Novecento.

Infine, doverosamente, la Gallery si arricchisce di autori locali, ma già agli inizi, questa dinamica donna si esponeva a proteggere la cultura dei nativi sudafricani, pubblicando un poderoso volume e intromettendosi nelle battaglie sociali.

Lady Florence, sebbene avesse trascorso anni di permanenza in Inghilterra, si spense nel 1940 a Vergelegen, nella provincia sudafricana del Capo Occidentale, nelle sue terre natali, così come avrebbe certamente desiderato.

Nella sala dell’Ottocento, il secolo del Romanticismo, il visitatore si ritrova al cospetto di W. Turner con la propria prospettiva infinita, e poi di G. Rossetti, E. Millais e di L. Alma-Tadema, con l’inevitabile impronta melanconica dei tempi artistici.

Di seguito, irrompe l’Impressionismo, dai suoi vagiti al compimento, dove i tipici toni cromatici, la novità dell’en plein air e la svolta del pointillisme appaiono in tutta la loro bellezza nelle immagini di C. Corot, J. Harpignies, F. Millet, G. Courbet, B. Jongkind, L. Boudin, C. Monet, A. Sisley, A. Guillaumin, E. Degas, H. Fantin-Latour, S. Sargent, L. Pissarro, P. Signac, A. Le Sidaner, P. Cezanne, V. van Gogh, P. Bonnard, E. Vuillard, A. Rodin, e di A. Maillol.

L’eco di un Novecento eterogeneo, farcito di Avanguardia, Pop-art, Astrattismo, Cubismo… risuona nell’animo dell’ospite in termini sia sonori sia visivi e, nell’incontro con quei grandi esponenti, egli non rinuncia a indugiare, scoprendosi avvolto da una sorta di toccante nostalgia, essendone stato un testimone.

Ecco dunque i volti e i corpi femminili di A. Modigliani, H. Matisse, P. Picasso, O. Zadkine, A. Derain, e di R. Lichtenstein; ecco ancora P. Picasso con la stupefacente “Testa di Arlecchino” il cui ghigno pare riassumere la contrarietà di un ritorno in patria unicamente transitorio, A. Derain con una suggestiva tonalità in “Dalie”, F. Bacon con le sue note deformazioni stavolta in “Studio per ritratto di un uomo” e infine H. S. Moore con l’angoscia nera nel carboncino e inchiostro “Figure in piedi”.

Immancabile H. Warhol qui con il trittico in serigrafia “Joseph Beuys”, l’artista tedesco del Neo-Dada e del Fluxus, col quale era legato da intensa amicizia sebbene fossero in antitesi ideologica.

Per inciso, Beuys, allora già professore di scultura, godette, agli inizi degli anni Settanta, di un piacevole soggiorno in Italia a Napoli, nel pescarese e a Foggia.

Nella sezione conclusiva dedicata al Sudafrica, è evidente l’eredità di Lady Florence per consegnare il giusto e onorevole riconoscimento ai facitori d’arte e alla cultura del paese.

Il privilegio di esserne stato il primo ad accedere nella grande pinacoteca della sua terra toccò a un dipinto di Gerard Sekoto, qui presente con l’olio “Ragazzo della miniera” datato 1946-7, dove su una seggiola di legno, la cui ombra si staglia sulla parete grazie alla luce indirizzata da fonte fuori campo, appaiono, tra l’altro, un porta-candele con un cero dallo stoppino spento, un corposo volume e un libricino di cui si scorge il titolo ‘Mine boy’. La metafora, o il logo se vogliamo, delle gravi, imposte condizioni esistenziali e dei soffocati aneliti di una generazione ormai destinata a un crudo isolamento che i bianchi avrebbero definito “politica di buon vicinato”.

Sekoto fu costretto a rifugiarsi a Parigi, giusto in quegli anni di elaborazione del dipinto, donde non fece più ritorno in patria.

Seguono in mostra il “Ritratto di Kalie” 1925, questo un eloquente volto di Maggie Laubser, la inaspettata “Venezia rossa” del ’52 di Maud Sumner in dittico con il precedente “Ritratto dell’artista” del ‘36, i “Crisantemi” 1945 di Irma Stern e “Measure of the city” di Selby Mvusi.

Sorprendente l’immagine “Kwa Stemele” di George Pemba, olio del 1981, in piena discriminazione razziale, dove pare di sentire le note strimpellate da un occhialuto pianista, chino addossato allo strumento per meglio vederne i tasti. Con il gomito sinistro sovrapposto al piano e con la mano che le sorregge il capo fiocamente illuminato da una candela, una donna ascolta rapita la musica mentre una coppia - lui con un lungo soprabito scuro e cappello bianco dalle falde larghe e lei con una svolazzante cintura che le attornia il vestitino bianco - danza al centro della stanza della quale, ancora, pare avvertire lo stropiccio dei passi.

Di Pemba anche un significativo ritratto di donna non certamente bianca, in acquerello e matita dal titolo “Mi dispiace signora” 1945, indubbiamente rivolto ai bianchi che scuse e perdono dovrebbero farne a non finire.

La collezione si conclude con Alexis Preller, Armando Baldinelli, Gladys Mgudiandlu e William Kentridge.

Una opportunità quindi da non perdere, forse unica, che arricchisce il patrimonio globale di conoscenze della bellezza, donataci da uomini prodigiosamente toccati di talento.

rubrica


Literary © 1997-2020 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza